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Ungaretti alle piramidi

di Leonardo Sinisgalli
A. XI, n. 20 (19 maggio 1959)

 

Erano circa trent'anni che Ungaretti non tornava in Egitto. Mi è bastato un colpo di telefono, l'altro ieri, per farlo sussultare e gridare: "Partiamo stanotte!". Ci siamo seduti a fianco, lui vicino all'oblò, proprio a ridosso dell'ala di un immerso Superconstellation. Era il suo primo volo. Non si è accorto dello stacco da tera, del passaggio tra le nuvole; si è liberato della cinghia, ha frugato nella taschetta, ha letto tutti gli opuscoli, ha guardato le carte. Infine è scoppiato a ridere quando l'ufficiale in seconda è venuto a spiegarci l'uso del salvagente. "Se non ci fosse questo sibilo fastidioso non mi verrebbe più voglia di scendere a terra". Infine si è appisolato stringendosi dentro il pastrano. Ha stretto le palpebre, piccole, ha allargato le narici, ha chiuso la bocca. Io non riuscivo a prendere sonno, senza rammarico. Non mi lagno più quando il sonno è perduto. Qualche ora di veglia, anche forzosa, non mi disturba. Mi serve per ricapitolare. Quella notte Ungaretti mi dormiva a fianco, sereno. Io fumavo una sigaretta dietro l'altra. Pensavo a un viaggio notturno fatto insieme a mio padre di ritorno dal collegio dentro un treno in mezzo alle montagne. A un certo punto si scosse, di soprassalto, mi strinse le braccia al collo, temeva che io fossi scomparso. "patria mia" mormorò Ungaretti all'aurora quando poggiammo i piedi sulla pista nel deserto. poi ci fu il gesto di uno scriba che segnava le nostre carte spostando la punta della penna da destra a sinistra e il fiotto di fiori sanguigui dell'albaro di Guida, sopra il muro di cinta di una villa di Eliopolis.
Ungaretti ha parlato, ha urlato al cairo ininterrottamente per tre o quattro giorni, quant'è durata la sua vacanza. Avremo dormito in tutto una diecina di ore, non volevamo sprecare neppure un minuto. Tiravamo tardi la sera, sul Nilo, a Sahara City o ai Giardini reali, la mattina presto correvamo all'Esposizione o a Kankalilli o in visita alle moschee o a Saqqara. Abbiamo comprato due tamburelli, due cimbali in un vicolo del vecchio centro in demolizione. Poco più di una quarantina di piastre ciscuno, tempestati di mareperla tagliata a losanghe iridate e coi piattini d'argento. Era una stradina di bottegucce, umide, l'impiantito di terra battuta, le pareti e i soffitti gremiti di merce, strumenti, barattoli di spezie, serti di carbone, mezzetti di erbe. la mente passava sulla testa di una bimba. Davanti alle porte, col collo e due zampe legate in diagonale, una pecora o una capra o un asinello. A mala pena potevamo entrare di fianco dentro gli scuri recessi. in fondo bolliva l'acqua nel pignattino. Sulla soglia qualcuno stirava le camicie col piede, qualche altro succjiava il narghilè che nella versione economica, a buon prezzo, sempre più somiglia a un clistere.
Qui, forse, con questi anziani che quasi sempre accanto hanno un famulo acerbo, un discepolo, un apprendista, un idolo, doveva trascorrere le sue ore Rimbaud, stecchito, quando scriveva alla madte la lettera memorabile, del 23 agosto 1887. "Je suis venu ici parce que les chaleurs étaient épouvantables, cette année, dans la Mer Rouse.. J'ai les cheveux absolument gri. (Rimbaud aveva 33 anni). Je me figure que mon existence périclite... Je suis excessivement fatigué. Je n'ai pas d'emploi à présent. J'ai peur de perdre le peu que l'ai. Figurez-vous que je porte continuellement dans ma ceinture seize mille et quelques cents francs d'or; ça pèse une huitaine de kilos et ça me flanque la dysenterie". Siamo arrivati in questo budello e oscilliamo smemorati distribuendo sorrisi e