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Una piccola città meravigliosa per cinquecento ragazzi di Trieste

di Leonardo Sinisgalli
13-14 gennaio 1955


Non caserma, non colleggio, ma tante casette, gaie e luminose, dove si vive felici - Un prete, un architetto e un capomastro hanno saputo far crescere a braccetto la Carità e l'Intelligenza


Trieste, 13 gennaio.

A Trieste la Carità e l'Intelligenza sono cresciute a braccetto. Don Shirza ha trovato nell'architetto Marcello d'Olivo il pane per i suoi denti, e Marcello ha avuto la fortuna d'imbattersi, al principio della sua carriera, in un prete intelligente e coraggioso. Non c'è due senza tre, e, per completare il trinagolo, aggiungiamo ancora il magnifico Ursello, il capomastro friuliano, deus ex machina di questa impresa.
A pochi metri dal confine, tra i sassi e le piante dell'altipiano carsico, nella più ridente e salubre borgata del Comune di Trieste è nato e cresciuto il Villaggio del Fanciullo per la formazione morale e professionale dei giovani operai.
Don Shirza assistette un migliaio di sfrattati, durante la guerra. Vivevano ammucchiati in luridi casamenti alla periferia della città. Finita la guerra volle recarsi negli Stati Uniti per raccogliere fondi e ne ebbe subito l'opportunità con la nomina a membro di una delegazione giuliana, inviata in America nel 1946 per la discussione del Trattato di pace. Don Shirza ignorava una disposizione dell'Episcopato americano che vieta ai sacerdoti stranieri di sollecitare soccorsi. Sono i Vescovi che organizzano vaste raccolte di fondi, che vengono distribuiti a tutti i Paesi bisognosi attraverso la «National Catholic Welfare Conference».

Il metodo del rispetto
L'Episcopato americano si radunò a Washington versi la fine del 1947 e in tale occasione fu discussa e accolta la domanda di Don Shirza per ottenere l'estensione alla città di Trieste dell'assistenza N.C.W.C. Nei primi mesi del 1948 giunse a Trieste monsignor Harnett ad ebbe così inizio una larga distribuzione di viveri e di indumenti. Raggiunto lo scopo don Shirza lasciò gli Stati Uniti nel marzo del 1948.
Tornato a Trieste, vedendo il gran numero di ragazzi poverissimi e privi di assistenza familiare, gli crebbe la necessità di dar vita ad un'istituzione che provvedesse integralmente ai bisogni e alla rieducazione dei più sprovveduti. Sorse così il Villaggio. Era stato concesso l'uso di un grande edificio sito sul Colle del Cacciatore. Il Governo alleato aveva assicurato l'offerta di 155 milioni. Ma quando tutto sembrava raggiunto, per lo stranissimo atteggiamento di talune persone i due provvedimenti furono revocati e si perdettero gl'immobili e il denaro.
Senza un soldo in tasca Don Shirza ricominciò da zero come l'anno avanti; scelse la collina di Opicina, tra la montagna e il mare, e il 4 novembre del 1949 gettò le fondamenta dell'Opera.
Con le offerte delle scuole di tutta Italia fu restaurata una villa padronale, furono acquistati una casetta colonica e tre ettari di terreno. Furono accolti i primi 34 ragazzi. Sono passati cinque anni. L'area si è estesa a 9 ettari. Sono nati i begli edifici di Marcello d'Olivo. I ragazzi sono saliti a 180. Ma ce ne sono ancora 320 che aspettano il turno. L'Istituzione deve raggiungere la capacità stabile di 500 unità. Son Shilza continua ad avere fiducia.
I ragazzi accolti nel Villaggio, provenienti dagli strati sociali più poveri, sono tutti di età tra i dodici e i diciotto anni, la più difficile e delicata per via dei mutamenti psichici e fisiologici che impegnano fino in fondo l'arte di educare. Il metodo adottato da Don Shirza è cristiano e socratico. E' basato sulla confidenza che scaturisce dal rispetto della dignità umana. Amore e persuasione hanno debellato il rigore e la retorica
.corriere d informazione 1955

