Horror vacui
E' una raccolta di pensieri e scritti vari, pubblicata nel 1945 (oet, Roma). Un’opera che contiene alcune delle più profonde e famose prose di Sinisgalli, una sintesi dei temi del Furor, in cui il lettore può ripercorrere, attraverso brevi saggi e racconti, molte delle considerazioni già incontrate nelle pagine del Furor, ma con una diversa enfasi e maggiore concisione.
da Furor mathematicus, sezione Horror Vacui, a cura di Gian Italo Bischi, Mondadori 2019, pp.10-11
QUESTE STUPIDE MACCHINE
In una stanza che dava sul cortile di un lattoniere, squadra e compasso alla mano, ho disegnato, giovinetto, per una estate intera, le mie tavole di macchine: composizioni
veramente astratte, se si pensa che non avevo mai toccato una vite e delle macchine semplici non conoscevo che la bilancia. Ero tuttavia esperto nei difficili calcoli dell’inerzia, forza cieca che si oppone alle mutazioni del movimento: una specie d’istinto di conservazione della materia, questa legge di universa pigrizia. Avevo imparato a tenere conto della sua mutevole presenza che definisce il peso dei corpi in riposo e che ogni irregolarità riesce a costringere in monotonia. Ma forse i ricordi più vivi di quel tempo restano ancora le ore trascorse nel laboratorio di analisi dei metalli con i raggi x. Nell’afa gli apparecchi continuavano a friggere; ogni tanto una scintilla scoppiava tra le sfere dei condensatori, ed era un temporale da teatro nel buio di quella camera in una squallida estate lontana. Noi indossavamo dei camici bianchi, tessuti con fili di asbesto, per entrare nella cabina dell’alta tensione e difendere dai raggi gli organi del sesso. In quel tempo, ebbi per le mani strumenti di misura perfetti, e a distanza di anni, questa sera, mi vien da fare un’osservazione che può valere oltre la semplice fisica e che forse chiarisce una zona di interessi più vasti: gli strumenti di misura più precisi, sensibili, sono mobilissimi. Così mi sono trovato, per accidente, a sapere, forse più delle macchine, delle loro membrature, dei loro vincoli e della rapidissima
digestione che esse fanno del fuoco, che non del mio stesso corpo. Io che ignoro la natura degli umori, dei muscoli, delle ossa, conosco con una certa chiarezza la viscosità di un olio lubrificante e la legge che regola la simpatia dei cristalli di carbonio con quelli del ferro in una lega d’acciaio. E un giorno, quando imparai che queste materie invecchiano come il nostro sangue, e ad opera di speciali bagni si può riuscire ad allentarne l’intima disgregazione, a farle addirittura rinvenire, restai meravigliato e soddisfatto. A noi le macchine non hanno mai suscitato più meraviglia di un albero, o di una vacca. Mi sono convinto, guardandole a lungo, che è inutile cercare nella loro struttura dei ritmi definiti, quasi una prosodia e una metrica. Le regole che le determinano sono regole poco visibili, come le leggi della prosa. La loro animazione l’abbiamo guardata a nostra immagine e somiglianza e abbiamo concluso che ha un posto veramente infimo nella gerarchia delle cose. Pensate poi, che qualunque stimolo occasionale in una macchina può creare dei disastri: esse non godono della insensibilità dell’azzurro e delle pietre, né della frenesia di una gatta. Pure senza cercare divini attributi, mi sono compiaciuto a guardarle, talvolta di fronte, talvolta di fianco, e spaccarle, e smontarle, queste stupide macchine.
FANCELLO
A poco più di un anno dalla morte (quota 717 del Bregu Rapit) ritorna nella commossa testimonianza degli amici, viva la immagine di questo ragazzo taciturno. Riguardando i suoi lavori l’occhio si ferma davanti alla riproduzione a colori della bellissima piastrella per il mese di luglio, che porta la data 1936. Fancello aveva venti anni. Questo ragazzo esile, dagli arti nudi, scuri e lunghi, il busto coperto da una stola barbara, l’accetta in bilico nella mano, questo ragazzo che scosta gli steli robusti delle ferule e affonda i piedi nudi nel trifoglio, è una immagine che oggi mi porta viva la luce, la luce che era nei grandi occhi di Fancello. Se volessi ricordare la sua persona, evocare la sua presenza, più che il suo genio, dovrei dire i pomeriggi della sua giovinezza, la noia che lo buttava sul letto per giornate intere, la terribile monotonìa che obbligava il nostro amico, come ha obbligato tutti noi per anni, a battere nel cuore della città, le solite piste alle solite ore. Fancello, così giovane, era già stufo dei facili piaceri, delle facili compagnie, delle facili conquiste. Ho visitato la sua stanza dove lavorava negli ultimi tempi, lo studio di Corso Garibaldi, come egli l’aveva lasciato. C’erano ancora dei fogli di giornale aperti per terra, c’era il letto disfatto, qualche disegno alle pareti, qualche statuetta. Fancello era riuscito a fare intorno a sé il gran vuoto necessario alla grazia, il gran vuoto che soffoca le esistenze meschine ed è necessario più del cielo alla nascita della poesia. La poesia di Fancello, semplice sostanza della sua natura. Ma egli non doveva rendere conto a nessuno delle sue giornate, era come un ragazzo che parla da solo nell’angolo di una stanza. Non sappiamo quanto l’aiutassero a vincere la solitudine precoce le visite delle Muse. Il suo ritorno continuo, insistente a un Eden incorrotto, a quel suo barbaro paradiso sardo, ci dice che ormai ogni felicità gli era preclusa, e la speranza sarebbe rinata e morta ogni volta, in ogni segno, in ogni figura, dentro l’orrido deserto della noia.
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