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Manzi il folle

manzi il folle tempo
di Leonardo Sinisgalli
n.11, 17/24 marzo 1951

Riccardo Manzi, le cui vignette pungenti e allusive sono ben note ai lettori di «Tempo», è, fra i disegnatori "comici", una forte e complessa personalità. La sua vena umanistica non ha soltanto il potere di sorprendere chi guarda, ma anche quello di trasmettergli una forte emozione.

Riccardo Manzi, che i lettori di «Tempo»conoscono per le sie spiritosaggini settimanali («Mamma, voglio il formaggino Mao!», oppure: «Dacci oggi il nostro P.A.M. quotidiano», ed altre lepidezze) è un uomo piuttosto tetro, un meridionale malanconico. Milanese da parecchi anni, abita in una casetta con sua madre, canticchia, avrebbe voglia di andare a zonzo e non può perchè piove, si sfoga e sfoggia giacche e scarpe e sciarpe superbe, poi dice: «Ti faccio cucinare il baccalà una di queste sere», «Ti farò preparare una pastiera napoletana». Sapete come succede con gli amici. Li guadagni per caso. Uno di noi che fa il letterato o il poeta o il critico trova magari i suoi migliori amici fuori del clan. A me interessano molto le cose degli altri, la vita, i lavori, i rancori degli altri; quando guadagno un nuovo amico, fuori del mio solito giro, sono contento. Ne ho raccolti tra gli impiegati, gli artigiani, i giornalisti. Pochissimi tra i poeti.
Vedendolo quasi tutte le sere negli ultimi tempi, le sere milanesi, e lavorandoci assieme, ho notato che, per noi meridionali, il lavoro - il lavoro come condanna biblica - si riscatta proprio con la possibilità di precurarci dei compagni. Soltanto i fannulloni possono difenderesi nelle loro Torri d'avorio.
Il meridionale melanconino cerca amici per dividere la propria pena. Non vuol rimanere solo e per questo lo vedete a volte indaffaratissimo. Manzi, animale pigro, ha fatto di tutto quassù. Ha fatto giornali e pupazzi, teatro, critica d'arte e pubblicità. Le tavole di pubblicità che si vedono nell'interno della copertina della rivista «Pirelli» sono state riprodotte nella famosa antologia della pubblicità mondiale «Graphis». un successo così rapido, in un lavoro che conosce appena da ieri, avrebbe inorgoglito i professionisti: Manzi non mi ha mai chiesto di vedere il suo nome nell'almanacco Gotha della pubblicità. «Ti farò cucinare le lenticchie una di queste sere», «ti farò preparare i peperoni al purgatorio». con questi refrains egli cerca di salvare anche me dall'inferno siderurgico. Ma nell'inferno cittadino, con tutto il carico di nostalgie di mari chiari e di orti dorati. Manzi è ficcato con le mani e coi piedi. Egli stenta ormai a ricostruire la forma di un albero, ma ti dà in pochi tratti la sagoma di un aspirapolvere o di un poliziotto. Forse è la fretta, forse è la stessa rarità dell'idea che lo porta ad abbreviare: fanno così le grandi sarte con un pezzo di stoffa e dieci spilli. In una noticina che egli scrisse tempo fa su Steinberg, il reporter portentoso di «All in line» e di «The art of living», Manzi ci fa supporre, in Steinberg, poca spontaneità. Le nostalgie di Manzi, oltre che i mari chiari e gli orti dorati, sono per la pittura. Ed è facile, infatti, mettergli vicino Gentilini o Vespignani. Manzi non ha nessuna vergogna di passare per un disegnatore umoristico: non vuole assolutamente passare per un raffinato cacastecchi. Io lo vedo quando toglie di tasca venti foglietti, con venti schizzi e venti battute, per sceglierne poi solo uno o due.
La storia dei disegnatori «comici» in Italia meriterebbe uno studio molto accurato. Bisogna che qualcuno ci si metta sulla traccia dell' «Essence du rire» di Baudelaire. Ho l'impressione che il «segno» abbia un po' perduto valore. Il segno è diventato un segnale, un simbolo, uno scarabocchio. Non è più una scrittura legata al modello, legata al vero, ma uno schizzo, un geroglifico quasi convenzionale. A Steinberg, per esempio, interessa più il gesto che la mano, più la posa che la figura. L'uomo che corre per Steinberg può avere soltanto le gambe. Importante per molti umoristi è provocare un giudizio o una sorpresa, piuttosto che un'emozione. Ho l'idea che Manzi voglia proprio restituirci una scrittura(non una stenografia) e un'emozione. Magari un'emozione intellettuale. I disegni raccolti in questa pagina vorrebbero avere il valore di fogli di album. Rimanere con noi. Non perdersi miseramente e trascrinarsi dietro i nostri giorni come di volta una pagina di giornale.

19 Dicembre 2020

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