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Ritroviamo Leonardo il sublime meccanico

di Leonardo Sinisgalli
A.II, n.1 (4 gen 1975)

 

La pubblicazione delle 700 nuove pagine dei due Codici scoperti a Madrid mortifica i dubbiosi e rinsalda gli entusiasmi. E' un bottino d'immenso valore, che illumina le parti rimaste in ombra della vita e dell'opera del Vinciano.

Sono corse molte voci negli ultimi tempi, voci critiche, riduttive, intense a ridimensionare la grandezza di Leonardo. Del tecnico, si intende, del meccanico. Gli stessi francesi che con Paul Valéry e con Pierre Duhem avevano ridato spelndore, verso la fine del secolo scorso e i primi anni di questo secolo, al mito di Leonardo, con analisi positive e non fatue esaltazioni spiritualistiche (il primo col celebre Discour sur la metode de Leonard de Vinci, il secondo con Les origines de la statique) si sono come corrucciati, pentiti, il loro entusiasmo si è spento fino a mettere in dubbio la capacità di isntesi di Leonardo, la sua forza di legiferare.
Ecco come si chiudeva nel 1919 il primo capitolo preposto da Valéry a una ristampa del Discours che è del 1894: «Quanto al vero Leonardo egli fu quel che fu. Questo mito più strano di tutti gli altri guadagna infinitamente ad essere trasposto dalla favola nella storia. Più il tempo ci allontana da lui, più sicuramente egli grandeggia. Le esperienze di Adler e di Wright hanno illuminato di floria postuma il Codice sul volo degli uccelli; il germe delle teorie di Fresnel sulla luce si trova in taluni passi di un manoscritto dell'Istituto di Francia. In questi ultimi anni, poi, le ricerche di Duhem sulle origini della statica hanno permesso di attribuire a Leonardo il teorema fondamentale della composizione delle forze e una nozione già assai chiara, sebbene incompleta, da principio dei lavori virtuali che universalmente porta il nome di D'Alembert e che è la chiave di tutta la dinamica». Valéry continuò sempre a credere a Leonardo. Ricordiamo tutti noi che nei suoi incontri era il tema preferito: «E' impossibile pensare a Leonardo senza trovare in lui il modello di una organizzazione mentale straordinaria che ha ottenuto il rendimento massimo da una macchina fatta per capire e creare. Tutta l'esperienza multiforme di una lunga vita è passata attraverso la sua intelligenza spietata e sovrana, che il disegno e l'analisi hanno salvato dai miraggi ingannevoli delle parole».
Il disegno di Leonardo a cui si riferisce Valéry non è lo sfumato, il chiaroscuro, l'espressione ambigua del mistero, la traccia dell'inaffabile, ma proprio il contrario: è il disegno concreto, la determinazione esplicita di un contorno, di un volume, di un dispositivo, l'indicazione di un processo, il flash di un fenomeno: il disegno che fece «disperare» (così disse lui) Le Corbusier a una storica mostra milanese, sulla fine degli anni trenta, dove comparvero per la prima volta i modelli di legno di alcune macchine leonardesche dedotti dagli schizzi, e in particolare due o tre stupende, emozionanti balestre. Sono i disegni meccanici, cioè i progetti, le tavole ingegneresche.
Si può dire e sostenere che probabilmente Leonardo non ha fatto che sfruttare tutte le cognizioni macchiniste che da Aristotele ad Archimede, da Archimede ad Erone alessandrino, da Erone a Giordano Nemorario, da Giordano a Buridan, da Buridan a Oresme sono arrivate fino a lui; ma nessuno nega il virtuosismo dei suoi croquis, dei suoi intrichi, dei suoi grovigli che paiono incisi dalla punta di un tizzo. Il suo «paradiso» (lo chiama così) è nei segni con i quali h arappresentato macchine e uccelli, dighe e fortezze con un acume pari alla magia con cui espresse lo sguardo e il sorriso.
Le 700 nuove pagine inedite dei due Codici scoperti a madrid nel 1967 vengono a mortificare i dubbiosi e a rinsaldare l'entusiasmo dei credenti. Che scialo per eruditi, filologi, critici, e fans modesti come noi, questa miracolosa riapparizione di carte riemerse dal buio profondo dell'inedito, più crudele del vortice accecante dell'isesistente. «Il nero non è mai così nero», cantava la Jeune Parque di Valéry.
