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Come scoprii il poeta Calogero

di Leonardo Sinisgalli
2/3 luglio 1962

 

«Non dimenticherò mai più la sua figura dolente, anche se a poco a poco si appanna - Ma è rimasto vivo lo choc che mi procurarono i suoi versi... Ho trascorso un mese allora in comunione con lui» - Un medico che scrive poesie con una cultura letteraria e filosofica di prim'ordine

Mi sono rimesso a leggere le poesie di Calogero. La lettura, oggi, è più agevole sulle nitide pagine stampate. Ricordo le sbiadite cartelle dattiloscritte che mi contringevano ad auguzzare gli occhi in quel lontano inverno del '55-ì56. Un plico di più di duecento fogli fitti, grigi, con molte correzioni a mano e pentimenti, questo era il libro «Come in dittici» che Lirici per mio consiglio ha trasportato per intero nella sua edizione d'oggi. Da quest'inverno cominciò la mia amicizia e la mia ammirazione per Calogero. Lo conobbi negli stessi giorni. Lo conobbi negli stessi giorni. Non dimenticherò mai più la sua figura dolente, anche se a poco a poco si appanna. Ma è rimasto vivo lo choc che mi procurarono i suoi versi. Calogero mi scrisse lunghe lettere minute dal paese, dove era tornato dopo il fallimento della sua condotta a Campiglia d'Orcia in provincia di Siena. Dovevo far fatica a stargli dietro.
Ha trascorso un mese allora in comunione con lui. Avevo partecipato solo a pochissimi intimi quale grande dono mi era venuto per quel Natale. Mi coltivavo quell'avventura. Mi piaceva di più starmene solo, mi piaceva di più tornare a casa, mi piaceva dimenticarmi di vivere. Gli avevo promesso una presentazione e mai un lavoro mi è riuscito così difficile, Sapevo di avere di fronte a me uno spirito eletto, sapevo di dover dire cose precise, di offrire a lui il risultato di un'analisi che non poteva essere approssimativa. Calogero giurava che la Poesia e la Critica sono due operazioni scientifiche. Egli dava fin troppo credito alla mia scienza e supponeva in me un rigore che nell'intimo non mi ha mai dato nessuna certezza.
Non so fino a che punto la mia breve analisi sia piaciuta a Calogero. Naturalmente, fatalmente, come in utte le pagine che si scrivono anche dietro quell'asciutto referto c'era lo spettro di una autocritica. A rileggere quelle righe (sono riportate nella ampia presentazione da Giuseppe Tedeschi che ha scritto un saggio introduttivo commosso, acuto, informatissimo) io mi accorgo oggi di essere stato troppo guardingo e di avere insistito troppo sulla novità della scrittura e troppo poco sulla commozione che desta quel lugubre assolo.

La prefazione di Tedeschi
Ho letto dunque il libro. Mi sono detto  ancora: che occasione hanno i nostri critici per mettere alla prova i loro congegni! Mi sono proprio detto che se la critica abdica di fronte a un libro così ricco vuol dire che ci sono poche speranze perchè la poesia possa ancora sopravvivere. Perchè capire la poesia è necessario tanto quanto scriverla. Non c'è nessun poeta che può scrivere versi senza almeno la speranza di una risposta, non c'è nessuno tanto forte da parlare al deserto.
L'apparato di notizie, di informazioni, di suggestioni, di incentivi che Lerici e Tedeschi hanno raccolto e ordinato servirà molto a quelli che vorranno conoscere l'habitat e la figura e le vicissitudini del Poeta. Servirà ai lettori e ai critici.
Calogero è un medico che scrive poesie. Calogero ha una cultura letteraria e filosofica di primo ordine, frutto solo delle sue predilizioni, del suo intuito. Calogero è cresciuto lontano dalle grandi città. Calogero ha coltivato il suo ermetismo fuori dei grandi comprensorii della poesia ermetica e con un ritardo di fase che gli ha permesso, quasi per effetto di un trapianto, di raccogliere fiori e messi sorprendenti. Calogero ha scritto poesia tutti i giorni.
Il lettore trova oggi bene ordinati, appunto da Tedeschi e da lerici, una serie numerosa di antefatti della sua poesia. Possono essere utili a capirla meglio. Di Calogero ora si conosce la storia dal principio alla fine, e questo aiuta a dare un senso alle sue parole. Fu invece tanto difficile allora trovare il senso della sua oesia e il valore delle sue parole quando non conoscevo quasi nulla di lui, ma soltanto i grappoli cinerei dei suoi versi. I suoi segni, il suo descrittivismo trascendentale, per riprendere un binomio penetrante di Gianfranco Contini, potevano dare la impressione che il poeta cercasse proprio attraverso le parole il significato della sua vita.

