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Scienza e parola, Nicola Lagioia omaggia Leonardo Sinisgalli

31 January 2020


di Nicola Lagioia

Lo scrittore Nicola Lagioia ricorda l’ingegnere-poeta lucano Leonardo Sinisgalli in occasione del 39° anniversario dalla sua scomparsa. Il testo, inoltre, sarà pubblicato nel prossimo numero di “Civiltà delle Macchine”, a breve in uscita.
Quando penso a Leonardo Sinisgalli, per associazione mentale, la prima cosa che vedo è L'uomo di neve di Osvaldo Licini, che con il suo sguardo enigmatico su sfondo giallo domina la Poesia italiana del Novecento curata da Edoardo Sanguineti dentro cui, da ragazzo, lessi per la prima volta i versi del poeta di Montemurro. Paesaggi campestri e fulminanti agnizioni, ermetismo e matematica, Basilicata e via Panisperna, fanciulli che giocano con le monete contro un muro e ragazze fatali, ecco come procede l'associazione di pensieri, tornando con la mente a Sinisgalli.
Nella mia formazione di uomo, prima ancora che di letterato o di scrittore, le poesie di Sinisgalli sono state un'occasione per potenziare, rendendolo più sensibile, l'intero apparato percettivo. A cosa serve altrimenti la poesia? Non necessariamente a pensare meglio, ma a sentire con più forza, a decifrare ciò che, in noi e nel mondo, resterebbe altrimenti un segno muto. Naturalmente la poesia esplora il mistero che siamo a suon di domande e misteri dall'ombra ancora più lunga. Ho amato, in questo modo, Sinisgalli come ho amato Montale, Penna, Ungaretti, Campana, Cardarelli, Rosselli. Per lo stesso motivo, ho amato molto meno lo stesso Sanguineti e tutti i neo-avanguardisti e, dopo un breve riconoscimento generazionale, il mio amore è stato fragile verso la maggior parte dei postmoderni. Il fatto è che colloco istintivamente Sinisgalli sì nella corrente ermetica, ma questa rientra nell'ancora più vasta galassia che fu (e per certi versi ancora è) il modernismo, cioè la stagione letteraria a cui sono più legato in assoluto. Il dialogo tra poeti su questo campo è formidabile. C'è un vento comune che soffia ad esempio tra Georg Trakl, Eugenio Montale, Leonardo Sinisgalli, tra gli alberi notturni della campagna austriaca, i verdi paesaggi liguri a strapiombo sul mare, le sponde dell'Agri, che scorre interno alla Basilicata, da cui, per Sinisgalli, gli "oscuri morti famigliari" approdano idealmente ai Campi Elisi, dando salute al verde degli orti, allargando i campi di fave, "mischiando la memoria al desiderio", si potrebbe dire con Eliot, il padre di tutti loro.

A cosa serve altrimenti la poesia? Non necessariamente a pensare meglio, ma a sentire con più forza, a decifrare ciò che, in noi e nel mondo, resterebbe altrimenti un segno muto

C'è, vale a dire, in Sinisgalli, così come negli altri poeti menzionati, la sensazione che la parola possa dischiudere il forziere della natura, violandone un mistero altrimenti chiuso a tripla mandata. Un'aia dove un uomo e una donna dormono di notte con le mani affondate nel grano (i piedi più mansueti dei colombi fatti per gioco con il panno bianco dei fazzoletti), i ragazzi che giocano per strada con la sera che gli incendia i capelli, la ragazza ritta e felice sulla porta che il vento spalanca verso la campagna, l'ardore del sole misurato dalle impronte lasciate sui sassi, il vecchio padre che torna solo a tarda sera dalla vigna, la luna nuova che fa fuggire i ragazzi con le uova calde nelle tasche... Tutte queste sono immagini poetiche di grande forza, sono esseri vivi nel mondo in prossimità del proprio nucleo irriducibile, sono altrettanti enigmi in procinto di sciogliersi.
Leonardo Sinisgalli faceva parte della generazione di poeti che guardavano sia alla scienza che alla metafisica con angoscia, cioè con serietà. Dopo gli studi in matematica, invitato da Enrico Fermi a entrare nell'istituto di Fisica di via Panisperna, Sinisgalli preferirà i versi alla fissione nucleare. Istintivo va il pensiero a Ettore Majorana, ma chiaramente sono storie diverse. Parte dell'attualità della poesia di Sinisgalli sta tuttavia proprio nel doppio sguardo. Scienza e parola sono i due grimaldelli in grado di forzare il lucchetto del mondo, o almeno di fare un po' di luce nel buio da cui siamo circondati. Per anni, specie in Italia, gli scrittori e i poeti non si sono occupati di scienza. Gli scienziati che lavorano in batteria nei laboratori e nei campus non si sono parimenti spesso occupati di poesia o di letteratura, anche se i più in gamba di loro sì (basti pensare a Murray Gell-Mann che mutuò il termine 'quark' dal Finnegans Wake). Oggi, che la fisica torna a far vacillare le nostre strutture di pensiero (si cerca per esempio di dimostrare in modo sempre più efficace che, a livello di microparticelle, il tempo, ovvero l'eminenza grigia di ogni opera letteraria, non esiste) un'alleanza tra scienza e poesia, tra metrica e matematica, tra metodo sperimentale e scintilla dell'intuizione, diventa sempre più preziosa per restituire senso all'avventura umana. È proprio su questo terreno di confronto che le figure come quella di Leonardo Sinisgalli, da lontano, poi sempre più vicino, tornano a noi.

Oggi, che la fisica torna a far vacillare le nostre strutture di pensiero un'alleanza tra scienza e poesia, tra metrica e matematica, tra metodo sperimentale e scintilla dell'intuizione, diventa sempre più preziosa per restituire senso all'avventura umana

31 Gennaio 2020

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