Il rospo

di Leonardo Sinisgalli,
29 settembre 1945

E' un lungo ramo di un'arteria che parte dal cuore della città e giunge a una stazione di periferia, un braccio termonale dove i passanti si fanno radi e i rumori dei tram sembrano assorbiti dalle foglie degli alberi. I camion e i carri hanno libero passaggio, eppure non destano nessun fracasso: sembra che il viale abbia la virtù di spegnere i suoni. Non so spiegare l'incanto di questa strada, alberata su tutti e due i lati: non so se è a cagione del suo orientamento obliquo rispetto al cammino del sole o della sua lunghezza, che può entrare intera nei miei occhi, o delle ombre che molto prima del tramonto la coprono interamente. Ma non sono questi dati, come dire?, prospettici che potevano agire così di sorpresa sul mio animo. La strada ha un segreto, proprio a somiglianza di certi sentimenti, un luogo ispirato per me e del quale solo il tempo potrà rivelarmi il senso. Io dunque penetrai in questo recesso una mattina che il caso mi spinse, dopo molti anni, verso un quartiere della citta bassa. Dovevo raggiungere la dimora di un amico, e avevo premura di arrivare per mezzogiorno. Presi un autobus riuscii a fatica a raggiungere i primi posti per tenermi pronto a discendere. Ma una scossa della vettura ci fece tutti sobbalzare: rimasi in piedi perchè la calca era tanta, ma non potei evitare di cadere col peso del mio petto sulle spalle di un uomo rimasto miracolosamente dritto. L'uomo si voltò, ma senza adirarsi mi diede il modo di chiedergli scusa. Lo guardai per un attimo negli occhi, e, sotto le sopracciglia rade, riconobbi uno sguardo che un tempo aveva dovuto essermi familiare. Erano occhi che non potevo confondere; c'era qualcosa di debole e di fosco insieme, in quelle fitte ramificazioni di sangue sulla cornea, più visibili intorno alle pupille chiare e sotto le ciglia trasparenti. Quando discese vidi che si allontanava a passi piccoli e rapidi. Aveva un vestito frusto ma accurato, e uno strano modo di procedere coi gomiti stretti ai fianchi e le braccia rialzate fino a congiungere le mani sul petto. Fu questo particolare che all'improvviso mi fece riconoscere in quella scialba apparizione la figura di Fratel Mauro, quando, dopo averci accompagnati in fila fino al portone della scuola, tornava indietro verso il collegio e imboccava il viale di robinie con le mani affondate dentro le maniche della sottana. Era lui. Dopo un attimo d'indecisione gli torsi dietro, ma non riuscii a raggiungerlo. Ritornai sui miei passi, cercai lo studio del mio amico. Trovai la porta chiusa e un bigliettino, fissato alla porta con uno spillo, in cui mi pregava di tornare il giorno dopo, a mezzogiorno.
Abitavo una stanza nel centro della citta, dove passavo lunghe ore dietro i vetri della finestra o buttato nel letto, vestito tra le caperte. Era la fine di un inverno particolarmente rigido e non avevo voglia di farmi vivo con gli amici che mi sembravano più lontani da me di quanto lo fossero stati in altre stagioni. Il gelo che aveva intirizzito i muri della città mi pareva che rendesse le distanze più inaccessibili. Essendo stato chiuso il mio ufficio, dove tuttavia la consuetudine mi aveva aiutato a vivere per anni, mi ritrovai preda di una fiacchezza nelle gambe, nelle ginocchia, nelle reni, proprio quando quell'imprevedibile scarto avrebbe dovuto stimolare il mio vigore e la mia fantasia. Sentii allora, non senza disperazione, l'impossibilita per me di assecondare i disegni del mio destino, che tutto a un tratto, dopo avermi abbandonato per tanto tempo alla deriva, dopo avermi per cosi dire dimenticato, mi costringeva, proprio quando le mie virtù sembravano avviate a estinguersi, a una risoluzione impetuosa. Io accolsi quell'evento, lasciando arbitra la mia natura: non seppi porre altro rimedio a quella sommossa che riparandomi in una immobilità quasi assoluta. Trascorrevo lunghe ore nella mia camera, disteso nel letto, in un dolce dormiveglia che spegneva a uno a uno tutti i miei appetiti. Avevo tanto desiderato in altri tempi un periodo di tranquillità da passare nella sola compagnia dei miei pensieri e dei miei libri, mi ero perfino augurato delle malattie gravi che mi consentissero una lunga convalescenza; capii invece che il riposo del corpo, lentamente, come per una curiosa infiltrazione capillare finisce col paralizzarci anche l'anima, e noi vediamo a uno a uno, insieme alle foglie, seccare i rami e la pianta impoverirsi da ogni lato. Nessuna curiosità era piu desta in me; io mi assopivo anche se l'insonnia mi faceva gli occhi piu lucidi e piu vivi e mi fingeva allo specchio un fervore, una febbre semplicemente illusoria. Certo l'aria della mia stanza mi bastava, e io avevo dovuto aspettare tanti anni per accorgermi che per respirare non è necessario aprire le