Poesia d'amore
Oggi poessiamo dire che la poesia di Calogero è un apoesia d'amore. I quaderni di Villa Nuccia (la clinica trasformata dalla fantasia delpoeta in giardino d'amore) sono venuti ad illuminare la sua poesia, la sua follia. Concettina, l'infermiera di Calogero, è la sorella di Diorima, la musa di Hölderlin, della Nerina di Leopardi, di Aurelia e delle altre Figlie del Fuoco di Nerval. Da quanti anni le Muse non fanno più visita ai Poeti!
Già l'estate scorsa quando con Tedeschi facevamo dai «Quaderni» la prima scelta per l'Europa Letterartia di Vigorelli mi avevano incantato la potenza d'invenzione, la forza di verità, la presa espressiva di alcune frasi che rappresentavano una conquista più sicura del poeta di Villa Nuccia rispetto al poeta di Melicuccà. Ci sono circa dieci anni di distanza tra i due libri raccolti in questo primo volume delle «Opere Poetiche» di Calogero. Il poeta è passato dal calligrafismo dei poemi più aperti, più esultanti, più barocchi, di «Come in dittici», dal lirismo stracarico al diario, alla cupa mormorazione dei «Quaderni». Lì donna e paesaggio sono chiusi dentro un disegno fiorito e sontuoso, dove la natura riesce ad aprirsi un varco, uno spiraglio, qui ci muoviamo alle soglie dell'oltretomba, tra i fantasmi. Eppure, proprio su queste carte lacere, bruciacchiate, egli ha scritto le sue parole più struggenti, le sue parole soavi e disperate. Le ho chiamate «frasi» non versi o distici o terzine e neppure strofi. «Frasi», come si dice nella musica, come si trascrivono nei referti. «Pure erano rose / e rose e cose e colori da morire»; «Forse ti so dire questo solo / folle sul tuo cuore come sopra il cuore di un leone...»; «Ella sa per chi ama / forse, forse sempre, per chi muore ...»; «Chiara di là dai monti ora ti muovi / nel tuo magnifico, terribile orizzonte»; «Un grande amore o un talento / ti conducevano per mano..»; «Tu eri di là / dal cadavere di una rosa...»; «Ella una volta passò siderea e vespertina / ella passò che era inutile attendere...» «un grido nel nome tuo, / nel nome delle cose che non posso più toccare...»; «e tu sei così forte con così forte desiderio / a me vicina...».

Un'estasi interrotta
L'avevo fatta nella prefazione del libro, stampato in 500 copie a Siena, nel 1956, ripetei l'operazione in un articolo uscito in quegli stessi mesi, sono stato costretto a farla con i diarii di Villa Nuccia: bisogna dare al lettore un saggio di questa poesia anche se è la meno incline a accettare queste violenze. Perchè davvero è un continuum, un'estati ininterrotta. Calogero scrive versi come Michaux scrive scarabocchi, si spreme per esaurirsi. Egli non fabbrica prototipi, non fabbrica oggetti, lavora per estrusione, per lisi, non per gemmazione. Associa le sostanze più disparate inventando un'affinità tra le parole che sconcerta e affascina. E' una poesia che gorgoglia e si muove come una fiamma turbolenta e fantastica. Poesia di congiunzioni come la poesia di verbi. E' un magma di parole insensate che appena appena riesce a cristallizzare, a screziarsi, come dice lui.
Chi non vede i pericoli di questa poesia? Ma lo stesso pericolo potevano correrlo le «Illuminazioni» di Rimbaud o i «Poèmes Pulvèrisès» di Char. Il destino della lirica è proprio quello di spappolarsi in frammenti, di finire in cenere, di lasciare solo qualche splendido, abbagliante detrito. Lo sapeva Ungaretti e lo sapeva bene anche Calogero. Ne aveva piena coscienza. E in una pagina del trentacinquesimo quaderno c'è un testamento. E' il 10 maggio 1960. Scrive: «O anima, o madre dei poeti / e al tuo benigno regno, io pover'uomo, / forse nessuno... / Io due volte, pronto, / sul punto di uccidermi... / I detriti potranno fare / povere cose miracolose e questo mi sale / al labbro, ove io avevo un punto povero / un punto di poeta...».
Lasciamo la cautela agli ideologi, ai burocratici, ai piccoli professori della poesia e della critica, ai funzionari dell'intelligenza, agli accademici per vocazione, ai moderni per commissione, ai furbi con l'aria timida e agli ambiziosi problematici. Lasciamo ai vili la speranza di salvarsi e di sopravvivere.

20 Aprile 2021

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