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Giorno aperto

di Leonardo Sinisgalli
A.X, n.31 (4 ago 1934)

 

La luce è sotto le mani
distesa come una bestia,
l'acqua è senza fiato.
Le stagioni lasciano maceri
su questa terra disfatta,
la rondine sopra le crete
sente la frana ad ali basse.
L'alba ha luce di sale
e le strade il respiro
di remote alluvioni.
Ritrovo le radici fredde
le mie notti più distanti
un sonno senza fronte.

L'Eco fu lapidata
comeun angelo falso.
Ora sento in ogni caduta
una presenza più certa.
Il corpo è un vuoto cratere
che mi urla le notti d'insonnia
come la roccia sveglia
di questa mia terra.
Accosto alla pianta
delle mie voci sorpese
le tempie hanno avuto un palpito
d'ali chiuse come di sorgive.
Delle epoche felici
sento talora continuo il rumore:
il sonno a strati a strati
ne ripete il disordine.
L'arena dei pianori
m'illude d'una calma memorabile.
L'ora alta declina
in un gesto implacato;
come un limo rifiuta la mia ombra
ove avverto nel passaggio d'un volo
un'impronta più oscura.

Ecco i rami dai sigilli
tutelati. L'aria preme
i margini intatti. Il sonno
mi finge negli occhi quest'ansia
di foglie che il melo rovescia
dubbioso. Come un ètere
mi delude le mani.
L'ombra ha rotto la corteccia
e si lascia scoprire all'alito
ai passi inesperti.
Il ramarro non la teme:
fermo ai confini del sole
esalta il suo verde ardore.
Tortuosa si aggira ai fusti,
cauta sale la sua pianta buia.

Nelle giunture più attente
ne avverto il contagio.
Qui tra le piante colme
la serpe sente la pelle guasta.

 

28 Maggio 2021

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