Visita d'obbligo
I ragazzi sono divisi in famiglie di 10 unità. Assieme al capo-famiglia, che è un educatore, essi si radunano per discutere fraternamente i problemi che interessano il nucleo familiare e i singoli componenti, provocando così un'intesa affettuosa e intima, che si allarga fino a investire tutta la vita del villaggio e quindi la ricreazione, la scuola e l'officina. La Pedagogia è in anticipo sulla didattica. L'istinto della collaborazione, la disposizione di animo all'amabilità vengono stimolati al massimo con la certezza che nella vita sociale e nel lavoro la simpatia e la collaborazione valgono molto più del burbero esclusivismo e della sterile genialità.
Così come l'educatore non può essere scelto a capriccio anche l'habitat va organizzato in armonia con l'istituzione e i presupposti di una cordiale vita collettiva. Non caserma e niente colleggio, ma villaggio aperto alla natura. Tante casette piccole; e non un unico grande edificio. Casette luminose e gaie per due sole famiglie ciscuna; venti ragazzi. La scuola, il ristorante, le officine, la chiesa, sono invece progettati per tutta la comunità. L'architettura non deve aggregare o disperdere, non deve spersonalizzare. Ma raccogliere, addestrare, ispirare. Non deve chiudere, incatenare, incombere.
Su queste linee programmatiche l'architetto Marcello d'Olivo ha costruito un complesso di edifici che sono tra i più belli che esistano al mondo. Non siamo soltanto noi a dirlo. Veramente noi l'abbiamo detto per primi. Ma lo ripetono tutti i visitatori, i giornalisti, i critici, i turisti, le personalità che capitano a Trieste. E' d'obbligo ormai fare un salto ad Opicina e visitare il villaggio. Io ho avuto la fortuna di vederlo crescere.
L'altipiano carsico è una pietraia forte, un paesaggio calvo con pochi arbusti e qualche chiazza verde. Dentroil sasso Marcello d'Olivo ha piantato i suoi robusti pilastri di cemento armato. E ha dato un gran da fare all'èquipe degli Arsella, muratori di Buie. D'Olivo ha voluto forme taglienti, piani obliqui, linee energiche, vorrei dire esplosive, se questo attributo non fosse sporco di futurismo. Esplosiva è la ramificazione di una pianta pur dentro le regole strette dell'elasticità.

Il progetto della chiesa
E' difficile non pensare a una pianta, piuttosto che a un ombrello, quando si guardano dal basso le emozionanti coperture in precompresso per i locali delle officine. Il grande edificio che fa da scuola e da refettorio si tira dietro, nella nostra memoria, il ricordo di certe fortezze sveve o longobarde, e l'arditezza della carpenteria potuale.
C'è una semplificazione costruttiva che riduce i problemi all'osso e dichiara nel modo più esplicito le simpatie plastiche e la cultura matematica di questo architetto nato. In un'epoca come la nostra in cui molta architettura si è risolta in decorazione, sopravvalutando i problemi particolari, dagli infissi alle maniglie sembra una vera fortuna poter finalmente far festa a un costruttore che fabbrica spazi, volumi e si districa così abilmente tra le formule e i teoremi. Ho visto il progetto della chiesa che con le officine e il refettorio-scuola verrà a completare il centro del villaggio.
Dopo le losanghe e gli esagoni che modulano la scuola, e i quadrati dell'officina, D'Olivo ha progettato il tempio come una catasta di traingoli quilateri. C'è semza dubbio il ricordo dell'architettura orientale, a cui l'architetto friulano ha approdato, anch'egli come tanti, per una crisi del razionalismo puro, risoluto a trovare un'espressività al di fuori del classicismo convenzionale.

Traduzione moderna
Basti qui ricordare che conversioni di questo genere, - saturazioni di cultura cartesiana, - si sono avute da Baudelaire a Ezra Pound, da Delacroix a Matisse. Il richiamo all'Oriente (e al gotico) può spiegare in qualche modo le simpatie di Marcello d'Olivo per Frank Lloyd Wright. Ma a volerlo inserire nella nostra tradizione moderna non è difficile: basta pensare a Boccioni e a Pier Luigi Nervi.
Fui io stesso a provocare l'altr'anno un incontro a Roma tra Nervi e D'Olivo. Ambedue sono architetti matematici, entrambi hanno costretto il cemento armato a soluzioni arditissime. D'Olivo addirittura rasenta la finezza e lamerarietà delle costruzioni aeronautiche. Chi è pratico di cantieri sa quanto sia difficoltoso imporre alle squadre operaie certe soluzioni che sono fuori dalla consuetudine. Le forme acrobatiche di d'Olivo hanno entusiasmato per i primi i muratori, i carpentieri, i cementisti dell'équipe degli Arsella, padre e figli. Da questa intesa, e della fiducia di don Schirza, sono nati gli edifici del Villaggio che, nel magro bilancio della architettura di questo dopoguerra, noi dobbiamo segnare all'attivo, con gratitudine.

26 Febbraio 2021

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