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Il lavoro e lo svago

V, 1 (febbraio 1952)

 

Tutti gli uomini, naturalmente, hanno qualche bernoccolo e qualche ubbia. Tutti sarebbero fatalmente trascinati alla specializzazione o, per antitesi, all'eclettismo. Un carissimo prete, che ho conosciuto nella mia infanzia, dopo la Messa correva a dar la lattuga ai conigli. I contadini suonano di sera la fisarmonica con lo stesso trasporto che Ingres, il pittore delle odalische, metteva nel suonare il violino, appunto le violon d'Ingres. Si può dire che tutti noi portiamo nascosto, sotto la giacca, lo scheletro di un violino, o uno scaccia pensieri, un'ocarina, come il vecchio Barrymore nel famoso film di Capra È arrivata la felicità.

L'organizzazione dello svago, la tecnica del riposo, la filosofia del divertimento cominciano da qualche tempo a preoccupare i pensatori e i legislatori così come preoccupavano i Profeti e i Re. Le riviste in rotocalco ci ammanniscono le tavole di quiz e le scacchiere dei puzzles, i circoli di cultura ci stuzzicano coi loro programmi dedicati alle libere discussioni, i cinematografi ci propongono la loro spicciola mitologia.

Dopo la guerra seppi che il libro più venduto in quegli anni era stato il Trattato di Culberston sul bridge; aveva battuto la Bibbia. E ancora oggi nel Regno delle Due Sicilie non c'è persona rispettabile che non conosca a memoria, e non ripeta in latino macheronico, qualche teorema di Chitarrella sul Tressette o il Terziglio.

È un grosso tema, un argomento solenne, intricatissimo, questo dei rapporti tra la fatica e il giuoco. Ci s'impegnarono Platone e Tommaso Moro, Campanella e Bacone, quando disegnarono le loro Città Ideali. Ci si è messo San Benedetto (Ora et Labora), ci si è provato Pascal (le malheur des hommes vient d'une seule chose qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre), infine sono arrivati gli architetti, gli psicologi, i moralisti, i fisiologi a tentarne una soluzione più vasta. La civiltà delle macchine ha messo in moto i cervelli elettronici, i grandi gruppi editoriali hanno aperto le loro inchieste, gli Istituti di sondaggio hanno mobilitato i loro informatori per conoscere hobbies, manie, passatempi del nostro secolo. Si sa che Benedetto Croce si riposa correggendo le bozze dei suoi libri e che Paul Valery per distrarsi risolveva equazioni. Il mio amico Crippa mi parlava tempo fa di uno zio che possedeva una collezione di serrature e il defunto professor Giorgi, elettrotecnico insigne, m'invitò un giorno a vedere la sua splendida raccolta di conchiglie. Bruno Munari ci ha dato recentemente un esempio nuovo di Museo a sorpresa, tra poliziesco e poetico, il Museo degli oggetti trovati.

Il discorso che io porto avanti saltando di palo in frasca non riguarda solo i ricchi, la nera noia dei ricchi e i mobili costruiti da Dean Acheson, i quadri dipinti da Churchill, le monete catalogate da Vittorio Emanuele III. Il povero impiegato che fa da protagonista nella celebre novella di Gogol Il Cappotto, aveva una gran passione per la calligrafia. Questo omino era riuscito in un'impresa davvero ammirevole, aveva trasformato il suo lavoro in uno svago, aveva tolto la ruggine alla sua giornata di travet.

Le organizzazioni monacali e militari facendo ricorso alla "regola" avevano trovato i loro dispositivi che lasciavano buona parte del tempo agli otia organizzati. Per gli uni: la fabbricazione della carta, degli inchiostri, la stampa dei libri, la ricopiatura dei Codici, la rilegatura, la cura degli orti e dei giardini, le salmodie; e per gli altri: la scherma, le giostre, le cacce, l'equitazione. Ancora oggi nelle Università, nelle Accademie e nei Collegi la vita è sorretta da una disciplina che non è per niente carcere o ghigliottina se Cartesio riuscì a scrivere in guarnigione il suo Discorso sul Metodo e il monaco domenicano Luca Pacioli a scoprire in convento le leggi della Divina Proporzione.

Bisogna preoccuparsi di suggerire all'impiegato e all'operaio un programma dei suoi passatempi. Fuori dall'ufficio o dall'officina o dal cantiere il nostro eroe è un pesce fuor d'acqua. Veramente è un pesce fuor d'acqua anche il suo Capufficio o il suo Capotecnico o il suo Capomastro. C'è l'eccezione senza dubbio, c'è chi ha l'abitudine di leggere, di costruire modellini, di andare alla predica o alla pesca. Nelle ore libere l'impiegato e l'operaio sono spesso disponibili, senza ormeggi, senza bussola, pronti a seguire la spinta del vento. Basta una piccola forza a far superare il punto morto. Dico che in queste ore bisogna mettersi al loro fianco. Il diavolo aspetta all'uscita, sulla soglia del Tempio. La volpe aspetta l'agnello alla fontana.

Io sono per la cultura, anche come dessert, sono per la riflessione e per la contemplazione: mi piace starmene alla finestra o seduto davanti alla porta. Ma non è detto che lo Sport, il Giuoco, il Circo, i Viaggi, la Cucina, la Casa e la Natura non abbiano altrettanti strenui aficionados.

C'è qualcuno tra gli amici, urbanisti e sociologi, filosofi e utopisti, che ha qualche suggerimento da dare?

16 Dicembre 2011

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