Quadernetto americano
II, n.6 (novembre 1954)
GEOMETRIA E GEOGRAFIA
Già tra le isole Azzurre (Azores Archipelago of fine Muses, Corvo Flores, Fayal, Pico, San Jorge, Graciosa, Terceira, San Miguel, Santa Maria), a 770 miglia dalla costa del Portogallo, sentimmo il potente odore dei sargassi bolliti nel Gulf Stream. Quella stessa mattina ci pareva di vivere felici sui ponti della nave come su un balcone di via Toledo o una loggia dei Castelli romani; le case bianche e leggere sui prati e i cespugli delle viti basse e larghe sulle ginocchia dei vulcani. I piccoli nomi delle nove stelle inchiodate alle acque dell'oceano (un diadema grande come una calza infilata al nostro Stivale) ci introdussero dolcemente alla solitaria rotta sulle acque. Noi non toccammo più terra per quattro giorni e per quattro giorni non vedemmo più nulla, soltanto le colonie di sargassi sulla superficie putrida, trascinate dalla corrente del golfo, e di notte le costellazioni amiche. Capimmo qualcosa della forza e della vastità degli elementi; eravamo un puntino nel raggio di migliaia di miglia, un puntino tuttavia sempre equidistante dal cerchio dell'orizzonte. Scoprii questa linea chiusa che fino a quel momento sapevo soltanto tracciare sulla carta con le punte del compasso, il cerchio sacro di Euclide con le sue proprietà meravigliose (l'angolo al centro è il doppio dell'angolo alla circonferenza che insiste sul medesimo arco). Questo teorema cercai di spiegare al parrucchiere di bordo, ahimè senza profitto, cercai di spiegarlo al commissario, al comandante che aveva perduto l'abitudine alle dimostrazioni. Lo afferrò a volo il bambino venezuelano che ne dedusse un corollario egualmente eccitante: "Tutti i triangoli inscritti in un semicerchio con vertice sulla circonferenza sono rettangoli". La carenza dei geometri mi spinse a cercare a bordo qualche cultore di semplice geografia. Anch'io so troppo poco della vita del vento, tanto che qualche mese addietro mi era venuta voglia di leggerne qualche biografia. Sapevo che c'erano venti effimeri, spifferi d'aria, venti mattutini e serotini, ponentini e brezze, venti umidi e venti secchi, venti bizzarri e venti periodici, mi piacevano le banderuole e gli anemometri a coppe, i galletti di stagnola, avevo pratica di venti che intrigano il cielo e la terra nel mio borgo, ma non sapevo quasi nulla dell'influenza che una certa aria può avere sul taglio, la porosità e la morfologia delle pietre e delle onde. Salii tutte le scalette che portavano al ponte di comando, c'erano apparecchi lucidi, blindati e penne che scrivevano continuamente su rotoli di carta millimetrata. C'erano piume dentro una teca di cristallo capaci di segnalare le minime presenze di fumo dentro i vari scomparti della nave. Raytheon, Salmoiraghi, Marconi, avevano stampate le loro sigle sui coperchi di quelle scatole piene di insetti, di grilli, di organismi suscettibili e obbedienti. Misi la testa nel cappuccio del radar che spazzando in tutte le direzioni non trovava un gabbiano che respingesse i suoi raggi. Tutto sgombro e vuoto il cielo e le acque. Dissi al pilota: mi racconti qualcosa del Gulf Stream. Non mi diede retta il genovese e in verità nemmeno mi diede corda, retta o storta. Tanto che mi decisi a consultare il "Corriere del Mare" stampato ogni giorno per tre quarti a Genova, in anticipo, e per un quarto a bordo. Trovai tutto sulla Lollobrigida, sul carcere Mamertino e su Capri. Ma eravamo in rotta dentro il Gulf Stream, ci saremmo rimasti per quattro giorni fino a New York, e nessuno sapeva illuminarci su questo biscione immenso che striscia eternamente lungo il mappamondo sferico, soffiando come un orco a velocità di direttissimo per evitare il congelamento e la morte di una buona aliquota della crosta e delle coste.
GLI UCCELLINI IN CABINA
L'umidità del cielo gonfiava i pannelli delle cabine. Il rullio faceva scricchiolare le infrastrutture. Una nave si muove come un carretto carico di limoni che fa cigolare i perni. Sentivamo pigolare e miagolare sulle nostre teste, sulle nostre spalle. Qualche notte avemmo la sensazione che il letto si squarciasse e ci svegliammo di colpo. Ma eravamo viaggiatori dilettanti che non sanno rendersi conto dello sforzo immenso che quel guscio oppone alla dura ostilità delle acque. Una nave è sempre una scure che taglia il mare come un tronco d'albero. Una nave è un canestro che non porta il piccolo Mosè sulle acque del Nilo, è un canestro d'acciaio premuto e teso e contorto che trascina migliaia di tonnellate di metallo, di legno, di carne, di lattuga, di uomini, di macchine. I viaggiatori si convinsero che l'uccellino che squittiva nella cabina, proprio lassù, sopra il lavandino, era garanzia della solidità, della flessibilità di tutta l'immensa mole in movimento. Quel fuscello nell'oceano poteva resistere e correre come Coppi perché "gli uccellini" indicavano, sì, un tormento vivo ma anche una resistenza certa. Tutta la massa vibrava, guaiva, miagolava, strideva, perché lo sforzo a cui la struttura e le impalcature erano costrette era certamente più forte di una carezza, era un abbraccio che piegava le costole. Ciascuno di noi si abituò a quella compagnia. Gli sportelli, gli specchi, i letti allentarono il concerto perché la nostra coscienza li digerì per assuefazione e il sonno li conciliò fino a servirsene come complici nella notte e a trasformarli in voci e spiriti del silenzio.
