Sito ufficiale della Fondazione "Leonardo Sinisgalli"

Gli scacchi sono un gioco stupido?


di Enzo Macrì
Intervista a Leonardo Sinisgalli
A.XXVIII, n.35 (7 set 1972)

 

Lignano Pineta, agosto

Ogni estate una sorpresa. A parte il cattivo tempo. Anni fa ci contorcemmo dentro un cerchio di plastica; poi ci rovinammo le mani e i polsi con quelle maledette palline dal nome onomatopeico; quest'anno siamo diventati sedentari davanti a un quadrato pieno di tanti quadratini che si chiama, da secoli, scacchiera.
I sociologi dicono che d'estate siamo più disponibili alle futilità e alla dissipazione. Giusto. Ma questo discorso può valere per certe mode legate al consumismo. Diventa, invece,inaccettabile per gli scacchi che fanno moda da secoli e secoli.
Con gli scacchi, invece, il discorso diventa colto se è vero, come è vero, che molte persone, proprio con il gioco, hanno avuto la sensazione di poter spiegare il mistero dell'intelligenza, il suo ocmportamento, la sua natura. Qualcuno ha addirittura esaltato il gioco a tal punto da sollecitarne l'insegnamento, anche in Italia. Una specie di catechismo per la volontà, il carattere, la personalità.
Ma è vero tutto questo? Gli scacchi sono veramente taumaturgici? Senza dubbio sono un gioco interessante ma sono «realmente» questa grande disciplina dell'intelligenza? E poi: perchè ci stanno affascinando? Per le bizze di Fischer? Per la ingenuità disarmante di Spassky? Perchè questi due personaggi rappresentano due scuole di vita e due sistemi diversi? Oppure per che cos'altro?
Leonardo Sinisgalli, matematico, poeta e scacchista, mi ha detto: «Ci stanno affascinando perchè soddisfano la nostra ricorrente fame e la nostra ricorrente follia per le futilità». MI sono domandato: «Ma questo è il giudizio del matematico, del poeta oppure dello scacchista?». Non essendo uno scacchista, ma avendo un certo rispetto per i giocatori di scacchi, ho cercato una difesa. La prima che mi è venuta in mente. «Ma Sinisgalli», gli ho detto, «gli scacchi sono un gioco che si gioca da secoli». Non mi ha lasciato neppure finire. Ha tagliato corto: «E da secoli sono il nostro isterismo e le nostre nevrosi». Allora gli ho posto questa precisa domanda.
Sinisgalli, allora tu mi vuoi dire che tutte quelle persone che in questo periodo, nei cinque continenti, hanno tirato fuori la scacchiera, o hanno comprato un manuale di scacchi, sono dei nevrotici?
Questo non lo so. So soltanto che i giochi, tutti i giochi, sono degli strumenti adatti a riempire la noia della nostra vita. Io mi ricordo un'estate di tanti anni fa, a Milano. Eravamo un buon gruppo di amici. Avevamo donne, avevamo quattrini, avevamo automobili, avevamo successo e lavoro. Eppure ci mancava qualcosa: il meraviglioso, di specie puerile. Era d'estate. Una sera arrivò al ristorante uno di noi. DIsse «Al giro è arrivato primo Coppi». E poi: «Meno male che è cominciato il giro di Francia. Se no...». Che cosa voleva dire? Voleva dire che quell'estate, con tutto il caldo e il solleone l'avremmo sopportata bene col giro. Capito? Io dico questo: se il campionato di scacchi fosse stato disputato d'inverno io me ne sarei completamente disinteressato. Ho altri liquori da bere, d'inverno. Tutti noi abbiamo altri liquori da bere d'inverno.


Giocare a scopa è più interessante che giocare a scacchi?



