Una natura morta

di Leonardo Sinisgalli
Anno XI, n. 132, Milano 1938

 

Fra i settecenteschi trionfi di frutta, di ortaggi, di fiori, mettiamo a parte i trofei del quasi anonimo virtuoso Evaristo Baschenis, nè carnivoro, nè vegetariano, artista minore d'una specie che a noi va così a genio, collerico, malinconico, solitario. Con tanta pazienza e gioia nervosa, con fede di  erborista ha dipinto tende e tappeti, con finezza di naso, di mano, di orecchi è passato col pennello a fingerci sulla tela questi trepidi strumenti. Le sue camere incantate ci fanno venire in mente l'orrore che il piccolo Mozart aveva per le trombette. Confessa il signor Andrea Schachtner, trombettiere della Corte di Salisburgo, in una lettera alla Baronessa di Sonnenburg, sorella di Volfango Amedeo Mozart, che uno squillo di tromba era per il piccolo Volfgangerlo, come una rivoltella carica premuta sul cuore.
Abituati a far romanzo di ogni minimo indizio, ci facciamo commuovere di questi resti lasciati dietro la tenda da una brigata di gente allegra. Forse ci tocca il senso di festa finita, il brusio che lasciano le parole in una stanza chiusa, forse è la decisa incrinatura che è tanto visibile sul legno del pianoforte o quest'attesa che pure ci faceva star male da bambini, alla vista delle olegrafie scoperte in una bottega di calzolaio e raffiguranti carrozze abbondonate sotto gli alberi di un parco o è la mancanza di una persona viva che dà a queste scene un senso così indefinito, autunnale e inquietante?
Un libro di Fulvio Testi lasciato lì tra le carcasse dei liuti ci precisa un po' l'aria di questo sordo naufragio: vale come il biglietto trovato nella bottiglia, vale come lo stemma disegnato a filo d'oro sul panno verde di un cavallo disperso. Un indizio.
Ripensiamo allora i capricci dei cavalieri, le manie delle dame musicali raccolte in questa camera poco prima che si spegnessero le candele e lo sciacquaio delle rime
onda fresca, erba verde, aura soave ...

16 Marzo 2021