IL MONDO NUOVO
All'alba, in mezzo alle raffiche del ciclone Carolina Hurricane Caroline, il 31 agosto 1954, arrivammo alla foce dell'Hudson. Sulle rive dell'Hudson non è sbarcato Enea. Arrivò Giovanni Verrazzano sulla punta di Manah-Hatin (l'isola delle colline) nel 1524 e vide un popolo vestito di piume multicolori. Manhattan è rimasta ancora una collina, una collina di prismi e di credenzoni, di guglie e di pinnacoli. Il lontano profilo, tra la pioggia e la nebbia, era quello di un nostro villaggio della pianura padana; ma quando ci avvicinammo, appena doppiata la statua della Libertà (il naso mi disse qualcuno è grande un metro e mezzo) i grattacieli di Wall-Street così vecchi, così scuri, così fitti, mi fecero pensare a una osmosi tra l'Oriente e il Gotico, a un sogno come può venite raccontato, disegnato, raffigurato da un essere con un solo occhio. Non avevo dormito la notte, non volevo perdere nulla. Scrissi a casa: "mi sento come un bambino che ha vegliato pensando ai primi pantaloni lunghi che dovrà infilare domattina per la prima volta". Mi pareva di andare per il primo alla scoperta del Mondo Nuovo. Forse mi ero preparato troppo a lungo e avevo finito col perdere il gusto delle cose che avrei trovato. "Vado a fare dei controlli, vado a verificare qualche misura" dissi per celia a un gentiluomo francese che s'inzuppava di pioggia, come me, risalendo la corrente davanti al fitto pettine delle banchine. Arrivati alla Città di Mezzo (Middle-Town) il pellicciaio parigino che tornava a New York per la sesta volta mi mostrò le punte più alte all'orizzonte, l'ago dell'Empire, la pigna del Crysler, la torre di Radio City. Tra i ferry-boats, i caricatori volanti di pe-rolio, i rimorchiatori, riuscii ad alzare gli occhi verso la città ormai vicina. Lessi la scritta cubitale NABISCO altrettanto sibillina quanto le lettere di DUETTI in Piazza di Spagna. Dopo mezz'ora, all'una del pomeriggio, il ciclone Carolina aveva già fatto mezzo bilione di danni, in dollari. Lo dicevano i grandi titoli su tutta la prima pagina delle edizioni serali. Noi trascinati in macchina da Piero de Peverelli ci trovammo subito sotto il gruppo di sky-scrapers del Rockefeller Center. Non era Oriente e neppure Occidente-gotico; lì, in concreto le leggi di Poisson e la Siderurgia, l'arte muraria e l'acrobazia, Cartesio e i muratori del Friuli, le pietre nere e le pietre bige, in armonia, avevano letteralmente rovesciato il cielo, lo avevano buttato di sotto. E le cime ardue dei grattacieli infatti vi affondavano come radici liquide di ninfee.
IL RETTANGOLINO E IL PUNTO
Una qualunque tesi sull'architettura di New York si può puntellare tanto con le idee di Cecchi che di Le Corbusier, di Borgese, di Berenson o di Paul Morand. Si può sostenere che "i grattacieli sono troppo piccoli" come disse Le Corbusier quando sbarcò in America la prima volta. Si può dire che non sono una novità e che le torri di San Gimignano provocano maggior emozione, come disse Berenson. Si può affermare che sono belli, che sono brutti, che sono puerili, che sono insignificanti. Qualunque sproposito può passare per originalità. Resta il fatto che queste costruzioni ciclopiche ci turbano e che soltanto il complesso della Piazza dei Miracoli di Pisa ci diede uno choc così forte. I grattacieli non vanno guardati uno per uno, essi non presumono di passare per dei modelli, per dei prototipi. L'opera dell'architetto del resto qui è trascurabilissima. Quello che conta è l'organizzazione, la distribuzione del lavoro, la raccolta delle équipe, l'addestramento; così come contavano nel Medioevo per erigere le cattedrali, così come contano oggi per fabbricare scatole di latta o aeroplani. Il grattacielo è figlio della nostra civiltà come l'automobile, la turbina a vapore, la dinamo. E sciocco fare un paragone fra l'Eretteo e il grattacielo, tra il Pantheon e il grattacielo, tra Leon Battista Alberti e Graham, tra Palladio e Frank Lloyd Wright. Guardavo l'altra notte la città dal terrazzo del settantesimo piano del R.C.A. Building, e mi parve di scoprirne l'essenza, il modulo, nel rettangolino di luce gialla delle migliaia e migliaia di finestre, nelle processioni di punti rossi delle automobili, nelle coroncine di punti verdi dei semafori. L'acciaio, la pietra, il cemento, la sagoma cubica o prismatica, o piramidale, non avevano senso, assorbite dall'oscurità. C'erano quei rettangoli nitidissimi se pure così minuti e gremiti, ma non casuali, non caotici: erano i rettangoli delle schede perforate, delle nuove macchine elettroniche, era il trionfo della statistica. E i puntini? Perché non fare subito il nome di Klee? Perché non pensare ai "buchi" di Lucio Fontana? La cultura, che interpreterà questo spettacolo è dunque cultura nostra e la cultura dei nostri giorni, non è Vitruvio, ahimè, non è l'Estetica.
