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Macchine per volare

di Leonardo Sinisgalli
A.I (primavera 1943)

 

I sogni sono macchine per volare

Il cielo, dove noi non vediamo che il vuoto [le cretar néant musical], non ha spaventato Leonardo. Come guardiamo un paesaggio tutta la vita, il corso di un fiume che il tempo muta solo insensibilmente, per trent'anni Leonardo ho letto nell'aria un'animazione che a noi sfugge: correnti, vortici, crinali, linee, superficie, piste e colonne, un crepitare di punti vivi, un edificio elastico, «piramidale». Precisamente è la parte che sta al di qua dell'azzurro che ha interessato Leonardo, dove c'è aria, nubi e la nazione degli uccelli. A lui dunque non premeva l'azzurro del cielo, nè il di là dell'assurro dov'è l'orrendo dominio infinito. Nei suoi scritti sul volo non siamo riusciti a trovare una sola riga di esaltazione del canto degli uccelli, questi poetici mostri. E i suoi studi sulle ali, sulle penne, sulle piume, stanno a dimostrare che con la stessa indifferenza Leonardo tagliava cadaveri d'uomini e volatili.
Vediamo di seguire da vicino i suoi sottili pensieri e legare, se ci riesce, con una curva volubile, che avrà una crisi, una cuspide, negli anni di mezzo, e forse nei giorni di vento della primavera 1505, le due note che portano due date estreme: 1483. 1515. La prima è nel Codice Atlantico, l'ultima e nel Codice G. Tra le due immagini, quella della pannicula nera, la libellula, e l'immagine notturna del pipistrello, erto sopra l'abisso, sta il bianco Cigno profetico. Tutti gli studi di Leonardo sul volo entrano in questo triangolo sensazionale, e costituiscono una mirabile margherita composta coi fogli alati del più enigmatico «journal» che un uomo abbia lasciato agli uomini in testimonianza. Nei primi quindici anni egli è alla ricerca delle ragioni di sostentamento, occupato in calcoli e pensieri relativi alla struttura dei suoi apparecchi di volo. Il suo istinto lo porta subito alle prime scoperte [Vedi l'alie percosse contro all'aria far sostenere la pesante aquila nella suprema sottile aria, vicina all'elemento del fuoco]. Sono gli anni che fruttano a Leonardo il progetto del paracadute. [Se un uomo ha un padiglione di pannolino intasato, che sia 12 braccia per faccia e alto 12, potrà gittarsi d'ogni grande altezza senza danno di sé] e il disegno dell'elicottero con la bellissima leggenda: «La stremità di fori della vite sia di filo di ferro grosso una corda e dal cerchio al centro sia braccia 8. Pruovo se questo strumento fatto a vite sarà bene fatto, cioè fatto di tela lina, stoppata i sua pori con amido, e voltato con prestezza, che della vite si fà la femmina nell'aria e monterà in alto. Piglia lo esemplo da una riga larga e sottile e menata con furia in fra l'aria: vedrai essere guidato il tuo braccio per la linea del taglio della detta asse». Scoperte sostanziali incrinate tuttavia da una svista, per ciò che riguarda la resistenza dell'aria contro la fronte dei corpi in rapido moto, e ch'egli corresse molto tardi, dopo quasi trent'anni dalle prime ricerche, guardando, non gli uccelli, ma un cavallo al galoppo per un sentiero polveroso.
In un foglio del Codice Atlantico sono riportati i primi ragionamenti e i calcoli per la determinazione di un'ala capace di sollevare un uomo: «L'anigrotto apre braccia 5 e pesa 25 libbre: adunque il numero dell'apritura è R [la radice quadrata] del numero del peso. L'uomo 400 e la sua R è 20; adunque 20 braccia apre l'alie predette. La lunghezza dell'alie dell'anigrotto è /, di braccia, onde farai quarti delle 5 braccia che esso apre, che son 3/4, di lunghezza e 3/4, larghe, che dirai ch'esse son larghe 2/20 della loro lunghezza. Adunque se l'omo apre 20 braccia, tu dirai che 3 braccia sieno ancora loro 3/20 della lunghezza d'esse braccia, cioè nel più largo». Leonardo applica ancora la sua legge di similitudine ad altri uccelli, all'aquila e al pipistrello, insistendo in operazioni che dovevano riuscirgli faticosissime. Un'altra serie di misure egli esegue, con l'aiuto di bilance e di carrucole, per determinare la forza muscolare dell'uomo, al fine di ottenere il massimo di potenza necessaria alla battuta delle ali. Riesce a combinare l'azione del peso a quella