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Conoscere Sinisgalli attraverso Sinisgalli

CONOSCERE SINISGALLI ATTRAVERSO SINISGALLI

 

di Biagio Russo

 

"Lucania", 28 agosto 1993

 

"Il poeta di professione costruisce macchine, il dilettante balocchi. Il poeta di professione deve esprimersi in una lingua quasi anonima, il dilettante usa un gergo patetico, viscerale... Si commmuove quando scrive poesie...Il professionista apre il laboratorio a ore fisse, spezza il discorso a metà quando suona la sirena...Non soffre di esaurimenti nervosi. Non consuma la legna in una vampata...Il professionista non cerca comprensione o conforto. Non chiama i familiari e gli amici a raccolta quando scrive una poesia. Non grida vendetta, non grida vittoria".

Parlare di Sé non è mai semplice. Porsi davanti allo specchio della propria coscienza critica comporta dei rischi notevoli, soprattutto per un poeta. Come scadere in una dannunziana e poco modesta autocelebrazione. Eppure Sinisgalli riusciva spesso a "straniarsi", ad uscire da se stesso per osservarsi, per scrutare il proprio modo di far poesia, per parlare di sé, della sua infanzia, della sua famiglia.

E lo faceva in modo anonimo, distaccato, senza turbamenti, senza coinvolgimenti affettivi ed emotivi. Esercitando un controllo continuo su un materiale poetico essiccato sotto il sole dell'Agri. Una censura costantemente attiva sul linguaggio, mai viscerale, mai patetico, privo di sbavature sentimentali, sempre al limite della prosa, sempre oggettivo. Scandito dai tempi e dai ritmi di un artigiano che interrompe il lavoro quando la sirena ulula.

Lo stralcio iniziale di Sinisgalli, scovato e pubblicato postumo da Giuseppe Appella, in Carte Lacere ben sintetizza la poetica, o meglio la morale antiromantica di un poeta che disprezza gli sbalzi umorali, le ispirazioni folgoranti. Un poeta essenziale e silenzioso, pudico per alcuni versi. Che rifugge l'enfasi, la retorica e i versi scritti nelle notti d'insonnia.

Dice in una lirica bellissima, La macchina inutile: "...Non ho sporcato la pagina / con le lacrime delle cose. / Se un gemito è entrato di riflesso è il suono di uno spino / tra le fiamme, un dialogo / tra gli insetti".

Capire un po' Sinisgalli attraverso Sinisgalli.

Se parlare di sé non è mai semplice, come si è detto, porsi ad oggetto della propria poesia è ancora più arduo. Sinisgalli pubblicò nel n. 5-6 dell' Esperienza poetica quattro liriche contrassegnate ciascuna dal titolo Autobiografia più un ordinale che le distingue. Alle quattro si aggiunse in seguito una quinta.

In queste poesie Sinisgalli esprime attraverso situazioni esemplari il senso intero della sua vita, di una vita che si compendia esclusivamente nell'infanzia che il poeta trascorse a Montemurro. L'unica vera felicità dell'uomo appartiene all' infanzia, quell' età da sola vale il senso di un'esistenza. Il resto non conta. Tutta la poesia di Sinisgalli è popolata di fanciulli, delle loro urla, dei loro giochi, o al limite di un rammarico malcelato per un'età ormai lontana.

"Crebbe per terra carponi / sulla terra e sulla cacca".

E' l'incipit dell'autobiografia V. La narrazione indiretta, in terza persona nonostante parli di sé, esemplifica il bisogno di distanziarsi da una memoria dalle forti connotazioni emotive, attraverso una asciutta disposizione scevra da sbavature sentimentali. Lo stesso avviene nella Autobiografia I dove "La madre trovava a tentoni / la piazza con la punta di fuoco / di un tizzone...".

I ricordi e i dati dell'infanzia di Sinisgalli si succedono nelle rimanenti liriche. Sempre in terza persona, Sinisgalli "...Visse tra i cani e i monelli accanto ai pozzi / e seduto sulle ruote di pietra / dei mulini", "...Ha battuto le noci. / Ha imparato a inchiodare / un treppiedi, a fabbricare un'oliera / Ha raccolto nelle tasche i nidi vuoti".

Per concludere il discorso su Sinisgalli attraverso Sinisgalli, non c'è cosa migliore di una confessione sussurrata, dedicata agli amici da parte del poeta-artigiano di Montemurro:" Io dico qualche volta per celia che sono morto a nove anni, dico a voi amici che il ponte sull'Agri crollò un'ora dopo il nostro transito; mi convinco sempre più che quanto mi è accaduto dopo di allora non mi appartiene, io sento di non aderire che con indifferenza al mio destino[...] Io so che la morte arriva all'ora prescritta; non è un'ingiuria, non è un sopruso: io so di essere stato tradito per tutta la vita uscendo fuori dalle mie dolci mura".

24 Gennaio 2012

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