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Bassorilievi sui pneumatici

V, 4 (agosto 1952)

 

Da quando mi impiccio di queste cose ­ sono quattro anni ed è abbastanza per una conoscenza non tutta superficiale ­ ogni volta con sorpresa sempre nuova, come chi guarda un palinsesto o il relitto di un fregio, mi accosto a fantasticare sul significato di questi arabeschi scolpiti.

Devo dire che fino a quando ne ho avuto una conoscenza indiretta, finché guardavo girare le ruote, non mi ero accorto del loro singolare profilo, della loro scorza, della loro rugosità. Ma, avvicinando gli occhi e considerando meno distrattamente questi problemi ­ come chi è costretto a distinguere gli alberi uno dall'altro e separa la foglia di quercia dalla foglia di fico, il platano dall'ulivo, il basilico dalla rughetta, o chi va a caccia di nidi e riconosce dalle uova il nome della stirpe ­ in poco tempo io mi feci, come dire?, una cultura stilistica sui pneumatici.

Ebbi subito l'impressione di arricchire il mio repertorio di simboli. C'erano due princìpi generatori di questi segni, quello figurativo, mimetico, e un principio astratto, geometrico. Non si trattava di una scrittura , lo vedevo bene, di una scrittura incisa al modo dei cuneiformi o dei lapidari o dei geroglifici sul porfido degli obelischi. Gli assembramenti di motivi, le molecole ornamentali, non erano casuali: c'era un ritmo semplice su una sola nota e alcuni semitoni, una successione di iati da strumento rozzo, il putipù o il tamburo. Si trattava davvero di una prolificazione di cellule tutte quasi eguali e quasi equidistanti. Tuttavia l'ordito dei blocchetti era organizzato al modo di un dispositivo bellico; distinguevo chiaramente la distribuzione su una fascia centrale e poi due strisce laterali che sconfinavano come i merli di una torre lungo i contrafforti dei fianchi.

Scambiai, dunque, per decoro, per emblema, quasi che si trattasse di cartelle faraoniche, di genealogie di Re o di formiche, ­ i Re appunto della Rosa e dello Scorpione delle antiche dinastie egizie ­ quelli che invece erano i tratti della loro funzione, la famosa Beauty fitness espressed, la perfezione che ritroviamo negli organismi viventi e negli utensili. Cominciai, cioè, a percepire una riuscita espressiva, un risultato estetico, un equilibrio tra la forma e la funzione dinamica di questi organi, di questi polpastrelli delicati, prensili, tenaci. Queste scolpiture, mi spiegarono, devono produrre una fortissima presa sul terreno, devono simultaneamente far da ventosa e da nervatura, conciliare le caratteristiche della pancia della lumaca e del ventre della serpe. Devono avere lo spessore giusto per reggere il peso del veicolo, resistere alla forza di trazione, alla forza centrifuga, all'usura dell'attrito. Conciliare ancora la zampa del millepiedi con l'unghia del cammello.

Tutte queste immagini stravaganti mi saranno perdonate dagli ingegneri Emanueli e Vittorelli, Collino e Bottasso e dai loro giovani allievi. Io cerco di spiegarmi per via di istinto e per approssimazione dove essi arrivano per analisi e per prove. Sono un semplice, se pure entusiasta uditore di questa loro Accademia del Cimento. So che ci sono voluti anni e anni di astuzie e di osservazioni, di ipotesi e di controlli, so che sono stati chiamati in soccorso gli strumenti più delicati del calcolo per poter definire con giustezza una norma, un comportamento. La natura non fabbrica i pneumatici come fabbrica le uova e i gusci dei molluschi. Ma Emanueli e Vittorelli, e la schiera dei collaboratori, stanno facendo un difficilissimo e paziente lavoro per addivenire a dei risultati che sembrano a noi naturalissimi. E poiché il frutto di una ricerca si misura dalla quantità delle supposizioni abbandonate, io posso dire che gli archivi sono zeppi di idee rimaste in germe, di abbozzi, di pentimenti, di errori, perché il frutto più saporoso è quello che costa più fatica senza dubbio, è quello però che di questa fatica non mostra alcuna traccia e sembra un frutto spontaneo, nato dalla grazia.

Ho qui davanti ai miei occhi la traccia di questi rilievi e mi ci perdo come un archeologo davanti ai sigilli mesopotamici, o un bambino che insegue il motivo senza capo né coda di un vecchio tappeto. Trovo che ci sia di che estasiarsi e perdersi a inseguire queste filastrocche di prismetti, la connessione degli intagli, il rompicapo delle serie aperiodiche. Avete mai contato gli acini di una spiga d'orzo o le scaglie di una pigna?

So che a regolare questi labirinti, a progettare questi cunicoli e i loro corrispondenti rilievi, c'è più bisogno di equazioni che di immaginazioni. Non si tratta di inventare la "greca" o il motivo ricorrente nelle stoffe peruviane, o gli "ovuli" barocchi, o gli ideogrammi di Miro, di Capogrossi, di Lèger.

L'ing. Emanueli ordinò, qualche tempo fa, una curiosa inchiesta tra gli autisti delle macchine provagomme della Pirelli. Egli ispezionò, al ritorno di infiniti viaggi di prova, il battistrada dei pneumatici. Andò a cercare tra gli intagli della polpa di gomma le scaglie di pietra e i sassi che, erano rimasti imprigionati nella marcia. E si servì, dunque, anche di questi dati per controllare alcuni disegni, per scegliere quelli più adatti, meno voraci. Ho sentito anche dire che per fabbricare i pneumatici, meglio rispondenti ai viaggi nel deserto, i tecnologi hanno guardato a lungo gli zoccoli del cammello. Come vedete siamo nel clima del metodo leonardesco, delle giornate favolose che permisero a Leonardo da Vinci, guardando intensamente la libellula e il nibbio, di spiccare il grande volo. I sassi di Emanueli sono ormai conservati in una vetrina come le conchiglie dell'elettrotecnico Giorgi e le farfalle del pittore De Pisis.

16 Dicembre 2011

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