I suoi libri. I due nuovi Codici trovati da Ladislao Reti avrebbero meritato un inno di ringraziamento all'altezza dell'elogio leopardiano ad Angelo Mai per la scoperta del De Republica di Cicerone nei fondi della Biblioteca Vaticana. Pare che il bottino sia di immenso valore, proprio al fine di chiarire le parti rimaste in ombra della vita e dell'opera del Vinci. Nel Codice di Madrid I l'«ostinato rigore» celbra i suoi trionfi nella penetrazione di concetti e principi sfuggenti quali sono la forza, l'impeto, l'attrito, il moto, e nella rappresentazione di dispositivi capziosi come le trasmissioni, gli ingranaggi, i cuscinetti. I disegni appaiono eseguiti con cura e precisione straordinarie, quasi che l'autore si fosse finalmente impossessato di verità finalmente consolatrici. Il secondo codice, il Madrid II, è invece tormentato e caotico, non scoppia l'esultanza dell'Eureka archimedeo, ma il cruccio dell'uomo «penato», quasi l'urlo, il Cré-nom baudelairiano. Nella ridda di appunti biografici, di confessioni, di sfoghi (la sua opera è insieme «diario» e «zibaldone») emergono i progetti per un metodo di fusione rivoluzionario del monumento equestre a Francesco Sforza, i piani di fortificazione di Piombino, e l'elenco dei libri (116 titoli) di cui era in possesso nel 1506.
Quasto elenco, molto importante anche ai fini di chiarire le fonti delle sue indagini e gli spunti dei suoi pensieri e delle sue fole, è stato trascritto dal benemerito vinciano Augusto Marinoni nell'ultima edizione della sua fortunata antologia di scritti letterari dell'«uomo senza lettere». Marinoni ha fatto anche in tempo ad arricchirla di qualche inedito estratto dai freschi codici madrileni: solo qualche paginetta, non proprio eclatante, ma ugualmente preziosa. Ecco la sfilza degli inediti contenuti nela nuova edizione della BUR: un indovinello (Madrid I): una invocazione, O Maro, io moro... (Madrid II): tre facezie, la prima sui figli illegittimi, la seconda sulle furbizie di un ladro, la terza sui poveri e i ricchi (Madrid II); una annotazione sul moto perpetuo (Madrid I); un pensiero laconico, «è più difficile intendere le opere di natura che i libri dei poeti» (Madrid I); tre appunti relativi alla fusione del grande cavallo, alla distruzione del cartone della Battaglia d'Anghiari, e alla risoluzione della quadratura del cerchio (Madrid I e Madrid II).
Voglio citare a volo un'altra riga (che leggo trascritta nell'opuscolo pubblicitario dedicato ai 5 volumi contenenti i fac-simili dei 731 fogli, la storia dei manoscritti e i commenti, infine le trscrizioni integrali, 874 pagine) che mi pare tipica dello stile di Leonardo: «l'olio bollendo nella padella grida in fino che discaccia l'umidità».
La proda di Leonardo, che Valéry sottovaluta, e cioè la credava in sottomissione rispetto al segno e al concetto, la prosa che gli ermetici esaltano (e l'altologia della Fumagalli ce ne dà la conferma storica) mantiene una posizione preminente anche dopo la nuova scoperta, sebbene si possa dire che non ci siano apporti clamorosi, e che questi sono semmai documenti più che finzioni o poemi, come si disse al culmine dell'entusiasmo che coinvolse i critici e i poeti della parola. Il Leonardo della Fumagalli fu tra i libri che io mi portai nel tascapane allo scoppio della guerra del '40 sul fronte francese. E non è senza meraviglia che ho trovato una data scritta sui margini dell'antologia «Robilante 19 giugno 1940», accanto a questo pensiero: «Le stanze piccole ravvian l'ingegno, le grandi lo sviano».
Due intervalli. A scrivere la sua enciclopedia intima Leonardo mise tutta la vita; aveva sempre i quaderni sottomano, attaccati alla cintola, grandi o piccolissimi. Nel codice massimo, l'Atlantico di Milano, ci sono appunti che vanno dal primo periodo fiorentino fino agli ultimissimi giorni «in Ambuosa, nel palazzo del Cloux».
Di quasi tutti gli scritti, malgrado il caos dei ritrovamenti, si è riusciti con buona approssimazione a fissare la data. I due codici di Madrid, I e II, sono stati datati rispettivamente 1493-1495 r 1503-1506: due intervalli, il primo nella stagione milanese (1493-1500), il secondo nel ritorno fiorentino (1503-1506).
Tutti hanno un'idea della pagina di Leonardo: non è quella di uno scrittore, poeta e storico, e neppure soltanto quella di un fisico, di un geometra. Ci sono schizzi, disegni, figure, frammisti o intercalati o commentati della famosa scrittura mancina. Fascinosa scrittura, senza punti, senza accenti, senza virgole; scrittura illetterata, da falegname e da fabbro, da muratore e da stagnino, capace di difficili sublimità; scrittura che scorre dritta alla ricerca del senso, scrittura-utensile che non si permette il lusso di svolazzi, di curce, di percorsi, di indugi melodiosi. Segue la via più corta come l'acqua, come l'ago.
Ci ha lasciato brandelli spesso conseguenti uno dopo l'altro, spessissimo spaiati contraddittori. Nessuna presunzione deteriore (anche se sono stati contati centinaia di endecasillabi) se non quando trascrive da Lacerba, da Plinio, da Valturio, dal Bracciolini.
Dobbiamo cercarlo non tanto nei momenti di stasi ma in quella di più acuta presenza, di massima carica.

 

05 Luglio 2021

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