La sua vanità ironica

Elio Pecora

 

Leonardo Sinisgalli, maestro riconosciuto di tutta una generazione di poeti e di prosatori, parrebbe al momento mancare di quel consenso riservatogli dai lettori per molta parte della sua vita. Poeta e scrutatore della scienza, con un suo posto sicuro nelle storie e nelle antologie letterarie, ci si presenta come "un precursore anche eccezionale", come uno che ha cercato di fondere la voce della scienza e quella della poesia in un unico suono. E vale qui almeno accennarne la vicenda.

Nacque a Montemurro, in provincia di Potenza, nel 1908. Suo padre, emigrato in America dove aveva lavorato da sarto, era tornato in Lucania a fare l'agricoltore. Studente in due collegi religiosi, a Caserta e a Benevento, fra i quindici e i vent'anni conobbe "giorni d'estasi" grazie alla matematica, che gli offrì "modelli impenetrabili alla malinconia" e una "musica accorata" che gli quietava le voglie. Si trasferì a Roma nel '26, seguì nella facoltà di matematica i corsi di Castelnuovo e di Fantappiè. In quegli stessi anni frequentò de Libero e Ungaretti, Scipione e Mafai, iniziò a collaborare a "La fiera letteraria" di Angioletti e di Falqui, scrisse versi che tendevano all'epigramma e all'epigrafe. Così nel '29, quando Enrico Fermi lo invitò a entrare nell'Istituto di Fisica, rifiutò "lo studio dei neutroni" per "seguire pittori e poeti". Nel '32 si laureò in ingegneria elettronica e industriale. Nel '36 pubblicò da Scheiwiller un librino, 18 poesie, che gli valse le lodi di Emilio Cecchi e i consensi di De Roberto. Dopo il servizio militare a Lucca, andò a stabilirsi a Milano, dove cominciò a occuparsi di grafica e di architettura. Dal '37 al '40 diresse l'ufficio per la pubblicità di Adriano Olivetti, allestì vetrine che anticiparono le tecniche della pop-art. Nel '39 pubblicò da Scheiwiller i Campi Elisi ed ebbe l'attenzione di Contini, che accostò le sue composizioni in versi alle musiche di Stravinskij e di Bartok. Di quella raccolta Carlo Bo avrebbe posto in risalto "leggibilità estrema e concretezza dei sentimenti" tali da smentirele accuse di oscurità e gratuità mosse agli ermetici.

Richiamato alle armi, fra il '40 e il '42 fu in Sardegna. Dopo la guerra collaborò ai programmi culturali della Rai e lavorò a due cortometraggi (Lezione di geometria e il millesimo del millimetro). Nel '48, di nuovo a Milano, fu consulente della Pirelli e direttore della rivista omonima. Fra il '53 e il '58 diresse a Roma, per la Finmeccanica, la rivista "Civiltà delle macchine", da lui stesso fondata avendo per modello il "Politecnico" di Cattaneo. Nel '59, invitato da Mattei, assunse la direzione dei servizi pubblicitari dell'Eni. In seguito fu consulente dell'Alitalia, fondò e diresse per conto dei mobili Mim la rivista di design "La botte e il violino"; nè smise mai di occuparsi d'arte e di disegno. Intanto continuava a pubblicare prose e poesie in edizioni "ornate" di acqueforti, accompagnate da incisioni, presso editori massimi e minimi, in una scrittura sempre più essenziale e pensosa: da Vidi le Muse del '43 a Fiori pari, fiori dispari del '45, da Quadernetto alla polvere del '48 a Un pugno di mosche del '63, fino a Dimenticatoio del '78 e a Belliboschi del '79.

Quei libri, ampi e minuscoli, smilzi e preziosi, li vidi tutti una sera di marzo del 1978, nel teatro del Prado dove avevo chiamato a leggere, di settimana in settimana, uno stuolo di poeti da Caproni a Giuliani da Arbasino riluttante al ventenne e inedito Magrelli. Sinisgalli accettò quell'invito senza esitare, si presentò nel teatrino dietro piazza Navona con due valigie, sedette dietro un piccolo tavolo e dalle valigie trasse quei libri, lesse qua e là, molte volte interrompendosi per ricordare, commentare.

Sarebbe morto qualche anno dopo, nel 1981, e di quella sera ricordo la sua indomabile energia, la sua vanità ironica, la levità di chi, servendosi di strumenti affilati, scruta nel nulla ancora tenendosi un poco fra gli illusi e i vivi. Di lui e della sua opera, in una prefazione assai attenta e appassionata a una raccolta antologica di poesie, Giuseppe Pontiggia ha scritto: "Dietro ogni sua pagina c'è il bisogno di un sapere totale e indifferenziato e insieme il suo oblio in una sintesi ulteriore, che è la parola della poesia".

Wimbledon, III, n. 31, novembre 1992

24 Gennaio 2012