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Di che colore è la poesia di Leopardi? Una lettera di Luigi Anderlini al poeta Leonardo Sinisgalli

di Luigi Anderlini
6 dicembre 1950

Caro Leonardo,
immagino la tua meraviglia nel vedrmi riprendere qui, sulle colonne dell'«Avanti!», e a tanta distanza di tempo, un discorso che è rimasto interrotto dal novembre del '45. Allora io cercai di documentarti (in una di quelle candide letterine che solo i provinciali come me si arrischiano a scrivere) quelli che ritenni di dover chiamare (e forse esageravo un po') «gli ozi autunnali di una sprovveduta vita di provincia». E tirai fuori la trovata della «formual vocalica». So che non è necessario che io ti rammenti quello che allora scrissi, ma tu mi permetterai di parlarne brevemente per comodità del lettore e perchè, dovendo la coda avere un seguito, tanto vale rifarsi da capo. Le colonne dell'«Avanti!» non sono poi quelle linde ed esemplari del Costume; nemmeno i lettori sono gli stessi e se è vero, come è vero, che anche noi siamo un po' cambiati, voglio sperare che tu mi permetterai un tono un po' diverso, meno incantato e meno presuntuoso che, voglio dire, abbia coscienza dei limiti un po' angusti e letterari del terreno sul quale ci muovevamo allora e forse ci mioviamo ancora oggi.
La trovata della «formula vocalica» era scaturita da questo interrogativo: Perchè non dovrebbe essere possibile guardare in bocca a una poesia come si guarda (con la formula dentaria) in bocca a un animale, contarne le vocali come si contano (nelle formule floreali) i petali di un fiore?
E accanto alle

K2, C2, (A8), G2

che erano poi la formula della Poligala Virginiana (un raro e portentoso fiore dell'America del nord) io ponevo

a 28  e 48  i 23   o 28   u 3

10    20   3   13   0

che era la formula vocalica della prima strofa di Chaire, fresche e dolci acque. Al numeratore il numero delle vocali presenti, al denominatore quello delle vocali accentate con la possibilità di ricavare un indice che è tanto più alto quanto più si avvicina all'unità.
Fu facile trovare che la vocale dominate della lirica  petrarchesca oscilla sempre tra la e e la a ed io, fidandomi un poco della autorità di Rimbaud che ha assegnato in un sonotto famoso un colore ad ogni vocale, mi sforzai di ricavare l'impasto coloristico di ogni lirica, di individuare insomma i colori-vocale di una poesia come facciamo con la tavolozza dei pittori più noti.
Ricordo che ti spaventasti quando ti documentai che la vocale dominante delle tue più belle poesie era la u, una vocale dove fermenta una luce nera che da di Lucania e di mistero.
Il tuo «Ventoso» era allora per me chiuso in questa formula

a 52     e 58      i  61     o 46    u  25


   21        18          4         18         14

L'indice delle u è addirittura inferiore a 2, uno dei più alti che io conosca: forse c'era veramente di che spaventarsi. Fin qui, se non sbaglio, il discorso del '45. Ma questa storia dei colori ha continuato a tentarmi per qualche tempo e ne è venuta fuori una oda della quale appuntoho bisogno di parlarti.
Ho ripreso in mano il vecchio volume dei Canti e mi sono scrupolosamente segnate tutte le notazioni, di colore. già con la formula vocalitica avevo scoperto che le punte acute del dolore leopardiano poggiano sul grigio-argenteo delle i

(..... dico Nerìna mìa .....)

ma volli andare oltre e mi accinsi persino a buttar giù lo schema di un breve saggio su «I colori nella poesia di G. L.». Il saggio è rimasto confinato in uno dei miei cassetti, ma qualcuna di quelle idee ha continuato a ronzarmi attorno e non ho trovato altro modo di liberarmene che scrivendoti appunto questa lettera.
Il punto di partenza potrebbero essere questo: Che rilievo hanno i colori nella poesia di Leopardi 2.
Cominciamo con qualche citazione e fermiamoci per ore di brevità e di chiarezze al colore verde che, insieme al bianco, è quello che più degli altri ricorre, almeno apparentemente, nei Canti:

Dì: ne più mai rinverdirà quel mirto?
(sopra il mon. di dante, 183).
.... or che resta? Or poi che il verde
è spogliato alle cose?
(Ad Angelo Mai, 118-119).
Ecco tra i nudi sassi, o in
verde ramo (Bruto Minore, 91).
.... oh cura, oh speme
de' più verd anni
(Ultimo Canto di Saffo 49-50).
... il verdeggiar del prato
[(Primo amore, 72).
... allor che tacito, seduto
in verde zolla
(Le ricordanze, 10).
ne mi diceva il cor che l'età
verde (Le ricordanze, 28).
a un campo verde che lontano sorrida
(Il pensiero, dominante, 30).

