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Macchine oniriche

di Leonardo Sinisgalli
A.IV, n.3 (mar 1943)

 

Pare che la fotografia e il cinema abbiano accresciuto in modo incalcolabile la nostra possibilità di sognare. I sogni che erano un lusso di pochi personaggi, Giacobbe, Daniele, Putifarre, costituiscono ormai una ricchezza per tutti, per il volgo e per i re. Proviamo a immaginare una città dove non siamo mai stati: chiamiamola Palmira questa città del nostro sogno. L'immagine che ci resta a occhi aperti di questa città sognata, se potessimo fermarla più di un attimo dentro le pupille, se potessimo guardarla intensamente e dettagliatamente, ci scoprirebbe, a percorrerla, oltre le case e le strade e la gente delle città dove siamo passati o vissuti, molte fisionomie che abbiamo semplicemente guardate sulle pagine delle riviste, o sulle cartoline, o sullo schermo delle sale di proiezione. Come gli aereoplani che portano una macchina (una Leico, una Contax, una Rolleiflex, una Kodak) sotto l'ala o la carlinga è probabile che i nostri occhi, per noi, raccolgano, per conto proprio, tutte le cose viste, anche quelle che noi non guardiamo. Ogni sera, come degli strani piloti, noi ritorniamo dai nostri viaggi di rico gnizione con dei rotoli di immagini nascoste sotto un'ala. Queste immagini vengono sviluppate al buio, dinnanzi ai nostri occhi, quando dormiamo, quando in fine siamo veramente svegli e riusciamo a riconoscere le figure del giorno, le larve della vita, di quell'autre sommeil di cui parla Pascal. Il nostro occhio, anche quando noi siamo assenti, è colpito da un'infinità di idoli che restano come fissati lungo i sottili nastri infiammabili, e che ritornano al buio dopo molti anni con gli errori, le sfocature, le sovrapposizioni tipiche dei fotogrammi sbagliati. Io ho avuto modo di manipolare, in una stanza di Via Clerici a Milano, acidi e pellicole, di tentare delle sovrapposizioni di immagini, di ricostruire tutto un processo chimico e meccanico molto vicino, suppongo, a quanto accade nei nostri sogni, dentro di noi. Le macchine del sogno sono macchine semoventi che cominciano a girare per hasard: non aspettano, come altri meccanismi visivi, uno stimolo [lo stimolo della lettura, per esempio, per cui ogni parola tocca una leva del congegno della visione, che accompagna, con ritardi e anticipi di fase, la traccia di una pagina, o lo stimolo del bacio capace di suscitare tante complesse sollecitazioni, come hanno documentato Santa Teresa (il bacio dello Sposo Celeste) e Rimbaud (il bacio dello Sposo Infernale). Ma non è nostra intenzione spingere la nostra curiosità a spiegare la meccanica dell'estasi, del delirio, dell'oblio]. La macchina (fotografica e cinematografica) ha ceduto al sogno molte risorse illusionistiche (il rallentato, l'inversione del movimento) che sembravano facoltà peculiari della memoria: mentre il sogno, per virtù propria, ha sviluppato una gamma incredibile di alterazioni ottiche non più ritrovabili nel dominio della fisica. Il sogno opera delle trasformazioni plastiche, spaziali, che la lastra o la lanterna non ci danno. Il sogno muta l'orientamento, muta il sito, muta l'inclinazione di un oggetto, vale a dire le sue coordinate. Una strada in pianura si trasforma in una strada in salita; non esiste nel sogno una distinzione tra la mano destra e la mano sinistra, tra l'alto e il basso, il davanti e il di dietro, ecc. Queste macchine muovono delle forme cosi labili, cosi immateriali, forme che hanno perduto tutte le proprietà fisiche, e la cui presenza è semplicemente sensibile alle variazioni di luce. (Rendiamo omaggio a Giambattista della Porta).

Tolgo da una conferenza di Gide, del 25 marzo 1904, questo paragrafo: L'art est toujours le résultat d'une contrainete. Croire qu'il sélève d'autant plus haut qu'il est plus libre, c'est croire que ce qui retient le cerf volant de monter, c'est sa corde. La colombe de Kant, qui pense qu'elle volerait mieux sans cet air qui gêne son aile, méconnait qu'il lui faut, pour voler, cette résistance de l'air ou pouvoir appuyer son aile.

Cito da un articolo del caporal maggiore Bianconi: «Io non voglio morire prima di aver fatto almeno un mastello. Mio nonno faceva il mastellaio. Mio padre fa il mastellaio; mio nonno fece una piccola botte dentro un fiasco, e ce ne vuole del mestiere. Curvare le doghe col fuoco sempre dentro al fiasco, incollarle, mettere i due fondi, sempre con dei ferretti lunghi, piccolissimi, costruiti apposta. Mio nonno dice (e lo dice anche il mio tenente) che le cose belle nascono dalla noia, ma io dico invece che nascono da un gran bisogno di riposarsi».

Dopo il sogno della nassa, mia cugina Elisabetta si è chiusa in camera e non parla che per telefono ai familiari e agli amici. Io le dico per farla arrabbiare: tu hai la più bella voce del mondo, hai la voce di una prigioniera, hai la voce de L'oiseau qu'on n'ouït jamais Une autre fois en la vie. Elisabetta, con la voce di una morta, risponde che, quando si pensa morta, una cosa sola l'affligge e mi domanda: ci saranno dei telefoni in paradiso? Dice che non c'è cosa più bella al mondo che parlare così distesa, parlare dall'altezza di un cuscino a una persona amata. La voce guadagna in persuasione e in voluttà quando percorre il suo cam mino dal basso in alto, quando fa il cammino inverso dei sassi. Credi che valga la legge di gravità per una materia cosi leggera? Rischi di crearti il vuoto attorno, le rispondo, tu rischi di parlare da sola, di non farti più sentire. Infine è quello che cerco, il telefono è uno strumento di iniziazione, vorrei abituarmi a tacere, a raccogliere solo i messaggi che arrivano di lontano. Elisabetta vuole semplicemente far l'abitudine a vivere da sola ormai. Da ragazza, mi racconta mia madre, essa correva a chiudersi in bagno per ore intere. Si portava dei libri, si portava delle calze e le sfilava. Si portava perfino il violino e suonava in camicia. Ieri glie l'ho ricordato per telefono: tu sai che affrettano la crescita dei fiori a suon di musica ? Tu es toujours fatteur avec moi. Ma si, misurano il tempo con le pellicole cinematografiche.

I fotografi sono corsi in Via 4 Fontane alla ricerca del più bell'albero di Roma. Ma non basta dire un bell'albero, perchè l'albero risulti fotogenico. È l'intreccio dei rami, la densità delle foglie, la qualità del verde che interessa. C'è chi preferisce l'Alberone di Via Appia Nuova o il pino del Viale dell'Università. Cosa ne pensa il professor Trompeo ? Donghi quest'estate s'era recato in Umbria per dipingere alberi. Tornò senza aver fatto nulla: erano troppo neri, mi disse.

 

03 Giugno 2021

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