LA PARTE DEL DIAVOLO
L'albergo della Ciliegina Olandese, The Sherry-Netherland, di 37 piani (la benemerita Società di Navigazione "Italia" ci ha fatto dono non soltanto di un viaggio di andata e ritorno indimenticabile, sulle due superbe turbonavi gemelle, la "Colombo" e l'"Andrea Doria", ma perfino di una regale ospitalità in un sito bellissimo di New York, davanti al central Park, all'incrocio della Fifth Avenue e della 59 strada) col baldacchino verde davanti all'ingresso sull'ampio marciapiede, ci apriva una vista sugli alberi e sui palazzi addirittura europea; avremmo potuto trovarci a Roma nei pressi di Porta Pinciana, o a Parigi intorno all'Etoile, o a Napoli in fondo alla discesa di via Calabritti. Ma il cielo col crepuscolo verde e rosa è americano, è atlantico. La vena fresca del vento ha una frequenza oceanica. E le bandiere sbattono sui pennoni con un particolare ardire e una diversa frenesia. Ho dormito bene nelle brevi notti. E ho dormito anche a New York qualche pomeriggio. Non ero mai stanco: le sudate, la brezza a tutte le ore anche nel mezzo dell'afa più cupa, il whisky aiutano a stare desti. Di sera, al crepuscolo, rasentavo il Parco camminando a piedi lentamente davanti alle case dei nababbi. Uno scoiattolo veniva a chiedere le noci che poi seppelliva sotto una foglia.
Una nurse portava a spasso due cagnolini piccoli piccoli, ma già adulti. E ricordavo di aver visto al mattino sul tavolo di un restaurant delle rose piccolissime. Facevano certamente meraviglia quei due cani e quelle roselline in un mondo di dimensioni gigantesche. Ma sulla unità di misura, pollice o piede, di questa città bisognerebbe discutere a lungo, scriverne con precisione. Riesce difficile condurre la mano con fermezza sullo scrittoio oscillante di una cabina, infilare dentro le parole l'ago di un pensiero. Credo che gli americani non si siano preoccupati di guadagnare la grazia, di stabilire rapporti sublimi attraverso la bellezza. Essi credono fermamente che senza ispirazione, senza illuminazione, si possa, con gli utensili dell'uomo, con la fresca energia della mente dell'uomo, costruire un mondo più confortevole, più ordinato, più igienico. Hanno cominciato con l'infischiarsene della natura, col ripudiare l'Eden, hanno compiuto operazioni temerarie, hanno raccolto i risultati sproporzionati, le combinazioni mostruose, hanno trascurato le fisiche psicologiche e teologiche, hanno minimizzato il potere del demonio, non hanno avuto paura delle macchine, e si divertono, si divertono seriamente, senza mai peccare di astuzia o di impertinenza, davanti alle donne che si spogliano a suon di musica nei loro ritrovi sotterranei. Che questo mondo, questa vita, volutamente schivi di mistero, finiscano alla lunga col diventare troppo leggibili, espliciti, come un teorema di cui è inutile rifare sempre la dimostrazione, può anche essere considerato un limite. Io non credo alle fole dei sofisti. L'incommensurabile lasciamolo alla matematica, alla metafisica, alla psicanalisi. E le larve, le larve ai poeti.
POESIA A 5 CENTS
Del resto la poesia non è "servita", non è offerta al pubblico in America col nostro lugubre cerimoniale. Non viene letta solo in sacrestia e nelle catacombe. I versi non rappresentano un insulto per i borghesi, non denunciano un'operazione occulta, né una formula magica. Ogni mattina il "Times" e l'"Herald Tribune", senza tema d'offendere i loro lettori portano un mazzetto di versi che vengono serviti sotto il melone e il prosciutto nelle case, negli alberghi di New York. Perfino "Harper's Bazar", perfino il "New Yorker", in ogni numero recano i versi di poeti noti e sconosciuti. "Lo fanno per riempire le 56 pagine quotidiane" mi diceva un giornalista italiano. Mi pare un giudizio ingenuo, come credere ancora che i grattacieli siano spuntati per deficienza di spazio. Certo sui giornali e sulle riviste a grandi tirature, non si leggono i versi di Ezra Pound. Sull'ultimo numero di "Poetry", rivista di poesia fondata nel 1912 da Harriet Monroe, e diretta oggi da Karl Shapiro, trovo un elenco di 188 nomi di membri iscritti a una Associazione della Poesia Moderna. Sono poeti e amici di poeti, un tentativo di Arcadia, una fondazione di Illusi che a mio avviso spiega e giustifica e impone interpretazioni molto più approfondite dell'anima americana. Ma ecco il florilegio che ho potuto estrarre da una affrettata lettura dei giornali e delle riviste di questi primi giorni di estate indiana. Sull'"Herald Tribune" del 1 settembre i versi di Anobel Armour: "Questo ragazzo che possiede l'universo / Porta sassi nella sua borsa. / Nessuno mai gli ha detto / Il valore dell'argento, neppure quello dell'oro, / E anche se ne avesse sentito parlare / Non avrebbe afferrato le due parole. / Poiché egli possiede la pioggia, la rugiada, il sole, / Ed ha in proprietà ereditaria uno o due porticcioli, / Ed è padrone anche di una collina, di un vitello rosso, di una frusta. / Come mai è arrivato così lesto / A possedere tutto questo? / Gli bastano gli occhi e ancora un giorno di vacanza, / La terra è la sua stanza". E ancora sull'"Herald Tribune" del 3 settembre, questi versi di Margery Mansfield:
"La tortora del cielo, come sempre, il tondo scintillante sole / Comincia il suo viaggio molto prima che noi ci destiamo, / Striscia esatto e sicuro attraverso i cieli, / Mentre noi, conigli del momento, saltiamo e corriamo / A zig-zag tra i dilemmi. Troppo presto la luce / Rossa nei fiumi della vittoria ci dice che / Il sole ha raggiunto la collina... ". Dal "Times" del 2 settembre i versi di Geoffrey Johnson: "...I1 tempo è appeso in catalessi, come una volta, ad Ajalon. / Mi volto e guardo la faccia del boscaiolo con le rughe fitte come le vecchie pietre di questo luogo / Nel sole d'autunno. / Vedo il guizzo della nera scure tre volte. / Il becco tre volte ha colpito con vigorosa voluttà. / Spio in silenzio e spio ancora e odo lontano i tonfi senza più echi nell'aria...". Dal "Times" del 6 settembre i versi di E. W. Northnagel: "Pietro, tu sei un vecchio / Fabbricato col sale. / Misuri il tempo e la strada sulle maree, / Corri sulle piste immaginarie di una pianura senza fine. / Psicologo dei pesci, / Astuto orologiaio delle stelle, lavorato dalla brina e dalle funi, / Uomo anfibio e Acrobata invincibile". Come avete visto non è tutta poesia idiota, poesia da 5 cents questa che viene servita quotidianamente, e a mattutino, a milioni di lettori tirati dal letto dagli uncini dei loro jobs.
