Sito ufficiale della Fondazione "Leonardo Sinisgalli"

Testimonianza di Maria Antonietta Di Mase, nipote di Leonardo Sinisgalli

Zio Leonardo amava moltissimo Matera. Matera, i Sassi, il pane di Matera, a tal proposito ha scritto persino una poesia che ora vi leggo, perché tanto è breve. Praticamente dice: “Mani materne impastano poesia e verità, nel pane sta scritta l’equità. Questa sì che è storia eterna. Le chiamate alla luce della lanterna”. Da “Dimenticatoio” è questa poesia.
Quindi zio Leonardo amava Matera e da solo o con zia Giorgia e Filippo veniva spesso, soprattutto in primavera. Preferiva venire in primavera o in estate, dopo i rigori invernali. E mentre mia madre, felicissima, si dedicava a preparargli manicaretti di tutti i tipi, pietanze succulente, noi lo accompagnavamo in giro per Matera, o nei Sassi o nella parte del centro oppure facevamo delle escursioni a Metaponto, alle Tavole Palatine, a Policoro. Gli abbiamo fatto vedere tutti i dintorni. Naturalmente noi lo adoravamo perché d’estate lui arrivava con degli abiti di lino bianchi, con dei colletti bianchi. Era veramente nei Sassi, in questo posto antico, quest’uomo bellissimo, perché zio Leonardo ha avuto tutto nella vita, secondo me. Ha avuto anche la bellezza. Avete visto ieri, quando abbiamo visto l’andata alla mostra di Mantegna, Mantova, Quasimodo. Ma avete visto come spiccava zio Leonardo. Era veramente un uomo affascinante. E noi rimanevano là a sentirlo dopo cena, dopo pranzo parlare. Parlavamo di tutto. Si parlava di industriali di fama internazionale, si parlava di scrittori, poeti, anche di cose più attuali, di politica, si discuteva di tutto, di tutto. Noi stavamo là perché per noi… e poi a volte venivano anche i nostri amici. Volevano sentirlo, volevano parlargli perché erano proprio degli appassionati. Io ero una studentessa liceale allora, facevo il Liceo Classico per cui avevo studiato il Latino e il Greco, ma io da lui ho sentito Emily Dikinson, ho sentito nominare Walt Whitman, tutti i poeti nordamericani. Io non li conoscevo, li ho apprezzati quando all’università mi sono iscritta a Lingue, mi sono laureata in Lingue e nel mio percorso universitario e post universitario io sono entrata in contatto con questi autori o Shakespeare per esempio, era un grande ammiratore di Shakespeare Leonardo Sinisgalli.
Quindi dicevo i dopo pranzo, i dopo cena e i viaggi di zio Leonardo, veniva ogni due anni. E una volta si unì a zio Leonardo, Libero De Libero invitato da mio zio. Lui rimase così colpito dalla forza d’animo di mamma che aveva da sola con sacrifici portato avanti la famiglia dopo la morte di mio padre, il modo come era stato accolto, e tant’è vero che noi conserviamo questa lettera bellissima di Libero.
Lui dice che ancora lo commuoveva questa fraternità di feste con cui era stato accolto e che era grato a mamma, a noi ma soprattutto al suo dilettissimo Leonardo che lo aveva invitato a Matera. Perché erano molto amici e zio Leonardo aveva molto rispetto per i suoi amici e per tutti, veramente. Era molto attento, osservatore e anche riguardo a noi, ai nostri amici, ci piaceva proprio la sua compagnia e le conversazioni con lui. Per Libero anche Matera era diventata un luogo di parenti, un luogo familiare. Naturalmente mia madre era felicissima di avere suo fratello, imbandiva la tavola mattina e sera senza avvertire stanchezza, più o meno aveva la mia età, io ora non sarei in grado di fare quello che faceva lei. E per esempio preparava cicorielle campestri, peperoni cruschi, i lampascioni, i mitici lampascioni che piacevano tanto. Ma mia madre raccontava un aneddoto che nei tempi passati quando si erano trovati a Montemurro perché erano stati per sei mesi insieme a casa del nonno, io non ero ancora nata, mia madre con Carmela e Anna, e zio Leonardo con zia Giorgia e il piccolo Filippo che aveva la stessa età di mia sorella Carmela. Quindi erano stati parecchio tempo.