E' quasi tutto quello che ho potuto notare sul colore verde e la prima osservazione che bisogna fare è che è poco. La seconda osservazione da fare, importante almeno quanto la prima, è che nella maggioranza dei casi il verde non è affatto una nota di colore ma un semplice aggettivo usato nel suo tradizionale valore retorico, senza luce alcuna, o in senso traslato per indicare giovinezza. L'unica ver anota di colore che sia pertecipe di una commozione profonda sta in quel  «campo verde» del Pensiero dominante che va collocato accanto a certe vibrazioni d'azzurro che altrove (e mi risparmio le citazioni) in Leopardi suggeriscono il senso della lontanaza, dell'irraggiungibile e dell'indefinito sulle cose che, come sai lui chiamava «poeticissime» e che sono uno dei motivi ricorrenti della sua lirica più bella.
Ma un'altra cosa mi pare degna di nota: quel «verde spogliato alle cose» della canzone ad Angelo Mai. Là il otivo retorico mi pare superato, dall'esterno se vuoi più che dall'interno, ma secondo una linea che ci offre una indicazione preziosa nella via della soluzione del nostro problema. Veramente il mondo leopardiano è un mondo «spogliato» di colori, non privo, daba bene, ma spogliato, e si direbbe a forza.
Ma andiamo avanti con le citazioni. Eccone alla rinfusa una mezza dozzina, non più di quante riuscirà di trovarne a un ricercatore attento:

il bianchissimo petto
(Nozze Sorella Paolina, 83).
Come prima il tetto
rosseggerà del villanello
[(Bruto mimore, 102-103).
qual bianco petto
(Risorgimento, 140).
pace sotto le bianche ali raccolga
(Sopra il Monumento di Dante, 2).
La man che flagellando si colora
del mio sangue innocente
(Amore e morte 12-13).
Spandea le negre chiome
(nozze Sorella Paolina, 74).

Non si esce fuori, mi pare, della aggettivazione retorica tradizionale e il colore non è mai una emozione pittorica, un motivo di vera e propria poesia.
In verità Leopardi, non ebbe mai una sensibilità coloristica. La sua poesia vera è piena di suoni, di rumori: dall' «Odo stormir» dell'Infinito, alla «squilla» del Sabato del villaggio, al «tornar di ferree canne» del Passero solitario, al «fischiando il zappatore» della Sera del dì di festa, ai «ramoscelli e suoni» delle Ricordanze. Un mondo di suoni, insomma, non un mondo di colori e vien fatto di pensare da una parte al suono mal d'occhi e dall'altra a Schopenhauer che di Leopardi fu il filosofo preferito e che collocò la musica al vertice delle arti.
Non mi pare però che ci si possa fermare qui. Il mondo scolorato (dico scolorato e non scolorito) che Leopardi ci presenta dice come la sua poesia sa immersa in un'aura di profonda meditazione, come essa germini solo dopo un lungo ed estenuanto cammino attraverso una fitta siepe di riflessioni e di ripensamenti, in una zona che potremmo dire dell'anima e del cuore per dire la più intima possibile, in una regione che se non ha la labilità del sogno, ne ha però una delle caratteristiche, quella appunto di essere a bianco e nero. Io non so se Platone pensava colorate le Idee del suo mondo iperuranio: certo però che quella di Leopardi è più poesia delle idee che poesia delle cose e se ne vuoi ancora una prova ti invito a rileggere Il Pensiero dominante una lirica cioè che fu scritta non per la donna amata ma per il pensiero di lei:

Dolcissimmo, possente dominator di mia profonda mente...

Non vorrei scancarti, caro Leonardo, ma ho bisogno di fare ancora qualche citazione. Riguardano tutte l'aggettivo ignudo e sono disposte nell'ordine cronologico:

...e dalle selve ignude
(Bruto minore,6)
rifuggirà l'ignudo animo a
[Dite (Saffo, 56).
...che di beltà son fatta
[ignuda? (Il sogno, 89).
... allor che ignudo e solo
... verrà lo spirito mio (Alla
[sua donna, 14-16).
Candida ignuda mano (Il ri-
[sorgimento, 62).
La fredda morte ed una tom-
[ba ignuda (A Silvia, 62).

E qui si può vedere come poco alla volta l'aggettivo ignudo venga spogliandosi del suo valore retorico e da inerme passi a significare qualche cosa di bianco e di viscido insieme che per Leopardi è appunto il colore della morte.
Ma, direai tu, e la «bruna viola» di Aspasia? E tutte le candide lune della più nota poesia leopardiana?
Vorrei risponderti che la «bruna viola» è un po' l'eccezione che conferma la regola e la candida luna del Pastore errante e il risultato di tutto un lavoro sull'aggettivo candido, simile a quello che ti ho documentato per ignudo. Solo nel Pastore, solo in quella ultima miracolosa occasione, esso diventa una nota che nemmeno saprei definire di colore perduta come è, punto luminoso, nel grande spazio degli archi di cielo che si muovono quasi fuori del tempo e dello spazio, almeno del tempo e dello spazio che noi concepiamo.
Arrivato a questo punto, caro Leonardo, sfogate le mie ambizioni, mi vien fatto di riflettere che a poco o a nulla potranno servire le linee di ricerca che io suggerisco se non concludessimo la nostra analisi nel quadro della società italiana agli inizi del XIX secolo dove uno spietato realista come Leopardi, che aveva dietro di sè la situazione familiare che conosciamo, che vicino com'era ai sensisti puzzava di eresia non solo filosofica lontano un miglio, figlio di borghesia intellettualmente e praticamente isolata e disposta a tutti i compromessi con la oligarchia dominante, non riuscì a trovare altra via che quella di chiudersi nella sua disperata solitudine.
Io ho voluto però solamente documentare come questo abbia negato alla sua poesia la gioia dei colori.
Ti abbraccio

Luigi Anderlini

 

17 Dicembre 2020

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