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Scipione

di Leonardo Sinisgalli
Roma 1942

Scipione è un pittore che si è fatto nei musei. Egli ha visto Goya e ha dipinto «La Madre» e «La Meticcia» con quella materia polverulenta, gessosa, irritata. Vide il Greco della galleria Corsini e quello di dubbia autenticità della Collezione Contini («Le lacrime di San Pietro», «San Martino», «Ritratto di vecchio») e dipinse il paesaggio di «Piazza Navona», il «Ponte degli Angeli», il «Ritratto di Ungaretti». Soutine e Rouault guardati negli album e le letture della Bibbia, gli suggerirono i motivi sanguinari dell'«Apocalisse» e degli «Uomini che si voltano».
Scipione è stato poco sensibile a quella crisi che nelle arti figurative ha avuto origine da Cézanne. Il vero, la natura, la deformazione, il triangolo, il cubo erano parole di cui egli non ha mai voluto spiegare il significato. (Modigliani gli piacque proprio nelle parti in cui accusava una «digestione» degli antichi). Nella modernità Scipione entrò per altre vie che non sono quelle, troppo facili, del mestiere, della tecnica. (E qui verrebbero a galla quei suoi giovani amici surrealisti, (al secolo Beccaria, De Libero, Diemoz, Sinisgali) come li chiamò Francini nell'Italia Letteraria, e le ripetute accuse fatte a Scipione di pittore patito della poesia. Basti dire che quasi tutte le vignette, fatte per l'Italia letteraria con quell'indimenticabile segno filamentoso, volutamente insolito e ambiguo, egli le ebbe suggerite da quegli amici: scipione partecipava alla polemica letteraria solo per divertimento).
Il suo demonio (lo ha detto anche Emilio Cecchi: Scipione era rimasto uno dei pochi artisti che hanno la forza di credere al Demonio) era il suo sesso. a quei tempi i canti di Maldoror passavano per le mani degli amici e Ungaretti portava in giro il secondo volume degli scritti profetici di Blake, quei «Canti dell'innocenza e dell'esperienza» che uno di quei ragazzi aveva dato in cambio al maestro per un'annata di «Commerce». Poi ci fu la nostra amicizia per Ferruccio Blasi, un allievo di Bertoloni, che s'era laureato con una tesi su Gongora, e Scipione allora capì meglio il suo Greco e la Roma dei Borromini.
alla nostra compagnia Scipione si accostò con l'anima dannata e trovò nella sua vita appena il tempo di scolpirsi. La vena funebre che corre in quasi tutte le sue opere è più inquisitoria che romantica. Egli non ebbe mai la lucidità necessaria nè la neccessaria mortificazione per stabilire i suoi rapporti con Dio e col Diavolo. Quella sua ansia carnale gli servì sempre per condannare se stesso d'istinto e non di ragione. Scipione fece della pittura, è bene  confermarlo una volta per sempre, per esprimere questa sua fede continuamente in pericolo.

09 Gennaio 2021

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