accogliendo i primi saluti amicali, "Allah benedica tuo padre e tua madre", "Vai con Dio", "La giornata ti sia propizia", traduce già Ungaretti, al quale dalle visceri montano in gola le gutturali e scopiano dalla bocca le dentali, le labiali, le vocali aspirate. Ero stato io a dirigerlo da queste parti, intorno al Continental, dove avevo alloggiato la prima volta e a lato dell'Opera e dei giardini dove, mi dice Ungaretti, trent'anni fa, ma probabilmente prima della rivoluzione, dietro le grate di legno cantavano, cinguettavano, garrivano, tubavano le odalische. Oggi per trovare una donna anche qui, difficilmente autoctona, spessissimo francese o nostrana, bisogna rincorrere ai mezzani e difendersi con sette sigilli, o buttarsi allo sbaraglio dietro le contorsioniste dei night clubs, armene, siriane, fenicie. Telefonare è un'impresa, non tanto per la difficoltà della scrittura o della lingua (i camerieri, anche quelli dell'ambasciata, sghignazzano appena si accorgono di una pronuncia forestiera), ma proprio per l'impossibilità di reperire un numero smarrito o un indirizzo dimenticato: l'elenco dei telefoni è fermo al 1954 e non è stato più ristampato. Ero riuscito, vincendo l'astuzia del taxista, che naturalmente ha i suoi punti cardinali alla rovescia, ad avvicinarmi alla piccola moschea che mi aveva così colpito l'ultima volta. Riconobbi l'esile, gentile, prezioso minareto di pietra antica. Eravamo già davanti alla porta spalancata, ci togliemmo le scarpe con sollievo. "Speriamo di ritrovarle" mi disse Ungaretti sottovoce. La porta era di legno lacerato, cotta dall'aria, e qua e là, senza ordine, incrostata di sottili fregi di bronzo. Il tempio era nudo, naturalmente. Sotto i quattro portici del chiostro, sopra piccole stuoie, pochi gruppi di fedeli, in ginocchio o seduti per terra, o addirittura sdraiati come quei giovani che mi pareva giocassero a dadi o guardassero tutti insieme una refurtiva oscena, perchè stavano con le quattro teste a ridosso e all'improvviso tornarono eretti e compunti come apostoli. "commentano il Corano" disse il Maestro. Ammirammo il bel pulpito scolpito, le vecchie lapidi e nel cortile la vasca d'acqua lercia. "Ci allevano i capitoni". A picco sul nostro capo, pendevano i tendoni laceri dalle corde. Ungaretti diede ai custodi una manciata di piastre, tonde, esagonali, di bronzo e d'argento, col buco e senza. Ne aveva sempre un mucchio nella tasca, le raccoglieva per portarsele a Roma. Ma finiva sempre per regalarle a qualcuno. "Con questi spiccioli campano più di un giorno". "Sono poveri, sono buoni, sono ancora troppo avviliti".
Io non ero venuto al Cairo in vacanza, ma per seguire due avvenimenti: il Congresso e la Mostra del petrolio arabo, con la partecipazione di quasi tutti i paesi del Medio Oriente e di quasi tutte le Compagnie del mondo. Avevvamo portato sulla riva del Nilo una sonda alta una cinquantina di metri e un parco per il trasporto di idrocarburi di 60 metri, oltre l'attrezzatura pubblicitaria di due vasti padiglioni.Ungaretti ci è stato vicino nell'ultima fase dell'allestimento con i suoi consigli. Ricordate la boutade di Bruno Barilli? A chi gli domandava qual'era la pagina più bella di Ungaretti, Barilli rispondeva mostrando un pezzo di giornale: "Il meglio di Ungaretti è qui, questo articolo sul cotone". Il famoso articolo sul cotone, datato dal Cairo il 29 novembre 1931, e pubblicato dalla "Gazzetta del Popolo", è oggi inserito nel grande fascicolo di omaggio per il settantesimo anno del Poeta, uscito in questi giorni a cura di Bonsanti, Ulivi e Lucchese. Ungaretti giornalista, Ungaretti critico, Ungaretti professore, Ungaretti viaggiatore, non valgono meno di Ungaretti poeta. Ungaretti