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Piccolo omaggio a Scordia

di Leonardo Sinisgalli
A.II, nn.15-16 (giu/ago 1962)

 

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Nino Scordia ha orrore della materia d'accatto ma anche degli schemi e dei teoremi astrusi, ha orrere delle operazioni forzate, dei colpi a vuoto.
Pitta e pitta bene, pitta con tutti i sacramenti, ma pitta, ora, soprattutto col biaco.
Calvesi ha definito lucidamente la voracità di questo plasma bianco che divora il visibile e che rischia di portare Scordia a dipingere il nulla.
Il bianco divora le tele di Scordia come ha divorato le pagine dei poeti.
Scordia vede bianco il vuoto.
Contro l'inflazione dei pittori del nero è rimasto Scordia e qualche altro ragazzo temerario a difendere il volto del nulla, che non è il volto della morte.

Scordia non vuole ricomperre a pezzi il mondo perduto, non vuole gonfiare col fianto le vesciche vuote. La sua lenta e paziente e disperata azione di rucepro (e non si tratta di recuperare forme ma sentimenti) gli fa intravvedere qualche guizzo, qualche volo, qualche vampa lontana.
Scordia non vuole scrivere epitaffi.

Dopo aver fatto scempio di tutti gli apparati il pittore e il poeta moderno preparano forse un altro avvento, un'altra nascita. Dopo aver bevuto tanto alcool sembra proprio che essi abbiano sete d'acqua, d'innocenza.

Roma, maggio 1962

17 Maggio 2021

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