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Calder scultore ingegnoso

I, n.1, (gennaio 1953)

Dopo Moore, dopo Zadkine, la Biennale Veneziana ha concesso coraggiosamente il massimo premio per la scultura all' ingegnere americano Alexander Calder. Il pubblico che gira a zonzo per i giardini della Mostra e si sposta da un padiglione all'altro quasi per scommessa, sicuro di trovare a ogni curva una sorpresa sempre più grossa, questa volta ha avuto addirittura la possibilità che nessun Museo, nessuna Cappella offre ai fedelissimi. Gli idoli di Calder non erano intoccabili, invitavano anzi i visitatori a scuoterli, a cullarli.

E qualcuno poi esagerava. Al punto che la graziosa Mrs Valentin, ultimo ménager dello scultore, ha pregato noi di intercedere presso i curiosi. "Con mano leggera" ha detto press' a poco "come se un passero si posasse, si muovono più armoniosamente". I visitatori si divertivano davanti ai Mobiles di Calder e si domandavano come mai in una Mostra d'Arte Internazionale il premio di un milione per la scultura fosse andato ad un fabbricante di giocattoli e di rozze carcasse bullonate. All'uscita del Padiglione americano dove è stato esposto per quattro mesi, alla pioggia e al sole, il grande Tripode, il Treppiedi rugginoso, noi pure ci siamo commossi vedendo che in un diedro, tra una lastra e l'altra, un ragno aveva trovato modo di attaccare la sua trappola. Istantaneamente allora abbiamo visto quel manufatto assorbito nella sfera delle cose naturali, scheletro di pesce o di uccello di un habitat iperuranio dove la densità delle ossa è uguale al peso specifico del ferro. Un ragno, un piccolo ragno rosso era venuto a battezzare, a portare cioè la luce dello Spirito Santo, a quell' essere amorfo, a quell'oggetto mal creato. Il ragno metafisico di Mobius che si muove lungo il famoso nastro crede che il mondo non abbia spessore: il mondo è piatto per lui, è piatto finché non si affaccia sull'orlo dell'abisso. Il ragnetto veneziano è stato dunque più fortunato. Se ci sono dei meccanismi che possono materializzare le tre dimensioni dello spazio e quasi riempirlo ad ogni istante con la loro positura, se ci sono forme che in concreto possono rendere meglio il significato delle categoriche definizioni di Leibnitz, "ordine delle coesistenze, ordine delle successioni", questi, come gli alberi e gli astri, come la trottola e l'urna, sono i plastici di Calder. Calder ha trovato l'equilibrio, la concordia dei sistemi articolati, ha risolto per suo conto 1'assetto di masse multiple che qualche volta ha collegato soltanto con una trama di bacchette, di stecche, che ha sostituito con fili di nailon quando non ha potuto legarle con forze magnetiche, quando non ha potuto inventare una legge di gravitazione come Newton o una legge di attrazione come Keplero e Coulomb. Sono sistemi a due, a tre, a quattro, a cinque poli, sono gruppi infine che molto assomigliano alle coppie, ai quadrilateri dinamici, ai ruotismi. Fanno parte di quella poetica della dissociazione che non solo è la conquista più sensazionale della nostra fisica, ma anche l'attitudine più sincera delle nostre possibilità creative. Vogliamo chiamarli dei collages plastici? Vogliamo dire che anche qui la forbice (cesoia o fiamma ossidrica) celebra i suoi fasti sotto forma di verità costruita a pezzi, a brandelli, di linea fatta di segmenti, di trave fatta di profilati e di piastre e di bulloni, di meccanismi composti di ruote, di assi, di perni, di leve?