ha dimostrato un vivissimo interesse ai problemi del petrolio, ha parlato con i nostri ingegneri, i tecnici, gli operai. Ha promesso che in una prossima visita, quando gli verrà conferita la laurea ad honoremi dall'Università di Alessandria, sua città natale, farà un salto nel Sinai, sul Mar Rosso, dove lavorano più di mille uomini tra italiani e egiziani. Avevamo preparato per lui una comoda poltrona, all'ombra di una palma, su una terrazzina del nostro stand. Appena seduto, ogni volta, anche due o tre volte al giorno, compariva con il cofanetto a tracolla il tebano Abu-Sirir, il lustrascarpe di 77 anni, nato il 1301 dell'Egira. Ungaretti porgeva i piedi uno dopo l'altro, chiudeva i suoi occhietti celesti, stringeva la faccia come un bimbo, entrava quasi in deliquio. "E' l'odore della cera, ci deve essere dentro un po' d'incenso e un acino di spezia del diavolo, l'"aen el afrit"". Ritrovava il suo gergo nei colloqui col vecchio tebano. E provava a insultarlo affettuosamente, a stuzzicarlo per ridere: "Cansir", porco gli diceva; e il tebano "ebn el calb", figlio di un cane gli rispondeva. "Hinhomar", pezzo d'asino, urlava Ungaretti; "maaras", ruffiano, gridava Abu-Sirir.
Eravamo scesi all'Hilton, inaugurato solo da qualche mese e montato all'americana, quattro ascensori, aria esatta, sex-appeal, scorch, acqua tonica, tecnicolor, jazz. Fummo costretti a sloggiare, dopo la prima notte. Portammo i bagagli ai piedi delle Piramidi, al Mena House, 15 chilometri dalla città. Ungaretti ci si trovò subito a suo agio, "l'agio piace a tutti, ai poverie ai lords". Ricordava i tempi d'oro dello "Sheperds" del "Semiramis", i dolci del sabato da Groppi. Il mena House, ancora oggi, in fase di riassetto e con cuochi e maître musulmani anzichè francesi o angli, è uno dei più bei luoghi del mondo. Il decoro è assicurato per secoli dai preziosi pezzi unici di Parvis, il grande ebanista piemontese arrivato qui verso la fine del secolo scorso. Al Mena House siamo a due passi dal regno dei morti. Questa è la grande hall di smistamento dei visitatori: ci sono dragomanni per le Piramidi, dragomanni per la Sfinge, dragomanni per le tombe e le piramidi di Saqqara. Niente, venti piastre in tutto, poco più poco meno di trecento lire, costa l'obolo senza il cammello o la vettura. Io non ho potuto registrare le impressioni di Ungaretti di fronte alla Sfinge o sul catafalco costruito intorno alla statua di Ramsete II, o nel sepolcro del ricco signor Ti o nella tomba dei buoi. E neppure i suoi commenti nella visita fatta al Museo la mattina del ritorno. Sono certo che Ungaretti troverà il "bel momento" per riassumere i suoi pensieri, per restituirci le sue emozioni. A una corrispondente de "La Bourse Egyptienne" che lo ha interpellato durante la conferenza stampa organizzata dal nostro Istituto di Cultura egli ha risposto di riportare da questo viaggio un choc "terribile". Ha aggiunto anche che la bellezza dei faraoni è "sinistra". A me tocca dire che in questi sopraluoghi, passando dal caldo al freddo, s'è buscato un brutto mal di pancia. "Ho il torcibudella", - diceva, ingoiando a due a due pasticche di endoioformio e bevendo un whisky dietro l'altro. Non ha dato gran peso all'incidente. Ha continuato ad esaltare fino ad Atene (quando finalmente stremato ha potuto riprendere il sonno perduto) la danzatrice armena Hoda Cham Eb din ("la danza del ventre è un problema da risolvere coi piedi") e a mormorare facendo scorrere tra le dita le ventitre poste del suo rosario di ambra acquistato al bazar per 4 sterline ("un dono che ho desiderato per 50 anni"): - "Bees-meh Allah", Iddio aiutami.




25 Marzo 2021

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