In parole povere vuoi dire questo: gli scacchi sono un elemento della nostra alienazione, della nostra infelicità nel momento in cui dovremmo essere felici perchè siamo in vacanza.
Sono un soccorso alla nostra noia, alla noia di tutti, dal metalmeccanico all'industriale; alla noia che d'estate diventa terrificante. L'anno scorso, quando inventarono le palline diaboliche, passai tre sere a piazza Navona per imparare la tecnoca del «mitragliamento». Quest'anno, invece, ho ritirato fuori la scacchiera. Ho provato a giocare con mio figlio. E mi sono annoiato. Non è un gioco intelligente.
Come non è un gioco intelligente. Ma sai che molti padri sono felici che i loro figli abbiano imparato a giocare a scacchi perchè dicono che gli scacchi sono un forte stimolante delle meningi e che con gli scacchi si esercita una forte ginnastica mentale?
Questi genitori non caveranno fuori, dai loro figli, un ragno da un buco. Perchè il gioco degli scacchi è troppo facile. Negli scacchi non esiste nessuna possibilità di dimostarsi intelligente.
E perchè non c'è possibilità di dimostare intelligenza con gli scacchi?
Perchè è un gioco ripetitivo.
Vale a dire?
Vale a dire che le mosse si possono contare sulle dita di una mano. Immagina (questo è un paradosso, naturalmente), immagina una persona che sia soltanto in grado di usare un vocabolario mimico e gestuale di dieci movimenti. O atteggiamenti. Quelli che siano. Sono pochi. No? Le pedine un passo in avanti; gli alfieri si muovono su linee oblique; il povero re può fare un solo passo in tutte le direzioni ma è come se girasse intorno a se stesso. Si, c'è la regina; sì, sì, la regina che, come tutte le donne, ha molta libertà. Questp è vero. Infine c'è il cavallo la cui bizzarria è l'unica cosa che mi incanti nel gioco degli scacchi. Infatti, persino le mie simpatie letterarie vanno a quegli scrittori nei cui testi, sulle cui pagine, io intravedo questi movimenti del cavallo, i movimenti inattesi, sghembi. A parte queste carenze della ripetizione, della interazione che è sempre offensiva della fantasia, ci sono altri difetti fondamentali. Per esempio: la ristrettezza del campo. La scacchiera non è ol mondo intero; non è neppure il Mediterraneo di Ulisse; non è nemmeno la Dublino di Leopoldo Bloom, il personaggio di Joyce. La scacchiera, dai retta a me, è una oiazzetta angusta; anzi, un davanzale di finiestra. Mi ricordo, a questo proposito, che Campigli, malato, in ospedale, giocava a scacchi con un'altra malata, dirimpettaia del suo letto, e giocava servendosi delle grate di una finestra.
Hai detto che il gioco degli scacchi è iterativo, è angusto. Molti, però, tralasciando la ristrettezza, ci vedono un campo di battaglia dove misurare la propria intelligenza.
E' un ampo dove si possono disputare batteglie. Battaglie all'antica. Battaglie come quelle che disputavano Alessandro e Giulio Cesare e in cui le posizioni dei deu combattenti sono allo scoperto.
Ecco, Sinisgalli, ma non è proprio questo, non è proprio questa battaglia «allo scoperto» che rende affascinante l'incontro di scacchi? Uno dei due generali è costretto a indovinare la mossa dell'altro.
C'è molto poco da indovinare. Negli scacchi i movimenti si contano sulle dita di una mano. Sono quelli e non più. E, certamente, nulla casca dal cielo. Gli scacchi non sono altro che battaglie pedestri, elementari. Negli scacchi c'è solo triste automatismo.