finestre. Se è vero che si può dormire anche da svegli, devo aggiungere che nessuna fantasia, nessun sogno, veniva a far ribollire la mia coscienza stagna. Pure io non avevo subìto gravi torti: la chiusura dell'ufficio, quando la ricordavo, mi pareva un episodio lontanissimo, e i miei compagni perduti delle larve di cui non avrei più saputo provare resistenza, perchè non ne ricordavo i lineamenti del volto, nè il suono della voce. Ed erano trascorsi solo pochi giorni da quell'avvenimento che non doveva essere altro che una causa apparente inframessa ad altre forze sconosciute che avevano agito con tanta astuzia da farmi accettare come provvidenziale quello stato catastrofico. Di tanto in tanto, appena mi accadeva di prendere sonno, appena io riuscivo naturalmente a chiudere le palpebre, ciò che mi sembrava già un gran beneficio, perchè qualuque sforzo non era sufficiente a muovere quelle fragili membrane, (e ricordo che già allora mi venne da pensare che basta una leggera brezza a piegare la cima di un albero, ma nessuna forza umana sarebbe capace di scrollarlo dalla base) mi pareva che sopra di me, nel cielo, e intorno a quelle mura, l'aria cominciasse a bollire, e un fragore monotono copriva quel sibilo voluttuoso che pure aveva persuaso le mie palpebre, i miei occhi. Chè le gambe e le braccia e tutto il corpo erano legati da sempre: solo quelle minute specole non si rassegnavano a dormire. Fu in un calmo pomeriggio che gli areoplani non tornarono. Mi addormentai. Non sognavo, credo, da molti anni.

Era appena passata la Pasqua ed eravamo entrati nell'aula da poco di ritorno dalla passeggiata. Che significa per un ragazzo camminare in fila tutti i giorni, otto mesi all'anno, e per lunghi anni? Ah!, io so che qualcosa e rimasta in me, un'abitudine nei gomiti, un desiderio di scambiare qualche parola con chi mi capita al fianco; io mi sento tante volte perduto se devo attraversare una strada da solo, mi rivolgo al crepuscolo a Guido, ma nessuno mi risponde, lo cerco alla mia sinistra, e penso che era nativo di Resina e forse oggi, se egli è cresciuto, se non si è perduto in altri paesi, se è rimasto a casa e non ha più corretto quella sua dolce balbuzie, avrà visto i campi bruciati di lava, le ginestre del Vesuvio fiammeggiare e crepitare. Il Corso della città era in salita e ci obbligava ad andar piano prima di rientrare. A passi striscianti i collegiali tornavano dalla stazione o da Porta Rufina, quando le carrozze che aspettavano i treni non avevano più i lumi accesi come nei mesi freddi. Quella sera di aprile chi aveva voglia di tornare? Avevamo tolti i cappotti e il sole non sarebbe tramontato che molto più tardi. Risalivamo il marciapiede sinistro del Corso e ii profumo dell'aria ci pungeva le narici più intenso dell'odore dei confetti che toccava i sensi dei forestieri. Fu per questo che Fratel Mauro, poco prima d'imboccare la strada selciata che un tempo era stata battuta dai ferri dei cavalli, appartenuti ai marchesi De Simone, e che ormai era tutta fiancheggiata di muri diruti per lasciar libera la crescita al nostro collegio, il cui primo nucleo, venti anni prima, era costituito dalle camere del Nobile dissipatore (al quale era stata lasciata una piccola cella nei pressi della Torre), ci permise di fare ancora un giro dentro i Giardini. Nessuno di noi lo amava e lo avevamo detto anche al Confessore. Fratel Mauro non ci piaceva: con quegli occhi rossi, con la faccia cosi alterata, certi giorni, che ci pareva tumefatta con quelle dita tozze, non era riuscito ad accattivarsi la nostra simpatia. Io sentivo pena per lui, certe sere tornando dalla passeggiata, e pigliavo posto nell'ultima fila per rivolgergli ogni tanto qualche domanda. Fu quel giorno, ai Giardini, il tardo pomeriggio di quell'incantevole giovedì in albis, quando tutti i compagni si erano dispersi intorno alle grandi vasche della Villa, che egli mi chiamo a parte, tirò fuori dalla tasca un'arancia e me la offri dicendomi: «Tu sei il più caro di tutti». Mi confidò che soffriva dolori atroci a causa di un male inconfessabile, che gli si era acuito in quei mesi d'inverno trascorsi a B*, dove era stato trasferito per volontà dei Superiori. Quando suonò il fischio dell'adunata, io gli restai vicino, e dietro la fila dei compagni percorsi al suo fianco la strada del ritorno. I miei compagni non videro di buon occhio quel gesto che m'era stato dettato da un istintivo moto di carità. Mi guardarono tutti con disprezzo e anche Guido non mi rivolse la parola quando mi avvicinai a lui, appena varcata la soglia del cancello. La nostra aula era situata a pianterreno, su uno dei lati del cortile interne, ed era stata probabilmente ricavata da una della grandi scuderie del Marchese. Sul lato della corte, prospiciente al grande portico dell'ingresso, un