TRE INCONTI MANCATI
M'ero messo in testa, alla vigilia del mio viaggio, di incontrare almeno tre persone che considero le più rappresentative tra quelle che vivono in America, il poeta Ezra Pound, il matematico Albert Einstein, l'urbanista Lewis Mumford. Pound a Washington, Einstein a Princeton, Mumford ad Harward. Non sono stato fortunato. Di Mumford, a più riprese, abbiamo informato i lettori della nostra Rivista, e in Italia gira un'ottima traduzione della sua opera capitale "The culture of City". Ma non mi è riuscito esprimere a Mumford, a viva voce come avrei voluto, la mia stima profondissima per quella specie di cultura, non soltanto estetica, che lui ed altri pochi (Giedion, Read, Argan) hanno messo in circolazione per il mondo, una cultura, penso io, che può affinare non soltanto l'intelligenza ma anche la mano dell'uomo, oltre che l'occhio e l'animo. Il mio amico Renzo Nissim, dopo anni di attesa, era riuscito in quei giorni a parlare con Einstein. Quando seppe che anch'io nutrivo questa speranza, "non cavi un ragno dal buco" mi disse. Einstein ha timore delle persone sconosciute, e poi, non vuol perdere tempo, non tanto perché tutti i giorni deve fabbricare equazioni, ma soprattutto per non rimuovere certe consuetudini. Deve passeggiare solo per strade tranquille e lungo i viali fiancheggiati di olmi. Come Kant è un abitudinario. Verso le 10,30 ogni mattina un modesto autobus su cui si legge la scritta "Institute of Advanced Study" rallenta all'angolo di Mercer Street, a Princeton (New Jersey), e si ferma dinnanzi alla casa di legno che porta il numero 112. La sua assistente, Bauria Kaufman, laureata in fisica teoretica all'Università di Columbia, l'aspetta nello studio, che sembra un laboratorio o la cella di un priore, un priore astronomo e matematico. All'una del pomeriggio, Einstein ripone i suoi appunti in una borsa di pelle e, se il tempo è buono, torna a casa a piedi. Nissim mi dice che, dopo colazione e l'abituale siesta, Einstein continua a lavorare e a leggere nella sua vecchia poltrona fino a sera. Dopo cena, ogni tanto, suona al pianoforte qualche brano di Bach o di Beethoven. Lo scienziato vive con la figlia adottiva Margot e con la sua affezionata segretaria e direttrice di casa Helen Dukas che gli è stata vicina negli ultimi 25 anni. In casa parla tedesco. "Non credo" conclude il mio amico "che ti riuscirebbe sapere di più". Poi aggiunge scherzoso: "salvo che tu non abbia in tasca qualche strumento matematico, un nuovo calcolo differenziale assoluto, un nuovo utensile o nuovi simboli". Sono uscite quest'anno da noi, a cura di Alfredo Rizzardi e dell'editore Ugo Guanda, le traduzioni degli undici Canti Pisani, "The Pisan Cantos", scritti da Ezra Pound in un campo di concentramento vicino a Pisa. Vanni Scheiwiller ha pubblicato all'insegna del Pesce d'Oro i canti XIII, XX e XXVII nella traduzione di Mary de Rachewiltz, figlia del poeta. Pound stesso deve avere autorizzato la pubblicazione, in coda al libretto, di questo Appunto biografico che trascriviamo per illuminare i lettori: - Ezra Pound è nato ad Hailey, Idabo, negli Stati Uniti, il 30 ottobre 1885. Studiò presso l'Università di Pennsylvania (laurea in Lingue Romanze) e l'Hamilton College (laurea "ad honorem" nel 1939). Nel 1907 viaggiò la Spagna. Nel 1908 di nuovo in Europa e a Venezia stampò il suo primo libro di poesia: "A lume spento". Poi si stabilì a Londra: amicizia con WB. Yeats, Fort Madox Ford e altri; pubblica il suo primo lavoro critico: "The Spirit of Romance"; capo riconosciuto dell'"Avanguardismo" fonda l'"Imagismo", partecipa in arte al "Vorticismo"; forma e lancia i migliori scrittori della nuova generazione e fa pubblicare Joyce e T. S. Eliot. Nel 1921 si trasferì a Parigi: interesse per la pittura ("fauves"), scultura (amicizia con Brancusi) e soprattutto musica: scrisse un'opera musicale, "François Villon" rappresentata e trasmessa per radio; incoraggia e forma nuovi scrittori, tra i quali: E. Hemingway. Dal 1917, in poesia, si era dedicato alla sua opera principale: i "Cantos", di cui i primi sedici pubblicati a Parigi nel 1925. Dal 1925 al 1945 dimorò a Rapallo. La cultura italiana gli deve, tra l'altro, un'edizione del Cavalcanti, curata sui testi originali, corredata da note e commenti e da versioni in lingua inglese; il ritrovamento di spartiti di Antonio Vivaldi studiati da Bach e conservati all'Accademia di Dresda dove vennero distrutti dagli eventi bellici. I microfilms di tali spartiti fatti eseguire e donati dal Pound all'Accademia Chigiana di Siena ne hanno preservato la conoscenza. Dal 1915 si dedicò a divulgare