E la fantasia?
Ripeto: solo triste automatismo. Gli scacchisti sanno fare le addizioni e le moltiplicazioni che, del resto, meglio di loro sanno fare le macchine calcolatrici. Ma come le macchine calcolatrici non sanno distinguere una O da uno zero. Mi ricordo che all'Alfa Romeo hanno fatto un'inchiesta sul perchè della preferenza dei loro clienti. E mi ricordo che la parola amore, trasmessa dal calcolatore, era scritta con Ø (la o sbarrata che significa zero) al posto dell O. Anche gli scacchisti, i campioni, naturalmente, sono aritmetici, razionali; sono, insomma, precisi ma limitati. Leonardo da Vinci, invece, che era un genio nel Codice atlantico sbagliava le operazioni. D'altronde questa non è una mia scoperta. Edgar Allan Poe, il primo scrittore moderno, lo scrittore che ha saputo unire il razionalismo all'irrazionalismo, scrisse: «Calcolare non significa analizzare. Un giocatore di scacchi, per esempio, calcola senza analizzare; ne consegue che il gioco degli scacchi, nei suoi effetti sul carattere mentale, è grandemente sopravvalutato. Devo anzi affermare che le massime facoltà dell'intelletto riflessivo sono più decisamente e più utilmente messe a prova dal modesto gioco della dama».
Meglio la dama che gli scacchi? Perchè?
Lo dice lo stesso Poe. Sostiene: «Nella dama le mosse subiscono poche varienti e le probabilità di commetere distrazioni sono diminuite. Così può aumentare l'acume». La sostanza del discorso di Poe è questa: il semplice è più difficile del complicato. E sai perchè? Perchè il semplice è l'essenzialità, la purezza. Questo è un concetto dell'arte e anche della scienza: matematica, chiica. La dama, secondo Poe, è meglio degli scacchi perchè mentre gli scacchi sono barocchismo, la dama è razionalità. Ma io vado al di là di Poe. Per me, il gioco più semplice è quindi più difficle resta quello della scopa.
Sinisgalli, nonostante quello che dici e cioè che gli scacchi sono un gioco privo di inventiva, c'è un fatto; la gente se ne interessa. Anche tu te ne sei interessato.
Certo, ne stiamo interessando tutti. Ma non per il gioco in se stesso ma per i campioni. Iovado alle partite di calcio non per vedere giocare l'Inter ma per vedere giocare Mazzola. Io vado ai concerti non per sentire l'orchestra ma per ascoltare il primo violino. Questa è un'epoca che scarta la personalità la quale, effettivamente, è spesso dannosa e scostante. Tuttavia, per una sorta di recupero intimo, e cioè per compensare le nostre umiliazioni, amiamo dei piccoli eroi: gente come Fischer e Spassky che no sono neppure impiegati delle assicurazioni oppure dell'azienda del gas. E non ci tolgono niente. E non sono nè Nixon e  neppure Breznev che ci possono sotterrare con una telefonata sbagliata e neppure scienzati rispettabili ma pericolosi. Noi, noi uomini di questo scorcio di storia, abbiamo bisogno di ovvietà perchè la vita ci dà troppe cose salate.
Allora la moda degli scacchi non è una passione ma una idiolatria. Una venerazione dei personaggi e del gioco?
E' così. Ed è giusto che sia così. Altrimenti diventerebbe feticismo: attaccamento alla cosa. Infatti, il calcio non è il pallone e il tennis non è la pallina bianca.