lungo abbeveratoio ricavato da un blocco di pietra viva era privo d'acqua da molti anni, e vuote erano le tre maschere di pietra dalle quali doveva affluire un tempo l'acqua che dissetava le gagliarde pariglie dei padroni. In primavera quella vasca veniva riempita di terriccio, ed era con grande meraviglia che un mattino all'uscita della cappella la scoprivamo gremita di fiori variopinti. Erano i fiori della Pasqua, le Iris turgide servite a ornare il sepolcro di Gesù. Entrati nell'aula, quella sera, compagni stranamente ammutoliti andarono ai loro posti. Io al mio. Fratel Mauro era salito in Direzione a giustificare il nostro ritardo. Quando mi fui seduto, e per caso rivolsi gli occhi alla lavagna, vidi che un grande rospo era stato disegnato dalla mano abile di uno degli allievi. Quella figura copriva quasi tutta la superficie dell'ardesia. La schiena, le zampe, che pure avrebbero dovuto risultare prive di qualunque aggressività nei tratti bianchi di quel disegno irreale, mi suscitarono una ripugnanza cosi profonda come se davvero quella fradicia carcassa, quegli occhi mostruosi, fossero vivi davanti a me. L'odio dei miei compagni per il povero Assistente, covato in lunghi mesi di vita in comune, la sorda guerra che gli aveva mosso quella schiera di adolescenti, dalle voci ancora bianche, che fino allora aveva tenuto segrete le sue armi e s'era chiusa in una specie di ammutinamento pieno di sottintesi, esplodeva quella sera in un modo cosi imprevisto. La furia collettiva si accumulava in uno sgorbio, che sarebbe parso a qualunque giudice o insignificante o puerile, come può apparire vuoto o sorprendente per il suo nonsenso un messaggio cifrato raccolto per caso da chi non ne possiede la chiave. Quell'orribile simbolo doveva essere stato oggetto di lunghe discussioni, di prove infinite: era un segno che probabilmente ogni socio della setta sapeva scrivere in modo infallibile, quasi automatico, se era bastato un momento per ripeterlo quella sera, sulla lavagna. E che cosa risultò infine, quando un'inchiesta fu aperta per scoprire it colpevole, colui che aveva o inventata o scoperta quella spietata e oscena somiglianza di tratti? Che il rospo si trovò disegnato sulle porte interne delle latrine, scavato col temperino nell'inginocchiatoio del frate, nascosto tra le pieghe del suo tovagliolo, e infine, una leggera impronta quasi immateriale si trove anche sul cuscino.
Ora io non riesco più a legare i fatti che mi affiorarono nel dormiveglia quel tiepido pomeriggio, quando mi ero illuso di poter prendere sonno finalmente, e credetti davvero di sognare. Ricordo che Fratel Mauro fu costretto a rimanere a letto parecchi giorni in preda a dolori atroci che lo costringevano a lamentarsi come una bestia. Per non disturbare la camerata fu trasportato it suo letto all'infermeria, cosi che riuscì assai facile a tutti, persa la consuetudine, dimenticarlo. Venne a sostituirlo l'Ispettore in persona, il quale trovò la classe talmente tranquilla e l'umore dei ragazzi cosi confortevole che finì col portarsi dietro quell'impegno fino alla fine, con grande allegria di tutte le altre sezioni che non si preoccupavano quasi più delle sue visite improvise durante le ore di studio. Non soltanto le lampade non si accendevano più, ma perfino i grandi finestroni erano stati spalancati, e ormai la luce del giorno era in anticipo sulla nostra sveglia e le sere si erano allungate tanto che non potevamo sciogliere in quel chiarore i capelli sudati prima che il fischio ci radunasse per la cena. Una di quelle sere, durante dieci minuti di ricreazione, l'infermiere mi si avvicino. Ero appoggiato alla balaustra del cortile e guardavo la strada di sotto. I compagni quasi tutti mi tenevano in disparte. Mi attribuivano chissa quali colpe, quali nascoste intese col Rospo. Guido era riuscito appena a convincere i più astiosi che il mio comportamento non tradiva la causa degli altri. L'infermiere mi chiamo col mio nome e mi disse che Fratel Mauro avrebbe voluto vedermi un momento. Stava disteso nel letto e aveva il volto rassegnato. Teneva gli occhi chiusi, quei brutti occhi che erano stati la causa della più grande umiliazione che un uomo può patire. Egli stentava ad aprirli come se io non li avessi mai conosciuti, come se la loro vista potesse offendermi. Quando mi accostai al letto mi prese le mani e, senza guardarmi mai, mi disse poche parole di cui ricordo bene il senso: «Tu hai dovuto soffrire a causa mia. Bisogna che i tuoi compagni sappiano che io non posso perdonarli, che io non li perdonerò mai». Poi mi disse che lo zelo e la bontà non bastano, che c'è solo una forza misteriosa capace di farci guadagnare o perdere la vita per sempre. Fu proprio lui a chiamarla simpatia, a ricordarmi che l'ortica non punge colui che l'afferra con violenza.

