La ruota
V, 5 (ottobre 1952)
La natura sa fabbricare oggetti: non fabbrica strumenti. La ruota non esiste in natura, nasce dall'intelligenza dell'uomo.
Fu la scorsa estate, una sera, sul terrazzo di una villa ospitale della riva magra del Lago Maggiore.
Una conversazione che prese le mosse da un nuovo tipo di sci fabbricato con materiale sintetico e si diramò secondo l'interesse dei vari gruppi di interlocutori fino a interferire con una tesi addirittura metafisica. Fino a che punto la natura è capace di fabbricar macchine? La conversazione, svagata nel principio, alimentata subito dal courvoisier e da una bottiglia di whisky che separarono nettamente i due partiti, teofili e timotei, come in un dialogo di Leibnitz o del Conte Algarotti, si rinvigorì tanto da rendere necessaria la nomina di un regista, raccoglitore e distributore di dubbi, di pulci nelle orecchie e, infine, autore di un protocollo che a quella soirèe diede il lustro di un avvenimento storico.
Quella sera si concluse solennemente che la Natura non sa fabbricare una ruota. La Natura inventa modi di crescere, modi di essere; il modo di essere di una pietra, il modo di crescere di una pianta o di un uccello; la Natura inventa stati di equilibrio, acqua, aria, roccia, la Natura ci fornisce sorgenti di energia, grovigli di forze. La Natura inventa la vita, e alimenta la morte, ma non ha trovato la ruota.
L'essenza della ruota è il cerchio, e il paradigma del cerchio è il raggio. Anche la sfera si definisce con un raggio. Il cerchio è il profilo della sfera. Ma nella ruota c'è qualcosa di più: un cerchio che si muove. Veramente sono i punti del cerchio che si muovono con moto possibilmente uniforme, descrivendo traiettorie circolari, quando il cerchio della ruota è fisso, è fermo. I punti della ruota percorrono invece curve singolari, cicloidi ed epicicloidi, quando il centro si muove con moto rettilineo uniforme, e la ruota rotola e gira insieme. Ora la natura possiede certamente l'idea di un contorno chiuso, ma non sa disegnarlo in modo perfetto. La Natura sa fabbricare oggetti, non fabbrica strumenti.
La natura non sente il bisogno di controllare, di misurare, non ha necessità di ripetere esattamente gli stessi gesti, di riposarsi nello stesso pensiero, nella stessa formula.
Einstein giustamente si esalta nella sua autobiografia quando parla del compasso, il compasso che ebbe in dono da bambino.
La Natura sa fabbricare i poliedri perfetti, reticoli cubici, reticoli esagonali, simmetrie pentagonali, ovoidi, spirali logaritmiche. Rifugge piuttosto dalle forme semplici.
La vite, il perno, gli ingranaggi contengono tutti nella loro essenza il cerchio, il pi greco p uno dei rari numeri trascendenti incommensurabili, un numero potremmo dire, di cui la natura ha quasi orrore e che invece nelle mani degli uomini, si è dimostrato di una fecondità, di una fertilità incredibile.
I ruotismi, così cari a Bacone e a Gerolamo Cardano, hanno dato luogo all'immenso capitolo delle trasmissioni, hanno reso possibile il trasferimento di una forza, e mutare, quindi, a nostro piacimento il punto di applicazione di una spinta, di un impulso.
Di fronte ai meravigliosi modelli della stabilità platonica dal cubo al dodecaedro, ai perfetti esemplari proposti nel "Timeo", stanno, a fondamento della meccanica, gli ingranaggi, e a simbolo del moto, le ruote.
Nella storia dell'"ésprit de tecnique" troviamo con Dedalo e Icaro, il leggendario inventore della ruota, Issione. La ruota di Issione è rimasta a significare la metafora del girare a vuoto, un perditempo se non proprio un supplizio.
La ruota, infatti, per dar lavoro dev'essere perfettamente calettata, incastrata al suo asse.
Anche le stelle, del resto, girano a vuoto, anche la trottola consuma nel movimento e nell'attrito la sua energia: "ruotano i mondi come antiche donne che raccolgono legna in terre abbandonate" ha scritto Eliot.
Parallela all'evoluzione degli ingranaggi, ma ritardata di parecchi secoli fino all'avvento dei motori e del macadam la metamorfosi della ruota applicata ai veicoli, dal plaustro arcaico ai carri di trionfo di Dürer, fino ai siluri di Cobb e di Seegrave, di Ascari e di Fangio, è avvenuta per tentativi e per scatti.
"Natura non facit saltus"; va a salti, invece, l'intelligenza dell'uomo. E, sul perfezionamento delle ruote, due momenti sono stati decisivi: l'alleggerimento progressivo dello scheletro e la graduale trasformazione dell'anello rigido in anello elastico.
(La Natura è nemica dello sperpero e forse il moto rotatorio comporta uno sperpero che la natura non può consentire?).
La Natura non suppone che si possa dar movimento a un organo che non sa di essere vivo. Perché il moto è la vita, e per le macchine il moto è soltanto un ordine, un giro di manovella o d'interruttore, un semplice gesto di un uomo, non di un Dio. La ruota non è una creatura, è soltanto una sigla, poco più di un numero, un numero figurato che può andare di qua o di là. Non può fermarsi, né tornare indietro. Se non per accidente. La Natura ha rimesso all'uomo queste responsabilità.
La Natura conosce la stanchezza e il riposo, non la fatica e l'arresto. Può concepire un moto senza fine, una musica ininterrotta, la perpetuità, la periodicità. Ma un moto per contatto, un movimento senza libertà, un movimento che fa sempre diminuire, scadere il potenziale di energia dell'Universo, non può essere che una scoperta di Adamo, un frutto amaro dell'Albero.
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