L'ombra del mistero ci rende più affascinante il più antico gioco del mondo



Però Sinisgalli, il calcio è stategia. Quanto al gioco degli scacchi, un gioco che risale a qualche migliaio di anni fa, non è soltanto strategia ma anche una filosofia, una visione allegorica del mondo. O no?
A giudizio di tanti è lo specchio dell'odio e poi lo specchio dell'amicizia; è lo specchio della potenza e poi lo specchio della viltà; è lo specchio della nevrosi e poi dell'Igiene mentale; è antropologia, geometria, musica. Pare che in Russia sia anche sociologia; pare che in Italia ne vogliano fare addirittura una didattica. No, non c'è filosofia negli scacchi. C'è anche qui, come in tutti i giochi e, forse in un modo più vistoso, la bravura, l'abilità di due giocatori. Direi anche, al contrario di Edgar Allan Poe, che tra i giochi non c'è neppure gerarchia. La dama vale gli scacchi; lo scopone vale il brigge. Io credo che l'accento vada messo sull'abilità, sulla vocazione del giocatore. Se due non sono bravi lapartita a scacchi non vale niente. E il bello è che tutte le partite a scacchi sono uguali. Morale: noi ci interessiamo ai giocatori.
Alla loro bravura.
Esattamente. Russel e Duchamy spesero molto più tempo a scoprire una mossa segreta del gioco degli scacchi che a creare le loro opere. Che cosa troverono? Il rivale aveva scoperto per conto suo la stessa mossa. La mossa segreta, nel gioco degli scacchi non è altro che la sublimazione del buon senso. Nel mondo degli scacchi può darsi benissimo che il campione sia soltanto quello che ha più fede, quello che ci crede di più. Perciò va maggiormente compatito, perchè ha avuto il coraggio di escludere totalmente dal gioco la vita.
In sostanza tu vuoi dire che Fischer e Spassky non sono altro che due grandi campioni del futile. Quindi la matematica, i calcoli...
Sono gli uomini pieni di buon senso che non salirennero una scala a due gradini per volta, non sfonderebbero un muro con la testa; che afferrano, regolarmente, il coltello della parte del manico. Quanto alla matematica penso che non abbia nulla a che spartire col gioco degli scacchi. Esiste una «teoria dei giochi» in matematica ed è di stampo americano. Una teoria che ha giovato in guerra, alla missillistica così come la vecchia balistica servica agli artiglieri. Si chiama teoria dei giochi perchè ci sono delle scelte e delle oportunità da calcolare. Ma nehli scachi c'è la piccola aritmetica dell'uno più uno che fa due e dell'uno più due che fa tre, vale a dire la mossa del cavallo.
Toglimi un dubbio, Sinisgalli, come mai la storia non ufficiale, voglio dire la iconografia popolare, ci ha sempre mostrato grandi generali e grandi condottieri davanti alla scacchiera come se dalla scacchiera dovessero trarre l'ispirazione oppure come se la scacchiera fosse un modello del loro campo di battaglia?
Gli scacchi hanno esercitato sempre un grosso potere di suggestione sulla gente. Sono stati un po' come una specie di segno, di attributo del potere. In effetti c'è qualcosa di magico, di favoloso attorno a questi sessantaquatro quadretti così gremiti e subito così spopolati. Sugli scacchi c'è stata, e c'è ancora, come l'ombra del sacro che li rende estranei ma affascinanti. E proprio perchè hanno questa attrattiva, proprio perchè sono carichi di una strana seduzione, i potenti li acquisirono alla loro simbologia. Sappiamo bene, però, che non gli servivano a niente. E che erano dei soprammobili fors'anche dei talismani. Napoleone, la Waterloo non l'aveva perduta nella camera da letto dove teneva la scacchiera e neppure sotto la tenda. Erano gli addetti alla propaganda dell'epoca, pittori, adulatori, storici, che fabbricavano queste icone. I grandi, credimi, non erano dei geni sugli scacchi.
Ma Fischer lo è, Spassky...
La genialità sta nello stancare l'avversario. La genialità è la stanchezza dell'avversario. E, infatti, Fischer teme lo sfrigolio dei cardini delle porte, i rumori dei cerini che si accendono. Pensa che quando io scrivo poesie c'è l'aspirapolvere in funzione. Quando Bach componeva le sue «fughe» c'erano nove figli che strillavano. Niente genialità. Forse cerebralità. E un certo schematismo, un saper vivere con i paraocchi. Perchè, in sostanza, questi signori escludono anche la vita.
Sinisgalli tu dici: niente genialità. Allora quello che stanno facendo Fischer e Spassky lo può fare un automa.
Certamente. E lo aveva previsto anche POe. Proprio recentemente due cervelli elettronici hanno fatto una partita. Ma il risultato è stato mediocre.
E' stato mediocre il risultato perchè gli automi mancano di fantasia.
Diciamo di inventiva, diciamo di mestiere, diciamo di destrezza. Spasky e Fischer sono persone che si portano la scacchiera in bagno, che giocano in automobile, che giocano davanti allo specchio. Dice Flaubert: «L'ispirazione, e cioè la grazia, e cioè l'invenzione non è che l'esercizio di tutti i giorni».
Allora tu mi vuoi dire che se un automa si «esercita» tutti i giorni diventa ispirato.
No, si guasta.
Ma non avevi parlato di esercito?
Per l'uomo. Non per la macchina. La macchina è stupida. La macchina ha bisogno della guida dell'uomo. E aiutando l'uomo la macchina ne aumenta lapotenza. Con l'aiuto di macchine calcolatrici, di robot, Fischer e Spassky avrebbero fatto nessun errore ma, ahimè, non avrebbero mai finito di giocare.
E perchè non avrebbero mai finito di giocare?
Perchè avrebbero fatto sempre partite pari. E questa estate non avrebbe avuto nessun mito: nè di nome Spassky e neppure di nome Fischer. Anzi, no, noi tutti, non ne avremmo saputo niente.
Ma perchè avrebbero pareggiato con l'aiuto delle macchine?
Perchè nel mondo delle macchine non c'è superuomo, non c'è campione. Il mondo delle macchine, è frutto di emulazione e quindi di imitazione.
Allora ci attende un futuro senza miti. Neppure estivi.
No. Il mondo non è una scacchiera.



16 Aprile 2021

Fondazione
Leonardo Sinisgalli

C/so Leonardo Sinisgalli,44
85053 - Montemurro (Pz)
Tel./Fax 0971753660
C. F. 96058490762

1758761