delle spalle, poi a quella delle gambe, delle braccia, del collo, del dorso, infine a quella del capo, delle reni, delle mani, articolando meccanismi che sembrano strumenti di tortura e ricordano il capestro e gli apparecchi di ginnastica. Nel foglio 276, recto, del Codice Atlantico, si trova il primo disegno di macchina volante. La macchina è di materiale metallico, l'uomo in posizione prona, stretto da due anelli, l'uno intorno al collo, l'altro intorno alla vita. La battuta delle ali è ottenuta manovrando mani e piedi, ritmicamente, le mani mediante due manubri, i piedi entro due staffe. In circa dodici anni Leonardo disegna nove tipi di apparecchi, ne studia i minimi dettagli anatomici con suprema astuzia ed eleganza, specie per quanto riguarda le snodature delle ali e la qualità del materiale [A sarà d'abete innerbata, che ha tiglio ed a leggère, B sarà fustagno, incollatovi piuma, acciò che l'aria di leggeri non fugga. C fia taffetà inamidato e per prova torrài carti sottili]. La conoscenza sintetica ch'egli dimostra dei singoli meccanismi, le applicazioni ch'egli ne fa ai suoi strumenti di volo, la prevalenza che hanno sui fogli i segni più che le parole, e la cura dei particolari (glifi, molle, sportelli, arresti, rampini, scale, ecc.) ci fanno capire di quanta scrupolosa pazienza fosse capace il suo genio. Le sue note sono strettamente utili: non un indugio, non una distrazione, non un minimo sospetto di voluttà verbale. Egli preparava l'animo al grande giorno che avrebbe potuto essere anche un giorno di ruina. Ha visto il cortone di Barbìga far forza con le grandi ali e sollevarsi sul cuneo di vento, ha capito che lo strumento ha bisogno di membra leggere, elastiche, per resistere al furore della discesa, ha raccomandato di tenersi sopra le nuvole per aver tempo di raddrizzare la rotta, ma sopra tutto egli ha detto che l'uomo deve farsi un'anima da uccello, sentirsi, come gli uccelli, le ali attaccate al cuore. L'anno 1505, l'anno del mitico sogno, Leonardo abbandona l'idea di volare. Egli ha 53 anni. Ma il suo sguardo si conserverà acuto fino all'età più tarda, quando la sua scrittura si scioglie, e il piacere di esprimersi per segni diventa meno urgente, quasi meno necessario. Abbandona l'idea di volare dopo di essersi preparato con puntiglio all'impresa che avrebbe riempito «l'universo di stupore», perchè il Demone ex machina [l'exprit de gèometrie] lo stizziva sempre meno del Dio ex petra [l'esprit de finesse]: un senso più segreto della verità, un mi stero inesprimibile per leve e per ruote.
Riprende i suoi studi sul volo degli uccelli, studi apparentemente marginali che ci dànno il sapore del l'odio, della noia di Leonardo. In essi noi riusciamo a stringere la sua presenza più da vicino. Leonardo non vi si nasconde. Gli scritti portano un riflesso della sua stanchezza e noi possiamo scoprirvi anche un certo tardivo gaudio. La sua malizia si scioglie in contemplazione anche se egli non scopre specie di angoli come Pico, ma semplici volatili in attitudini pazze. Il suo speculare ha ora l'ebbrezza di un lavoro in «plein air» a lui doveva portar grande emozione poter trarre delle costanti, delle regole, da eventi cosi volubili. La possibilità di poter ritrovare in ogni istante e per un rapido movimento del corpo, con uno scatto, una condizione di equilibrio perennemente spezzato e riassunto, sorprendere la forma in volo, la rotta nei punti critici dove accadono gli scarti di monotonia, dove il tracciato del moto ha una pausa, quasi un arresto, e comunque una correzione o un pertimento, far diventare leggibile per tutti il grafico scritto nel libro del cielo: ecco ora il suo assillo. Un uccello in volo è un punto dell'universo che vibra, un desiderio carico di slancio che genera in ogni istante una possibilità di rischio, di errore, di caduta, un'apprensione che continuamente lo salva e lo esalta. In bilico sopra l'abisso, volare costerà sempre una fatica enorme, e la libertà che concessa all'uccello, lo spazio che in ogni momento gli si apre, il «paese» che egli guadagna tanto rapidamente, matura in ogni sito la sua morte. L'uccello ha sempre da compiere un viaggio, deve toccare un confine; vola per necessità, non per diletto: Leonardo credere che l'uccello si alza solo spingendosi controvento. Sembra ch'egli spieghi una poetica contro il «souffle de l'inspiration». Le curve, i cerchi, le spirali, ch'egli determina, pure cosi labili, così casuali, acquistano la rigida fatalità di orbite planetarie. Egli doveva vedere negli uccelli specchiata la sua ansia di solitudine, la voglia di un destino temerario.
