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Le altre mostre

di Leonardo Sinisgalli
A.II, n.2 (15 gennaio 1941)

 

Milano, gennaio.

Certo, al critico di professore, il mese scorso ha offerto molti spunti per destreggiare tra l'una e l'altra latiudine della pittura.
La Galleria del Milione ha esposto una quarantina di opere, quasi tutte notevoli, piazzando sill'altare gli Argonanti di de Chirico e nelle nicchie Funi e Reggiani, De Pisi e Semeghini, Morelli e Morandi (solo un paesaggio e una natura morta).
Casa d'Artisti ha curato un'esposizione di quasi tutta la pittura di Torino con Casorati, sacerdote, e Menzio, Paulucci, Martina, Galvano, Cremona, i chierici. (La tavolozza dei torinesi in cui c'è dentro il colore di Maner, di Matisse, fino a Semegini, è sempre piena di vaghezza, di eleganza, di gusto. C'é dentro la nostalgia di tanta magnifica e sottile pittura passata ormai nella copertina di Erickson e le tavole di Vertès. E' un po' un'insalatina di colori estenuanti, una squisita insalatina, ma, ahimè, sempre un piatto vegetariano. Casorati resta ogni giorno più solo, e il suo verbo continuerà ad essere capito dagli stranieri più che da noi. Cremona e Galvano hanno cose che «piacciono ai letterati»: illustrazioni dunque,curiose illustrazioni).
La nuova Galleria Mascione si è aperta con una panoramica del nostro inimitabile Usellini. Ma io no farò il torto ad Arnaldo Beccaria di parlarne prima di lui: aspetto dunque il mio saggio introduttivo al volume che Scheiwiller sta preparando sul nostro caro pittore merapsichico, per riassumerne ai lettori, a tempo debito, le conclusioni. (Ma bisognerà che Usellini diffidi della eccessiva chiarezza selle sue ultime composizioni. L'Altalena esposta a Venezia e i Fotografi, il suo dipinto più recente, valgono meno, molto meno della Pioggia nel cortile e del Figiuol Prodigo.
Usellini ha una strana angoscia da nutrire: che non gli passi per la testa, ora, di diventare un pittore piacevole! Bando dunque a quelle vernici e a quei toni troppo esilaranti. Continui a scorticare la tela: i sogni sono imbroglio, fumo confusione).
Restano in piedi ancora la Mostra postuma di Marussinf (la prima dopo quella veneziana), la personale di Aligi Sassu, e una piccola esposizione delle ultime opere di Renato Birolli in una saletta di Via Spiga.
Di Marussing hanno scritto in molti, dopo la sua improvvisa scomparsa, da Somarè a Carrieri. La sua pittura necessita di una sistemazione precisa, e speriamo che sarà fatto nella monografia che la Galleria del Milione niene annunciando in memoria del solitario pittore triestino.
Noi potremmo spiegare quell'aria di caffè orientale che c'è nella sua pittura, potremmo sfilare le corde del tappeto e separare le fibre autentiche da quelle di importazione, ricordare certe ville dipinte da Marussing che ci fecero pensare, la prima volta, ai paesaggi di alcuni indimenticabili racconti di Arturo Loria. Ma non sono queste prove che possono far testo ormai. Marussing è già nella storia della pitura: spetta dunque ai critici di professione stabilirne la misura. Si può dire che la parte più sostanziosa della sua opera è quella nata nel clima europeo dell'antiguerra, quella che manifesta evidente un «principio di corruzione».
I suoi enterni triestini, le sue donne, i suoi giardini, suggeriscono tutto un aristocratico «vizio» che in Marussing, a detta di un suo alievo, era il piacere della solitudine, era l'abrinthe della pigrizia, il fumo, il vino. Certo il sio lavoro è stato lungo e paziente. Forse gli è venuta meno la grazia, il miracolo, che di tanti artisti inferiori a lui come «anima» ha fatto dei piccoli maestri. Il caso Marussing mi fa pensare al caso Onofri: deu vite completamente sacrificate all'arte e che per una strana fatalità hanno fatto più cera che miele.
Ma a noi tocca star dietro alla cronaca, rinunciare alle sistemazioni, cercare di sorprendere qualche individualità in crisi di crescita, nell'età dello sviluppo più che in quella dell'assestamento. Parliamo dunque di Aligi Sassu, il cui quadro La battaglia dei cavalieri turchi davanti a Famagusta, presentato al Premio Bergamo ha avuto tante calorose segnalazioni da parte della stampa. Noi non ne siamo troppo convinti: ci è parso più un grande bozzetto per un telone di teatro che un quadro, un vero quadro. Sassu scrisse da ragazzo un poema veramente notevole, i Ciclisti, un quadro che in un certo senso, diceva l'altra sera Guttuso, nessuno dei giovani ha ancora dipinto. Ora, egli sembra preso dalla smania di dipingere largo, di arruffare cavalli, alberi e figure, a vanvera, in paesaggi frantumati sotto fulgori occidui. Messoni dietro a Rènoir a Delacroix e a Tintoretto si ha l'impressione che egli abbia concesso troppa fiducia al suo estro e che abbia perso addirittura il senso dell'arte che è una stasi non un'estasi, che è intelligenza, non calore. Ma è chiaro che noi abbiamo per Sassu molta stima e che ci aspettiamo da lui risultati più validi.

 

17 Marzo 2021

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