La mano mancina
V, 2 (aprile 1952)
Mi sono messo in questi ultimi mesi a rileggere Leonardo. Tra Gide e Montaigne, tra Pascal e Cartesio, tra Leon Battista Alberti e Galilei, che spicco hanno le note, gli appunti, le riflessioni, gli umori, le fantasie dell'infaticabile Maestro!
Bisogna essere grati a Giuseppina Fumagalli per il suo lavoro di raccolta e per il suo zelo: le 360 pagine della sua Antologia (di cui circa una metà è costituita dal commento), pubblicata da Sansoni a Firenze fin dal 1938, come estensione di una prima scelta fatta nel 1915, costituiscono ancora, per il lettore italiano, l'unica guida, senza dubbio la più accessibile, alla conoscenza della prosa e dei pensieri di Leonardo. C'è anche una recente trascrizione ordinata da Francesco Flora per gli allievi dell'Università Bocconi. E poi, ormai introvabili, i Frammenti letterari e filosofici del Solmi, stampati da Barbera nel 1899. Tutto qui. (Eccetto il monumentale Corpus vincianum dei Codici in fac-simile, edito a cura del Poligrafico dello Stato: ahimè, un sogno da bibliofili!)*.
L'Inghilterra possiede, invece, due grossi tomi di scritti leonardeschi, dovuti alla passione e alla competenza di I. P. Richter, usciti in prima edizione nel 1832 e poi ampliati nel 1938. Una bella raccolta di più di mille pagine fitte, divise in due volumi, è quella stampata da Gallimard in francese, ordinata da Ed. Mac Curdy e tradotta da Louise Servicen, con prefazione di Paul Valéry.
Il mio incontro con Leonardo avvenne nella prima giovinezza. Ero allievo del Politecnico a Roma, in san Pietro in Vincoli, quando mi capitò casualmente di trovare su una bancarella, verso il 1928, il libro del Solmi o la prima edizione della Fumagalli, non ricordo bene, e le sorprendenti pagine del Bestiario, delle Profezie, delle Facezie.
Il nostro gusto di ragazzi, allora, era certo il più pronto, il meglio disposto a beneficiare dell'ermetismo di Leonardo, della sua magia, del suo surrealismo. Ci piacevano le metafore, le visioni, le invenzioni. Davamo grande credito alla fantasia. E non andavamo per il sottile: giuoco o farnetico, burla o impostura, enfasi o ironia, quelle pagine strane ci riempirono di meraviglia e di ammirazione. Vogliamo trascriverne qualcuna? A me pare che siano ancora le cose più adatte a dare il senso di certe giornate, di certe ruminazioni, di certe forme della noia di Leonardo e del suo riposo. Ecco il ritratto del leone: "Questo sì terribile animale niente teme più che lo strepito delle vote carrette e simile il canto de' galli, e teme assai nel vederli e con pauroso aspetto riguarda la sua cresta". E la piccola leggenda del cardellino: "Il calderugio dà il tortomalio ai figlioli ingabbiati. Prima morte che perdere la libertà". Il senso di queste righe s'illumina per chi sappia che il tortomalio contiene un violento veleno; e Vasari racconta che Leonardo, quando passava davanti al negozio di un uccellatore, pagava il prezzo richiesto e dava libertà alle ali prigioniere.
Come abbiamo detto innanzi la lettura di queste favole e facezie, e delle visioni e degli indovinelli, sono uno stimolo per chi voglia introdursi nella selva dei pensieri, delle speculazioni, per chi voglia forzare il cerchio in cui si chiuse: "se tu sarai solo, sarai tutto tuo".
È ormai superata anche la leggenda della sua scrittura segreta. Leonardo scriveva alla rovescia quasi sempre da destra a sinistra, perché era mancino, ma mancino spontaneo, e aveva preso quella tendenza fin dall'età giovanile per un ghiribizzo o forse per far cose diverse dal comune, non già per celare misteri. Uno schizzo del Melzi, il suo prediletto discepolo, riproduce la mano scrivente, con la penna d'oca impugnata e il dito medio più flesso dell'anulare.