I suoi mille disegni di uccelli in volo restano ancora tutti validi [anche se alcuni argomenti invece risultano errati] e costituiscono un trattato di navigazione di una minuzia e d'una evidenza sconcertanti. Leonardo ha fissato delle matrici eterne, ha scoperto una specie di metrica del volo. Ma come riusciva a vedere cosi distintamente i piccoli moti della testa, gli impercettibili battimenti di ali, il flettersi dei corni della coda in uccelli che volano in arie supreme? Le sue pupille avevano un potere spaventoso il segno che egli traccia dimostra che l'attenzione al cielo doveva prolungarsi per ore ore, altrimenti egli ne avrebbe tratto delle figure, delle impressioni, non degli ordini, delle leggi. Osservazioni e verifiche che gli tenevano la mente legata per alcuni giorni. [Vedi domattina se l'uccello, che gira venendo contro al vento, n, sta nella linia a b, tenendo la testa in b, o s'elli sta nella linia e d]. Segno e scrittura fanno preso al suo pensiero, divengono aggressivi e uncinanti, veri strumenti di analisi, di conoscenza; dove la speculazione più ardita l'espressione si fa più stretta, più gremita. Basta ricordare il teorema sulla forza di penetrazione della parte concava dell'ala e della parte convessa, i disegni e i passi coi quali Leonardo stabilisce le traiettorie della punta dell'ala nella battuta [che sono bellissime ovali «con lunga e stretta ovazione»] e le piste a spirale del volo senza battuta, lungo le quali l'uccello, come l'acqua nella coclea «monta cadendo». Il filo del suo pensiero egli lo stringe con tenacia nella mano che segna e annota: «questo tal dito [il dito grosso dell'ala] fa l'offizio all'alie che fan l'unghie alla gatta quando monta sopra delli alberi; e fa l'offizio di temone, il quale sempre sdruce l'aria»... Cosi sarebbero tutte da ricordare le osservazioni sul volo del nibbio. [Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino, perchè nella prima ricordazione della mia infanzia e' mi pareva che, essendo io in culla, un nibbio venissi a me, e mi aprissi la bocca colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle labbra] ma ne trascriviamo la più drammatica relativa a una caduta del sublime uccello: «Se il nibbio discende, voltandosi e trivellando l'aria col capo, di sotto, esso è costretto a torcere la coda quanta po' in contrario moto a quello che lui vol poi seguire; e. poi, torcendo con velocità essa coda per quello verso che lui vole voltare e, tanto quanto fia la volta della coda, tanto fia quella dello uccello, a similitudine del timone della nave, il quale volta la nave secondo che lui si volta, ma in contrario moto». La presenza di Leonardo è in questi segni, in queste note, che non destano alcuni sospetto di accidentalità. Pure c'è qualcosa che a lui sfugge, nei momenti di maggiore impeto, quando egli è troppo ingegnato a pensare, come pensare fosse una fatica delle mani, della testa, del sangue, di tutto il corpo: c'è qualcosa che gli sfugge, una direzione che non gli si rivela sempre profonda. Forse e il senso del sonno, della morte. C'è una specie di cecità nella sua vista spaventosa. Leonardo dove è più forte e più eretico; non sospetta un mistero [anche quando taglia a pezzi i cadaveri e gli uccelli], non sospetta la presenza di un'anima. Meccanico intransigente, si può dire che il moto, l'animazione delle cose, lo seducono e lo distraggono, più del silenzio, più del riposo, più della stasi insomma: la grande stanchezza del mondo creato. Leonardo non è un mago, non più un uomo del medioevo, come lo saranno ancora Cardano e Della Porta; il suo diavolo è ormai un diavolo per giuoco, come sarà per Cartesio.
Tra il Demone ex machina e il Dio er petra, tra un delirio calcolato e la perpetuo immobilità, Leonardo ci ha lasciati incerti sulla scelta di un luogo di delizia.

05 Giugno 2021

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