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Nuovi versi

di Leonardo Sinisgalli
A.1, n.2 (maggio 1945)

 

I.
Dove una voce mai udita
Si sporge a chiedere pietà?
Sulle péste dell’aria trita
Ai confini di un’altra età.

 

II.
Volano frotte di monelli
Per le pendici del Monte, volano
Leggeri sui pattini,
Brandiscono rami di melo
Come scettri fioriti.
Calpesto i bianchi veli
Che hanno lasciato per via.
Ma sono stanco, aprile,
Non è più il tempo delle corse felici,
Il tuo balsamo non mi riconforta.
Resterò fuori sulla porta del Tempio.
Risalirò a fatica la collina
Dov’è passato lo scempio degli angeli.

 

III.
La luna nuova di settembre
Ha cacciato i ragazzi sulla via.
Soffiano nelle mani, un po’ vili
Un po’ pazzi, rifanno il verso
Alla puzzola che si duole.
Ruzzolan nei cortili
Tra i rovi e i calcinacci
A far razzia.
Hanno le ali ai piedi,
Stringono le uova calde nelle tasche.
Li asseconda la luna che addormenta
I guardiani sulle frasche.

 

IV.
Ti alteri come un giglio
Che ha in orrore le fredde luci,
Io ti tocco dove tu bruci
Dove il tuo senno è vermiglio.

 

V.
Dove vivi, che pensi?
Un memore fiore ti coglie
In tardivo suffragio.
Con un gesto improvviso
Stringi le dita, spezzi
Gli stami delle foglie.
Se torna inverno alle dolci contrade,
Se su fragili vetri trema il vento
Alla cima di un gelido meriggio,
Una mano cinerea, un passo grigio
Muove l’incanto e ne geme il tuo viso
Querulo raggio su tetri silenzi.

 

VI.
Il sole caduco, il turbine
D’aria che scrolla le case,
Gli orti, e voi, morti,
Che ci chiamate in aiuto.

 

VII.
È sgusciata la mandorla rossa
Dal suo cappuccetto di velluto,
E' caduto per terra nell’orto
Il nido vuoto dei cardellini d’agosto.
Fumigano i torsi di granturco
Nei camini, scuotono i muli
Le museruole a mattutino.
L’erba nera è cresciuta sopra i tetti,
La pera è già compiuta.
Io devo andarmene. Quaggiù
La terra ha dato tutti i frutti.

 

VIII.
Le lunghe sere, la brace che il padre
Attinse e il fumo amaro della pipa
Bruciava gli occhi, purgava la stizza
Nella gola, e le storie e la canizza
Degli avi allineati sulla ripa
Dell’Agri, duri, con le teste quadre.
Chi raspava alle imposte? Erano i musi
Dei cavalli, erano i nonni dentro i sacchi
D’incerata. (La neve sotto i tacchi,
la notte, il tonfo dei portoni chiusi.)

 

IX.
Da una finestra all’altra, da un’età
Gracile, sotto i cieli più leggeri
A questa pioggia caduta da ieri
La tua fronte si gela, si disfa.

Cari sogni, incantati passeggeri
Per gli squallidi inverni di città,
Vetri negri su cui la pietà
Sola dell’aria addolciva i pensieri.

Ma una colomba in fuga fece lievi
I passi delle tende, alla finestra
Una voce bastava a farti festa

E una nube irretita nei tuoi occhi.
Ora l’incanto del vuoto che tocchi
Dissecca il pianto contro le alte nevi.

 

18 Marzo 2021

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