Continuò per tutto l'aprile quel mio stato d'animo. Di quella mia piccola stanza, dove ero sempre vissuto da forestiero, conobbi tutti i particolari, le ore di sole e le ore di ombra. Avevo seguito dietro ai vetri, contro il muro cieco e bianco del caseggiato di fronte, la progressiva fioritura di una pianta. Da un giorno all'altro pareva che una mano misteriosa attaccasse ai neri rami quei fiori aperti che sembravano ritagliati da un velo. I rami del melo lasciavano sul muro una gracile ombra scura che tra l'albero e la parete sembrava a volte che un soffio d'aria potesse portarsi via. Ma i giorni di fioritura furono pochi. E io provai per la prima volta un malessere di cui non avevo avuto coscienza da ragazzo, se pure per molti anni mi era accaduto di vivere in mezzo ai campi di primavera. Come era effimera la giovinezza! Me ne resi conto con molta malinconia vedendo cadere sotto i miei occhi tutti quei fiori nel giro breve di una settimana. Quando finalmente mi decisi a uscire e ad accogliere l'invito di un amico, mi accadde ciò che voi già conoscete. Capitai all'improvviso, come chi ha percorso al buffo un lungo tunnel, in quel quartiere della città bassa e con una luce che dava alle case, agli alberi, uno strano orientamento. Abituato nel mio lungo dormiveglia a vedere tutte le cose dalla cima, facevo fatica a ritrovarmele di fronte, e mi parevano erte, mi pareva che l'appiombo dei muri fosse ripido e vertiginoso, e i tetti, il cieco, irraggiungibili. Quella piccola figura d'uomo in cui mi era parso di riconoscere un antico Assistente del collegio servì veramente da mèdium tra me e il paesaggio di quella zona: proprio come nelle favole, poteva essere un cane; poteva essere una lepre o un uccello, era necessario che io inseguissi un fantasma per entrare nel recinto segreto. Ci sono ritornato altre volte senza darmi piena ragione del fascino che mi rende la strada così arnica. Ho contati gli alberi a uno a uno, i numeri delle case; sono salito sui fianchi del colle che fa da ripa al versante occidentale e che toglie alle stanze qualche ora di sole prima del tramonto. Forse mi attira l'idea di questo crepuscolo così lungo dentro le case. Non so. Sull'altro lato, dietro un basso muro di cinta interrotto da finestroni tagliati rozzamente, che può sembrare l'avanzo di una demolizione o di un incendio, mi sono affacciato a guardare la grande distesa erbosa. Non riesco a capire come mai in tanto fervore di crescita questo campo immenso, che rasenta tutto il fianco sinistro del viale, sia rimasto abbandonato. Qualche catasta di tavole, qualche mucchio di carbone, e un binario stretto lo percorre tutto di traverso da un capo all'altro, uno di quei binari che alimentano i bacini dei rifiuti o delle immondizie, non so.
I luoghi che non amiamo sono quelli dove vorremmo essere sepolti. Io non ho nessun desiderio di cambiare la mia vita. Me ne starò al centro, nella mia camera, almeno finchè dura questa vacanza. E il giorno che mi convincerò della necessità di affrettarmi, e vedrò pian piano, a piccoli passi, che gli amici dopo di essere rimasti per alcuni mesi ad aspettarmi si saranno decisi a salire i gradini delle scale e a imboccare il corridoio in fondo al quale io mi sono chiuso per tutta una stagione favolosa, raccoglierò la mia poca roba nel baule, e me ne verrò qui, in una casa di questo viale, al numero... Bisognera pure che io scelga la stanza dove un giorno mi accadrà di morire.

21 Novembre 2020