Ci son voluti circa quattrocento anni perché i manoscritti di Leonardo vedessero la luce, e si avverasse l'augurio del buon canonico De Beatis che, accompagnando in Francia il cardinale d'Aragona, ebbe la ventura di visitare il castello di Cloux il 15 ottobre 1517. Il vecchio Maestro, paralizzato nella mano destra, dovette mostrare ai due prelati la "infinità de volumi et tucti in lingua vulgare", vale a dire l'intera sua opera scritta, la cui vicenda romanzesca, la storia cioè del miracoloso e fortunoso parziale recupero, risparmieremo al lettore.
Leonardo non aveva dato un ordine preciso ai suoi scritti, né aveva elaborato nessuno dei numerosi argomenti, a volte trattati solo in parte, se pure con quel suo acume. E se si scorre l'indice dei titoli, che formano i paragrafi dell'edizione francese di Mac Curdy, si ha un'idea della vastità delle sue speculazioni: Filosofia, Aforismi, Anatomia, Fisiologia, Storia Naturale, Proporzioni dell'uomo, Medicina, Ottica, Acustica, Astronomia, Botanica, Geologia, Geografia fisica, Topografia, Atmosfera, Il volo, Macchina volante, Moto e gravità, matematica, Natura dell'acqua, Idraulica, Canalizzazione, Esperienze, Invenzioni, Balistica, Armamento Navale, Paragone delle arti, Precetti di pittura, colore, Paesaggio, Ombra e luce, Prospettiva, Mestiere dell'artista, Scultura, Fonderia, Architettura, Musica, Aneddoti, facezie, Favole, bestiario, Allegorie, Profezie, Lettere.
A scrivere la sua enciclopedia intima Leonardo mise tutta la vita: aveva sempre i quaderni sottomano o attaccati alla cintola, grandi e piccolissimi 8cm. 6 per 9, cm. 7 per 10). Nel codice massimo, l'Atlantico, vi sono appunti che vanno dal primo periodo fiorentino fino agli ultimissimi anni. Di quasi tutti gli scritti, malgrado il caos dei ritrovamenti, si è riusciti con buona approssimazione a fissare la data.
Tutti hanno un'idea della pagina di Leonardo: non è quella di uno scrittore, poeta o storico, e neppure soltanto quella di un fisico, di un geometra, di un ingegnere. Ci sono schizzi, disegni, figure geometriche, croquis (come li chiamava Le Corbusier), frammisti o intercalati o commentati dalla scrittura. Fascinosa scrittura, senza punti, senza accenti, senza virgole. "Quello uccell cheppiu menpesa che più sallargha ede converso più pesa chepiu sirestrignie ecquesto sperimentano le farfalle". Eppure in questa scrittura illetterata, da falegname e da fabbro, da muratore e da stagnino, quante righe sublimi! "La somma felicità sarà somma cagione della infelicità, e la perfezion della sapienza cagione della stoltizia". O sottigliezze di questa specie: "la terra è mossa dal peso di un piccolo uccel che sopra a lei si posi"; " La spera dell'acqua è mossa da una piccola gocciola d'acqua". La scrittura che corre dritta alla ricerca del senso, la scrittura-utensile per intenderci, non può permettersi il lusso di svolazzi, o di curve e di percorsi vaghi, né gli indugi melodiosi. Segue la via più corta come l'acqua, come l'ago e la punta del trapano. È in una seconda fase che nasce la scrittura-referto, la scrittura-sintesi, il teorema o il verso. E questo culmine olimpico non riguardava Leonardo. La prosa dell'Alberti, e più tardi quella di Galilei, si avvantaggiano di risorse retoriche, risorse di metodo, risorse compositive: c'è un agio, una soddisfazione, una calma che Leonardo irrequieto e impetuoso non conobbe quasi mai. Egli ci ha lasciato soltanto brandelli, uno dopo l'altro, spesso conseguenti l'uno all'altro, spessissimo spaiati, imbrogliati, contraddittori. Nessuna voluttà riusciamo a scoprire di genere ritmico, di genere deteriore, se non quando egli trascrive da Lacerba o da Plinio, o dal Pulci, o da Valturio, o dal Bracciolini.
Dobbiamo cercarlo non tanto nelle ore di contemplazione, di stasi, ma nei momenti di massima carica, di più acuta presenza: dalle favole, alle cose viste, agli esperimenti, alle scoperte, ai pensieri.
Ecco un Maestro che non volle discepoli, un Maestro solitario che guardò molto lontano, e scrisse per noi lettori difficili incontentabili disordinati, lettori di 400 anni dopo.
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