il pensiero di Confucio, del quale è tenace assertore, attraverso traduzioni dirette dal cinese. Curò un'edizione degli studi del sinologo E. Fenellosa. Durante questo periodo si occupò di questioni politico-sociali concentrando i suoi sforzi contro l'"usurocrazia internazionale" in cui ravvisava l'origine di tutti i malanni degli Stati. Pubblicò su tale argomento varie manografie in lingua italiana. Scoppiata la guerra ed essendo stato ostacolato il suo rimpatrio, si valse della libertà di parola concessagli dalla Radio italiana per continuare a diffondere le sue idee. Va precisato che in questo egli intese essere fedele alla Costituzione Americana che impone al cittadino di opporsi al Governo quando questi tradisca gli interessi del paese. Le sue trasmissioni pertanto furono dirette soprattutto contro la politica usurocratica del Governo di allora degli S. U. che favoriva, in ultima analisi, il comunismo russo nel quale Pound ha sempre ravvisato il maggior pericolo per la cultura e la civiltà occidentale. Mai le sue trasmissioni furon dirette contro la Patria, né incitatrici di defezioni o di sabotaggi. In questo sta la fondamentale differenza tra le conversazioni di un Pound e quelle dei "propagandisti" politici delle varie nazioni belligerantì. Accusato di "tradimento" e di "fascismo", consegnatosi alle truppe americane nell'aprile 1945 veniva trasferito nel Disciplinary Training Center presso Pisa ove subì un barbaro trattamento. (Il Poeta aveva allora sessant'anni). In questo periodo angoscioso compose i "Pisan Cantos" (Premio Bollingen per il 1949). Portato in America non venne processato perché giudicato infermo di mente e quindi ricoverato nel manicomio criminale di Washington alle dipendenze della Polizia Federale. Quivi il poeta attende da nove anni di poter far ritorno in Italia dove solo finirà il suo poema epico, raggiungendo i cento "Cantos" altrimenti - egli afferma - non scriverà mai più versi. -
Washington è a un'ora da New York. Si va in aereo come in un taxi. Avevo saputo il nome del medico curante e il numero del reparto. Mi sarebbe piaciuto dire a Pound (che un lontano giorno aveva lodato le mie prime poesie stampate a Milano dal suo amico Giovanni Scheiwiller) il mio ringraziamento per quel consenso di allora così significativo e la mia ammirazione per la sua poesia che ci era diventata accessibile dopo molti anni, un po' tardi forse per beneficiarne interamente. Avrei ripetuto a memoria i passi che più mi avevano colpito e forse il poeta "infermo di mente" come l'hanno giudicato le autorità responsabili, mi avrebbe dato la sublime risposta di Linneo ebete agli allievi che nei pochissimi intervalli di lucidità gli leggevano le sue pagine: "Chi ha scritto queste cose meravigliose?". Gli amici, che mi avevano prima favorito per concludere l'incontro, mi hanno poi dissuaso. Ci sono rimasto male. Avrei voluto dare a Pound qualche notizia sui 250 alberi di zucchero che attraverso il nipotino Sigfrido egli aveva fatto spedire in Italia nel 1952. Gli esemplari sono stati piantati a Merano, a Val d'Ega, alla Villa Celimontana di Roma e a Zagarolo. Già si pensa a un vasto impianto nella Sila, e si spera che l'albero provvidenziale del Poeta possa costituire per i nostri contadini una insperata fonte di benessere. Ma ero a un'ora da lui e non potevo parlargli, non potevo consolare il Poeta prigioniero come Tasso in Sant'Onofrio. Per ripagarmi della delusione un caro amico mi portò un numero di "Reporter". Era del febbraio di quest'anno. Potevo leggere l'incontro con Pound in manicomio nella relazione di un visitatore più fortunato di me. Seppi che Pound trascorre le ore di libertà in compagnia della moglie che lo visita tutti i giorni nel giardino dell'ospedale. Indossa un vecchio soprabito militare sopra una camicia ruvida e le lunghe mutande coprono la distanza tra i pantaloni rimboccati e le pesanti calze affiosciate sulle pantofole. Malgrado i 68 anni suonati il vecchio Ez rivela gran vigore e ottime condizioni di salute. Potrebbe come Hemingway paragonarsi a un grosso orso. Pound insiste con occhio vendicativo di essere vittima di una banda di traditori. "Quando mi presero in Italia gli americani mi consideravano un selvaggio ed ebbero paura di me. Fui guardato notte e giorno, mi fabbricarono una gabbia con le ali di un aeroplano. I soldati mi guardavano dall'alto". Quando sarà messo in libertà il Poeta non pensa di tornare a Rapallo, ma di andare in Inghilterra dove sono i suoi amici e i suoi allievi più congeniali. A Rapallo un gruppo corale organizzato da lui dà ancora regolarmente dei concerti.
