Ivrea. L'utopia dell'ingegner Adriano. Volponi, Fortini, Ottieri, Sinisgalli: e l'industria sposò la poesia

IDEALI Oggi non resta che il Carnevale. Ma con Olivetti, tra gli anni '50 e '60, la piccola capitale del Canavese era diventata un centro di cultura democratica

 

di GIOVANNI GIUDICI

  

"Tutto è perduto, fuorché il carnevale" potrebbe dire di sé la città di Ivrea. Centro, fino a pochi anni fa, di uno di quegli imperi industriali sui quali il sole sembrava non dovesse mai tramontare, Ivrea si appresta anche quest'anno alla grande kermesse carnevalizia che rinnoverà un rituale antico di due secoli. Per poco meno di un secolo sotto il protettivo ombrello di una sempre più grande Olivetti ridottasi in breve giro d'anni a una dimensione poco più che modesta, "Ivrea la bella", la piccola capitale del Canavese, fa oggi pensare a una vedova in gramaglie... Chi ancora si trovi a dover entrare nel grande Palazzo degli Uffici, costruito negli anni '60, in prossimità del casello dell'autostrada, trova vuote (dicono) tre stanze su quattro. Ma nel febbraio del 1956, quando chi scrive vi arrivava da Roma per redigere un giornale di fabbrica, la Olivetti e la città legata al suo nome potevano ben essere pensate come una moderna Atene periclea, una nuova montefeltresca Urbino.

Di Urbino era (come si sa) Paolo Volponi, arrivato anche lui proprio in quei giorni a occuparsi, come direttore dei servizi sociali, di asili, di mense, di assistenza sanitaria, di colonie estive, di "memoriali" come quello dello pseudo Albino Saluggia, occasione del suo più bel romanzo. Volponi avrebbe poi proseguito una carriera che lo portò quasi ai vertici dell'organigramma aziendale. Egli credeva fortemente in una missione sociale e culturale dell'industria. Ma la sua intensa vocazione democratica si sarebbe a lungo andare scontrata con orientamenti di fondo di segno opposto: sia alla Olivetti che poi nella breve esperienza di consulenza alla Fiat. Noto è il suo successivo impegno politico. A capire che Ivrea non fosse poi tanto una favola bastavano, però, pochi giorni: anche per uno che, come me, si proponesse appena di sopravvivere facendo il proprio lavoro e riservando il tempo libero alla letteratura.

A Ivrea non si poteva non sentirsi nel mondo: per la quantità e la qualità delle persone che vi circolavano, degli stimoli che ne derivavano. Non solo letteratura: c'erano economisti (come Franco Momigliano e Gian Antonio Brioschi), sociologi (come Luciano Gallino e Roberto Guiducci), giovani funzionari come Franco Tatò e Guido Rossi e tanti, tanti architetti. I laureati nuovi assunti alloggiavano all'Albergo Dora, dove (in attesa di essere raggiunti dalle famiglie) trascorrevano serate da scapoli, stemperando in pensose conversazioni la malinconia. Circolavano epigrammi di cui non si è rintracciato l'autore: "Il Dora / Umile e angusta / Dimora - ma è lo stesso -/ Alle cui soglie si affacciano a quest'ora / Gli uomini di successo". Tra gli "uomini di successo" non mancavano tuttavia quelli che, dopo un'esperienza di pochi mesi, trovavano che il miglior partito sarebbe stato per loro tornare ai luoghi di provenienza. A Ivrea si potevano incontrare o ascoltare personaggi di fama internazionale: architetti, appunto, o sociologi come Edgar Morin e Friedmann, poeti, artisti e critici d'arte. Pochi giorni dopo il mio arrivo mi vidi davanti, venuto a Ivrea per una lettura di versi, il poeta Giorgio Caproni. Avevo appena cenato con lui alla vigilia della mia partenza da Roma. Il programma del Centro culturale Olivetti prevedeva in genere due o anche tre conferenze ogni mese, oltre a mostre di pittura: Morlotti e Licini, Paulucci e Rosai... Rosai morì improvvisamente all'indomani dell'inaugurazione. Mi ricordo Giovanni Testori venuto a Ivrea per l'affresc o di Martino Spanzotti restaurato nell'ex convento adiacente allo stabilimento principale (la Ico, dalle iniziali del fondatore: l'Ingegner Camillo Olivetti, immortalato da Emilio Greco nella fontana sulla Dora). Non si deve pensare che alla Olivetti un intellettuale fosse un soprammobile da salotto buono. L'"ingegner Adriano" (come si usava nominarlo a Ivrea) era tutto l'opposto del mecenate paternalistico. Un intellettuale egli stesso, uno che aveva letto Bergson e Péguy, Mounier e Simone Weil, credeva fermamente in una funzione attiva degli intellettuali; nell'industria e, insieme, nel progetto sociale di una "comunità" di cui l'industria fosse momento propulsore: il Canavese, col suo territorio "a misura d'uomo", rappresentava un laboratorio ideale.