Da anni c'erano arrivate a spizzico le idee e le utopie di Calder. A me personalmente ogni volta producevano uno strano effetto. Mi portavano la conferma a certe mie inclinazioni e nello stesso tempo mi lasciavano un poco deluso. Io non ho mai pensato che la matematica e la meccanica siano la stessa cosa della poesia. Non è questa la via per giustificare la matematica e la meccanica. Quello che io ci trovo in comune è una tensione dell'intelligenza, è la felicità nella fatica, nello sforzo. Io penso che un sonetto sia un meccanismo, una costruzione perfetta, in cui non si ammira soltanto l'abilità, la chiusura di un pensiero compiuto, di una sequenza d'immagini entro un numero definito. Nel sonetto c'è molto di più di quello che è scritto. E in una macchina c'è molto di più di quello che è disegnato. Sono forse entrambi dispositivi capaci di produrre energia e di trasformarla, di trasfigurarla. Ma non voglio andare troppo oltre. Io penso che Calder potrebbe andare lui più oltre, più lontano. Così come potrebbe andare lontano Moore. Quando si scoprì la Geometria Barocca si pensò di aver dato a Moore e a tutta la scultura la chiave per aprire certi tabernacoli. Quelle forme non le aveva inventate un poeta: anche la Natura non l'hanno inventata i poeti, non l'ha inventata Ruysdael o Cézanne. Deve aver pensato allo stesso modo Calder nei riguardi delle macchine. Credo che egli si sia fermato troppo in qua, come quelli che credevano tutta la geometria contenuta nel cubo e nella sfera. Le macchine formano un regno che la cultura e la sensibilità moderna devono scoprire nella vera essenza. Non possiamo fermarci alla bilancia, alla tenaglia o alla vite di Archimede. La bilancia, la tenaglia e la vite di Archimede sono bellissime. Ma c'è molto di più. Mi sono portato da casa mia questa estate delle vecchie serrature. Ho fatto impazzire mia zia. Siamo scesi in cantina a rovistare per tutta una notte. Certo, i meccanismi arcaici sono commoventi. La preistoria delle macchine andrebbe scritta col furore con cui Gian Battista Vico scoprì la preistoria del linguaggio. Ma io non mi fermo qui. Anche se una vecchia serratura deve fare impazzire Calder. Io dico che è importante conoscere queste cose. Anche se queste cose non servono a niente. Sartre ha scritto alcune righe su Calder, e si è commosso davanti a un filo di ferro che sembrava un uccello del paradiso. Io mi commuovo, al contrario, se penso che un uccello ha potuto far pensare a una macchina; e per lo stesso motivo per cui di tutte le immagini di Petrarca quella che prediligo è l'immagine della vita vista come una nave, una nave carica di oblio. Che una lampada possa suggerire l'idea del pendolo, questa è un' altra cosa che un commuove. Perché il mondo può servire a creare delle immagini e può servire a scoprire delle leggi. Le immagini rinnovano, ringiovaniscono il mondo. Le leggi evitano alla natura di tornare nel caos. Le sculture di Calder, nate da una suggestione di calcolo, di equilibrio, di ritmo, di danza, stanno a mezza strada tra l'universo delle figure e quello degli ordini, tra senso e intelletto. Sono un poco ambigue. La pluralità dei loro elementi riesce sicuramente a divertirci. Il giocattolo è una corruzione del modello, del prototipo, è una caricatura della verità. Le sculture di Calder sono anche un poco caricaturali.

È stato notato che gli elementi di questi sistemi planetari (specialmente i Mobiles) più che a stelle e a pianeti rassomigliano alle losanghe, ai menischi, ai cucchiai di Klee e di Mirò. Somigliano ai piatti delle bilance, ma soprattutto alle bacchette, le bacchette nere degli ideogrammi di Mondrian, che nella carriera di Calder è l'unico maestro che ha esercitato una reale suggestione.

Il mio gusto personale più che alle instabili tribù planetarie (alle costellazioni) va alle scheletriche armature, agli schermi di ferro fissi, ai catafalchi ancorati alla pietra, ai tralicci agganciati al suolo. Tra l'utensile di cucina e i mulini a vento, tra l'aratro e l'aquilone, qualcosa di arcaico richiama un'arte fabbrile, zingaresca, pellirossa, un'arte lontana nell' infanzia dei popoli, e i guippos, i boomerangs, il Teatro delle Ombre di Giava. Nella invenzione di forme libere, in un certo senso di forme assurde, di profili e sagome gratuite che non si piegano alla imitazione del mondo creato e che pure somigliano, come abbiamo detto, alle forme utili, alle forme del moto, Calder si rivela come il meno convenzionale degli scultori moderni, per lo meno nella scelta del materiale plastico che non è pietra, non è marmo, non è gesso, non è avorio, non è terracotta, non è bronzo, ma è metallo fucinato, metallo stampato, materiale di officina.

12 Gennaio 2012

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