Mobili moderni costruiti in serie

di Leonardo Sinisgalli
A. IX, n. 103, Milano  1936

 

domus 1936Un altro industriale italiano, ha risolto per conto suo, nella maniera più spiccia (noi diciamo anche più redditizia), il problema di portare il contributo dell'arte nella fabbricazione degli oggetti d'uso. Questo mobiliere si è messo nelle mani d'un architetto moderno. Ha riconosciuto i diritti dell'invenzione e non ha certo avuto il timore di fare per questo un cattivo affare. E' già dimostrato che se gl'industriali si tenessero a più stretto contatto con gli artisti, il loro prodotto, sia esso un mobile o una tappezzeria, una ceramica o un vestito, non solo risulterebbe più ricercato, ma, siamo sicuri, più utile e più economico. Pensate a ciò che è accaduto nel campo dell'arte pubblicitaria e paragonate l'efficacia di un ordinario catalogo di telerie con un «dépliant», mettiamo, di Olivetti, un manifesto fra i tanti col cartello della Compagnia Generale di Navigazione disegnato da Lucio Fontana. Il pubblico è curioso di ciò che si dice «moderno». Bisogna sapersi servire di questa curiosità, ma soprattutto essere disposti a tradirla. Allora bisogna servirlo con astuzia. Si sa: il borghese scambia un Dossena con Donatello. Noi dobbiamo tentare una contraffazione alla rovescia: dargli un oggetto autentico invece di una copia, e per esempio una sedia di Mucchi anzichè un bastardo e scomodo catafalco di noce con fiamme e zampe di leone o una grossa poltrona di quelle che Rimbaud immaginava fossero incinte.
L'architetto è troppo legato ai fattori della vita collettiva. La sua moralità lo porta a tradire il borghese piuttosto che a secondarlo. Nella maggior parte dei casi egli è cosciente di quanto osservava Baudelaire in certi appunti sull'architettura: «non sempre i bei mobili possono valere i bei monumenti». E' un lavoro in cui rischia l'anonimato. Così come è accaduto per le sedie Savonarola e le specchiere Luigi XVI, accadrà per una sedia di Breuer e una credenza di Platz: non resterà neppure il marchio di fabbrica. In ogni modo è proprio questo lavoro anonimo, lavoro di serie, lavoro standard che fornirà gli elementi più rischiosi per stabilire la «costante» della nostra civiltà. Fate il paragone tra il salotto dell'amica di Nonna Speranza, quello di Andrea Sperelli e l'ultimo descritto da Moravia nel racconto «La Tempesta» e ne trarrete conclusioni istruttive e perfino piccanti.
Per ciò che riguarda la storia dei mobili in acciaio, val la pena ricordare che essi furono inventati nel 1925 dall'architetto Marcel Breuer. Ma i primi modelli di Breuer, la poltrona B3 e la sedia B5 erano rigidi, e fu l'architetto olandese Mart Stam che nell'esposizione di Stoccarda del 1927 presentò il primo modello a struttura elastica, in cui erano aboliti i sostegni posteriori e nel quale forza e forma raggiungevano il loro equilibrio funzionale ed estetico. Queste sedie che a Cocteau sembrarono snelle come cavalli da corsa hanno raggiunto in pochi anni una maggiore eleganza di linea, specie nei modelli di MÏes Van der Rohe e di Le Corbusier. Poi l'applicazione dei tubi d'acciaio cromato è stata fatta a tutti i tipi di mobili.
L'arch. Mucchi ha disegnato appunto per la Ditta Carlo Crespi di Emilio Pino di Parabiago alcuni modelli che vengono qui rappresentati. Sono questi mobili «sinceri» garantiti dalla firma di un artista di fiducia che ci hanno suggerito questo commento.

09 Marzo 2021