PARENTI E PAESANI
Ero sbarcato da qualche ora quando visitai gli uffici della Finmeccanica al 27 piano della 42 Strada 11 West. Le finestre erano tagliate in mezzo, dall'alto in basso, dal palo dell'Empire, che sovrastava tutti gli altri altissimi edifici. Chiesi subito alla segretaria di guardare gli elenchi telefonici Manhattan, Brooklin, Queens, Bronx, Richmond. Erano volumi di 2000 pagine a 4 colonne fittissime. A Brooklin c'erano sette Sinisgalli. Con un lavoro paziente di tessitrice nel giro di due giorni, chiamando nelle ore più assurde, riuscì a conoscere l'indirizzo e il numero di telefono di zio Vincenzo. Al 48610, 178 Worcester Str. Feci la mia prima discesa nella subway, percorsi sottoterra una decina di chilometri, poi affidai a un taxi l'ultima fase della mia esplorazione. Leggevo qualche insegna davanti alle botteghe, Falotico, Angerami, Nubila, Caropreso, erano nomi nostri, nomi di paesani miei. Erano i montemurresi salsicciari che avevano formato una colonia a Thompson Street, una parte povera del Greenwich Village, il Montparnasse di New York. Il taxi si fermò in una strada fitta di camion davanti a un'immensa rimessa dalla quale sbucava un carico di grandi lastre di legno segato. Un garzone m'indicò una scaletta laterale. Al secondo piano una scritta sull'intonaco "Blassi..." e una freccia mi portarono davanti a una porta di castagno grezzo. Una ragazza da una stanza vicina mi fece segno di spingere. Entrai nello sgabuzzino. A pochi passi, seduto, in maniche di camicia, mi parve che mio padre stesse lì ad aspettarmi. Si asciugava il sudore col grande fazzoletto che passava sulla nuca e sul cranio lucido, come quando tornava la mattina dalla vigna. Piccolo ed energico, zio Vincenzo si alzò per abbracciarmi. Mi aspettava. Due telefonate a triangolo dalla 42 Strada al New Jersey, dal New Jersey ad Algoquin avevano segnalato il mio approdo nel regno dove mio padre tornò due volte, nell'infanzia e nell'età matura, ma senza mai mettere radici. "Ho abitato venti anni a due passi di qua. Nella casa di Thompson Street sono nati anche i miei figli. Tuo padre si fermò nove mesi in casa nostra. Poi ho trovato questo pertuso (buco), quando i miei figli si sposarono tutti e tre. Tu hai la faccia di tua madre, non assomigli a noi. Venni nel 1901 quando nessuno di voi era nato. Tuo padre era stato prima con nostro fratello maggiore che ora compie 84 anni, ma non lo potrai vedere, perché abita a molte miglia da New York. Vedrai tuo cugino che ha sposato mia figlia Caterina. Ho 72 anni, la mattina mi alzo alle cinque, da Plainfield arrivo in ferrovia. Lavoro dalle 8 alle 4 del pomeriggio. Poi torno a casa. Vedrai la nostra casa. Ti verranno a prendere quando vuoi". Mi diede da bere in un barattolo di vetro. Mi teneva le mani sulle ginocchia, stavamo seduti di fronte. Nel cortile interno c'erano le grandi tubazioni che aspiravano aria dalla segheria lì sotto. C'era un fornellino elettrico con una piccola caffettiera napoletana. C'era un bacile con una brocca coperti da un asciugamano. Poi una piccola scrivania con i vecchi libri dei conti. "Ho una clientela affezionata. Un centinaio di piccole ditte che comprano da me i barattoli di colori in polvere. Ho lavorato molto negli anni passati quando erano di moda i fiori e i frutti artificiali sui cappelli e sul petto. Ci si sono messi ora anche i giapponesi e i fiori non sono di moda. C'è qualcuno che mi chiede ancora le polveri. Io stesso porto i barattoli a domicilio. La sera torno a casa un po' prima. Negli anni addietro preparavo il lavoro per trenta operai e finivano sempre tardi. Le mie figlie non vogliono che io torni più in bottega. Tra qualche anno butteranno giù tutte queste casacce. Ma come hai fatto a scoprire questo buco?". Venne mia cugina a prendermi con la sua Buick. Andai il sabato a New Jersey a 40 miglia circa da New York. Conobbi zia Ada e tutta la famiglia, col cane, il gatto, le galline. C'era un bel giardino intorno alla casa linda. E un orto con prezzemolo e basilico, pomodori, granoturco e lattuga. Due bellissimi alberi all'ingresso erano gremiti di gigli bianchi e viola, erano fiori mai visti. Le mele mature cadevano sull'erba del giardino con un tonfo che ogni volta mi faceva voltare sorpreso. Coi parenti di sangue la confidenza viene istintiva. Gli zii, i cugini mi sfidavano a bere e bevvi con loro, vino, liquori, alcool, senza perdere la testa. "Leonardo, tu staresti bene qui. Se ti piace bere e lavorare, lavorare e bere, tu staresti bene in America. In America si fanno le pezze". Il discorso tornava sempre su mio padre, e su mia madre che zio Vincenzo aveva conosciuto da ragazza al nostro paese. Mio padre attivo, mia madre seria e gentile.