E una volta mamma raccontava che zio Leonardo aveva dato uno schiaffo a zia Giorgia perché zia Giorgia aveva detto che i lampascioni erano amarissimi e non le piacevano. Lui apprezzava la cucina, la tradizione gastronomica, anche la cucina internazionale, era un amatore della buona cucina. Perché una volta andammo a Metaponto, e andammo in un ristorante dove mangiammo malissimo e lui disse: “Torniamo da Enza che ne vale la pena!”. Del resto anche tuo padre, caro Gianni, era un frequentatore della nostra casa e ordinava delle cose a mamma, ricordi, delle cose ben precise. Mio zio ha adorato sua moglie e da quello che ho letto la lunga malattia di zia Giorgia l’ha segnato tantissimo. C’è una poesia che dice “ Giorgia mia, figlia mia, madre mia” che racchiude proprio il dolore dell’avvicinarsi della morte. E quando era malata zia Giorgia, ad un certo punto mia madre andò a Roma per portare un po’ di aiuto, si trattenne una decina di giorni e, anche con i forni elettrici, fece i biscotti, i taralli tipici di Montemurro.
C’è una poesia che dice “ Mia sorella Enza è venuta da Matera a farci i biscotti col finocchio. Un pugno di farina qualche goccia d’olio, un pizzico di sale. Dimentichiamo i nostri guai intorno a lei che manipola la pasta tenendo d’occhio l’acqua che bolle e le fiamme del forno”. Abbiamo parlato della severità di zio Leonardo. Zio Leonardo era severissimo. Lui stesso si definiva ombroso e cupo. Era esigente, molto esigente, ma anche con se stesso.
A proposito c’è un aneddoto carino. In estate quando venne a Montemurro Carmela, la figlia del fratello Vincenzo, che ho amato perché è stato anche lui un bravissimo scrittore, anche se un po’ in ombra rispetto al fulgore del fratello maggiore Leonardo, arrivò mia cugina che aveva fatto in un prestigioso liceo di Roma la licenza scientifica con il massimo dei voti. La ragazza era soddisfatta e contenta. Appena la vide zio Leonardo disse: “Sai cos’è il Cono di Torricelli?”. Mia cugina in seguito mi ha detto che lei ha preso ingegneria proprio per non aver saputo rispondere alla domanda sul Cono di Torricelli. Perché veramente era esigente. E lui diceva che le scuole di ora non erano più come quelle di una volta. Anche se volevi stare in sua compagnia era un piacere, però doveva essere il tempo giusto. Se gli volevi chiedere un parere, un consiglio, lui te li dava, per carità. Era una persona che sapeva tutto, veramente potevi parlare di tutto però doveva essere il momento giusto. Mai di prima mattina, mai in situazioni critiche, ti mandava a quel paese. Bisognava stare attenti. Poi collezionava di tutto. Per esempio mamma mi aveva detto che da tenente aveva barattato il suo pastrano con una collezione rarissima di farfalle. A casa sua ho visto collezioni di serrature antiche, a parte i quadri, collezioni di cose interessantissime, timbri del pane. Mio marito insieme al dottor Contilio sono riusciti a procurargli timbri antichi del pane di Matera e di Altamura. E li conservava con un amore, con un piacere.
Quando li aveva ricevuti mostrava un piacere, una contentezza enorme. La rara collezione di farfalle, quello che mi ha colpito anche, vabbè a parte l’epicità dei racconti di Lucania, del campo etico per la morte di Sara in cui dice le abbiamo dato la monetina, sono proprio epici. Ci si rifà alla commedia, a Dante, a Ulisse, è proprio l’amore per gli insetti, per le cose piccole, così alla maniera degli epigrammi alessandrini. Questo dar vita agli insetti, anche i titoli: Mosche Cherubine, Mosche Canine, Mosche in bottiglia, Poesia per una cicala, poesia per una mosca questo mi ha colpito molto. A parte tutto il resto. Certo il carattere difficile. Il distacco da Montemurro a nove anni è stato un dolore grandissimo per lui. Lui dice: “Il ponte è crollato dopo il transito”. Però da adulto lui forse a volte si seccava un po’ della ripetitività della vita di paese, del fatto che fosse un po’ monotona, per questo certe volte anticipava il rientro a Roma e a volte diceva. “Questi amici di Castronuovo che mi hanno invitato a fare questa raccolta …” cioè, non c’è assolutamente da prendersela per questa cosa qua.

16 Settembre 2012

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