Il "catalogo" dei collaboratori di tipo un po' speciale di cui quell'imprenditore di tipo molto speciale amò circondarsi rischia sicuramente di risultare incompleto: poeti come Leonardo Sinisgalli e Franco Fortini, scrittori come Ottieri e Soavi, Giancarlo Buzzi e Libero Bigiaretti, studiosi di teatro come Luciano Codignola e Ludovico Zorzi. Ognuno aveva una sua responsabilità aziendale. Geno Pampaloni? Grande critico, sì; ma, a Ivrea, carismatico capo dell'Ufficio di Presidenza, al punto da autorizzare il "bon mot" che "Olivetti Spa" volesse dire "se Pampaloni acconsente". Saggisti come Riccardo Musatti e Renzo Zorzi si sarebbero succeduti alla Direzione della Pubblicità e delle Relazioni Culturali che comprendeva l'organizzazione di grandi mostre e la pubblicazione dei raffinati calendari d'arte. Molte le presenze importanti nel campo del design: da Sinisgalli e Giovanni Pintori (autori del famoso poster con la rosa nel calamaio a significare il superamento dell a scrittura carta-e-penna), a Marcello Nizzoli ed Ettore Sottsass; dal pittore Egidio Bonfante a Walter Ballmer; da Franco Bassi al più giovane Roberto Pieracini... Per tacere di altri collaboratori tra i maestri della grafica mondiale: Saul Steinber g, Savignac, J.M. Folon, Milton Glaser. Cantata dal Carducci e da Guido Gozzano, Ivrea annovera tra i suoi ricordi illustri anche l'aver ospitato nel 1797 Stendhal, intendente dell'armata francese nella prima campagna d'Italia. Vi si era fermato per assistere a una rappresentazione del "Matrimonio segreto" del suo amatissimo Cimarosa. A Ivrea si arriva adesso con un rapido collegamento autostradale: mezz'ora da Torino, poco più di un'ora da Milano. Ma, nel '56, chi prendeva il treno doveva c ambiare a Chivasso: e così anch'io. In attesa della coincidenza diedi un'occhiata al termometro della stazione: segnava -17º. All'insegna del gran freddo cominciava dunque la mia avventura in una Olivetti che era ancora avviata al suo destino di azienda "speciale" che quella sua "specialitudine" riverberava non soltanto sulla qualità estetica dei suoi prodotti, ma anche sulle persone di coloro che li progettavano, li fabbricavano, li vendevano su tutti i mercati del mondo. Il "prodotto" più prestigioso era il nome. Come il fantaccino della "Grande Armée" aveva nel suo zaino (si diceva) il bastone di maresciallo, così anche l'umile "zonista" che andava porta a porta per convincere le famiglie ad acquistare una portatile "Lettera 22" (così denominata da un ispirato e giovane Franco Fortini), aveva nella sua cartella una virtuale nomina a direttore generale. C'erano capi di filiali estere che esibivano un tratto da ambasciatori. Quelli delle filiali italiane potevano invitare a cena banchieri e prefetti. E non vendevano che macchine.

 

Il Corriere della sera, 17 febbraio 1998

24 Gennaio 2012