CONFLUENZE
Com'è nella sostanza di questa cultura a New York io non ho solo incontrato l'America. Ho visto la casa giapponese in una ricostruzione al Museum of Modern Art, ho visitato il negozio della Olivetti alla Fifth Ave, e, davvero un miracolo, qui, dopo averlo per anni e anni sempre inseguito e perduto, cercato, ricordato, sognato, adorato, il mio Seurat, la mia prediletta Sera di domenica alla Grande Jatte! Valeva proprio la pena ch'io affrontassi questo lungo viaggio. Mi hanno fatto togliere le scarpe e calzare pantofole di carta per camminare sui pavimenti di legno della casa giapponese. Avevo paura di scivolare e andavo avanti molto guardingo. Una casa così ha bisogno di un altissimo grado di civilizzazione, di igiene, di una coscienza sempre viva per essere abitata. Dormire per terra, sedere per terra, mangiare per terra esige virtù e disciplina spirituali e fisiche. Ci vuole una tradizione di millenni. I visitatori erano incantati da quegli ambienti che entravano uno nell'altro e giravano come il sole. C'erano sotto vetro alcuni lavori di filigrana, foglie, ramificazioni di foglie, geometria di foglie, argento, oro, ottone. E poi il ruscello e il giardino coi pesci, i pettirossi. I sassi oblunghi, tondi, a strisce, i sassi cavi e il filo d'acqua perenne col muschio, le felci, i tralci di rose. Questa casa esige teneri corpi, anime gemelle, vegetariani. Questa casa impone il silenzio e la riflessione. La storiella messa in giro dal "New York" ha regalato alla Olivetti milioni di pubblicità. Se la merita. Un negozio come quello di New York e come quello di Roma al Tritone fanno onore a tutti noi. Ci vorrebbero due o tre esempi di questo genere alla Fifth o alla Park Ave (ci sono esposte tutte le automobili del mondo, ci sono le Jaguar e le Mercedes a rappresentare l'Europa. Manca, purtroppo l'Alfa Romeo). La parete di Nivola, un grande bassorilievo di fango secco, è bella di colore e di disegno. Sono stupendi i riflettori sparsi in tutto l'ambiente, sia come materia che come meccanismo. Sembrano bulbi di fiori subacquei coi lunghissimi steli ritorti. Meno interessante la ruota in movimento. Il pavimento di marmo verdiccio è coraggioso e sono senza dubbio una sorpresa i supporti delle macchine che nascono dal pavimento come funghi rovesciati. Sono matematiche superfici, sono coni a profilo iperbolico che facevano da chiusa, se ben ricordo, al mio famoso filmetto, la "Lezione di geometria". Il miracolo del negozio è la grande porta di legno in perfetto bilico sui perni. Deve pesare parecchi quintali. Quelli del "New York" dissero di averla sentita cigolare il giorno dell'inaugurazione, e New York è corsa tutta orecchi per ascoltare lo squittio della porta superba. Un saluto agli architetti Rogers, Peressuti, Belgioioso, e all'ingegnere Adriano Olivetti, qui da Gibilterra mentre l'"Andrea Doria" entra nel Mediterraneo. Del quadro celebre di Seurat non dirò più nulla. La mia attesa di anni non è stata delusa. Al Metropolitan Museum ci sono cose formidabili, Vermeer, Cézanne, Rembrandt, il Greco. Seurat ha trovato la sua piccola nicchia in paradiso. Ha dipinto aiutandosi con la lente di ingradimento? Non importa. Forse i disegni e gli schizzi preparatori sono più belli? Guardando da vicino le pennellate, una accanto all'altra, una sull'altra, viola, azzurre, verdi, come striscioline di stelle filanti, pensavo a Kandinsky, alla dissoluzione, alla dissociazione, che di queste paillettes multicolori avrebbe affrontato Kandinsky all'epoca del Cavaliere azzurro. In Kandinsky c'è l'Oriente bizantino, in Seurat è rimasto fermo l'Occidente geometrico che preferisce le leggi dell'ottica, l'unità della visione, ai miracoli del caleidoscopio.
WASHINGTON BRIDGE
C'ero passato dì notte sul ponte di Washington una sera che avevamo bevuto in casa di amici. Eravamo in quattro su una Crysler scoperta, vecchia di qualche anno, ancora valida seppure il suo prezzo era appena di 200 dollari. Alla fine di una festa non si ha più voglia di mettersi a letto, e poi volevamo godere il fresco notturno dopo le grandi sudate. C'era con noi una bella ragazza romana che faceva la modella in una casa di abbigliamento dopo la rottura del suo matrimonio di guerra. Ci stringemmo tutti e quattro sul sedile anteriore, così ciascuno di noi ebbe una parte della dolce amica. A me che stavo accanto al finestrino toccò tutto un braccio e il fianco destro. Atrraversammo il parco velocissimi, che a quell'ora la polizia non protegge più nessuno dagli agguati dei portoricani, che pare siano oggi il terrore della Up-Town. Infilammo alcune strade di Harlem e dopo una lunga serie di sterzate che ci condussero quasi in cielo, ci trovammo davanti alla robusta forcella del primo pilastro di sostegno dei cavi. Pagammo il nostro pedaggio, 50 cents, e a testa supina percorremmo lentamente i millecentosedici metri della campata centrale guardando in alto la collana di lumi che disegnavano in cielo due perfette curve catenarie, le curve studiate da Pascal, dai fratelli Bernoulli e da Galilei. Ma non mi diedi conto quella notte, occupato come dovevo essere a proteggere dalla brezza la spalla nuda della nostra compagna, non mi diedi conto del disegno, e potrei dire della radiografia di quell'opera maestosa. Alla vigilia del ritorno, quando avevo già chiuso le mie valigie mi venne lo scrupolo di non aver guardato bene, nel mio gergo segreto dovrei dire "di non aver mangiato", il Washington Bridge. Ci tornai da solo affidandomi a un autobus che dall'albergo mi ci condusse in un'ora. Suonava mezzogiorno quando infilai la passerella laterale sinistra del ponte riservata quel giorno ai pedoni. Seppi così dalla sentinella, il signor Michael Terilli, che quel giorno faceva la guardia al ponte, che nel 1953 erano passati sulle nove piste più di venticinque milioni di veicoli e che l'altezza del ciglio stradale sul livello d'acqua dell'Hudson è di circa 85 metri. A me che guardavo l'acqua sottostante e il bacino del fiume e le ripe larghissime pareva di stare sospeso su un abisso molto più profondo. Era difficile con tutto il coraggio e la certezza che i calcoli dei carpentieri, degli ingegneri, dei siderurgici, dei tecnologi, dovevano quadrate per forza, era difficile lassù, prendere un aria indifferente. La sentinella mi stringeva il braccio tutte le volte che io portavo la testa fuori del parapetto. Le automobili e i camion correvano veloci sulla pista centrale al nostro lato, e ad ogni passaggio io sentivo che quell'immane reticolo di acciaio tremava come trema la tela del ragno quando pesca una mosca. Dissi alla sentinella che anche le navi scricchiolano perennemente durante la rotta e che qualche volta, specie nel dormiveglia, si può avere l'impressione che il soffitto ci caschi addosso o che sprofondi il pavimento, ma è proprio un nostro puerile errore, perché i ponti e le navi come le canne al vento non resisterebbero se fossero inflessibili. La sentinella, con la sua scarsa conoscenza della lingua paterna, dovette credermi un pusillanime che si perde in chiacchiere invece di guardare in alto e in basso, tra le connessure delle travate, e ammirare, e esaltarsi. La mia acrobatica esplorazione non dovette durare che qualche minuto, a me sembrò di camminare lassù per un tempo lunghissimo perché non riuscii neppure un istante a perdere la coscienza, a distrarmi. Avevo fumato un paio di sigarette, ecco tutto. Quando tornammo verso il pilastro la guardia mi mostrò una lapide all'imbocco dell'arco centrale. C'era scritto in lettere di ferro che la costruzione del ponte tra New York e il New Jersey era stata autorizzata nel 1925, che l'opera era già avviata nel 1927 e che l'apertura al traffico era avvenuta nel 1931. Scrissi su un foglietto anche il nome dell'ingegnere capo, Chief Engineer O. H. Ammann, e mi appuntai il nome delle nove società di costruzioni che avevano collaborato all'impresa. I due cavi di sostegno di tutta l'opera scomparivano nel sottosuolo. Sapevo che lo schema costruttivo del ponte era semplice e antichissimo e che esistono soluzioni del genere vecchie di migliaia di anni sui vecchi fiumi della Cina e dell'India. Solo che al posto delle canne e delle funi, dei salici e dei giunchi qui operava l'acciaio. Dentro quei due tubi verniciati d'argento c'erano migliaia di capelli d'acciaio controllati uno per uno. Guardai un cavo da vicino, forse non bastavano due uomini ad abbracciarlo. Il ponte, per metà, era sospeso a quella fune.
RICAPITOLAZIONE
Rileggo queste note affrettate. C'è soltanto una pallida idea di quello che ho visto in dieci giorni. Del restoio so per esperienza che soltanto la memoria opererà con gli anni una scelta delle mie impressioni, quelle vive e quelle morte. Ma la mia mente è troppo pigra o troppo scrupolosa, agisce abbastanza bene, ma con molta lentezza. Anch'io oltre il bilancio degli acquisti definitivi dovrei tentare un inventano delle sollecitazioni ricevute magari allo stato nascente. Germi che con gli anni sapranno dare qualche frutto maturo. Mi ero messo in uno stato di ricezione quasi vergine, in condizione di buon ascolto, disposto alla simpatia. Un mondo come quello che ho visto è davvero un mondo nuovo, eppure per una buona parte delle imprese sentivo di poterne condividere le responsabilità. Gli americani mangiano male, gli americani vestono male, gli americani non sanno fare all'amore. Ho sentito ripetere tante spiritosaggini del genere. Io ho incontrato in giro gente forte, dall'autista che si fa battere in faccia il ventilatore senza tema di artriti o di polmoniti, alla dattilografa che nella "cafeteria" ingoia almeno due litri di liquido ghiacciato mentre consuma il suo lunch. Sì, ho visto anche un uomo su una panchina che leggeva il giornale e si teneva sulle ginocchia le sue scarpe e i piedi al vento. A una stazione aerea un signore che aveva certamente molta fretta di partire s'era addormentato e russava seduto su uno scranno. La fatica è pesante, il ritmo del lavoro è serrato. Eppure Ferdinando Chiola nel suo terrazzino a Long Island ha il tempo di coltivare il suo basilico e di fumare in pace davanti al laghetto di Flushing. Ho visto anche due gatti in America, uno in casa della ragazza romana a South Central Park, l'altro nel giardino dei miei zii. Ho guardato le stelle dall'alto dell'Empire State Building. Stelle e gatti, le une sempre elementi, gli altri sempre pazzi a rincorrere farfalle intorno ai lumi, stelle e gatti avvicinano nel nostro cuore i paesi più distanti. Ora nel mezzo del Mediterraneo, alle porte di casa, sdraiato sul letto, in cabina, mi pare di vedere dal basso e dall'alto il cielo troppo lontano e gli uomini troppo piccoli. Prospettive inusitate per i nostri occhi, prospettive leonardesche. Mi vengono incontro certi disegni geologici di Leonardo e gli sfondi delle sue pitture. E mi tornano familiari i nomi dei cicloni che hanno sconvolto questa terra e questi mari durante il mio vagabondaggio, Carolina, Dolly, Edna, Florence... Se cercassi facili simboli, e uno svolazzo per concludere farei l'elogio del "sistema" attraverso due "ricordi" che mi sono portato via all'ultima ora: "AMI-open-all", la tenaglia di lega gialla che apre tutto, bellissima di sagoma come una struttura astratta, e un disco di carta ingualcibile, "Hey ther", cantato da Rose Mary Clooney, dentro i cui versi dolci e banali, pronunciati a voce bassa o gridati con caparbia, una ragazza scopre nella luce degli occhi, nel pallore degli orecchi, nella leggerezza dei capelli che c'è qualcosa di irriconoscibile nella sua immagine allo specchio, sì, come Saffo e come Emily Dickinson, anch'essa è forse irrimediabilmente innamorata.
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