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La casa è una vocazione

II, 6 (dicembre 1949)

 

I mobili sono tentatori, ti trascinano a divagare. Rinunziamo allora di proposito a descrivere la poltromamma di Savinio e le Camere incantate di Carlo Carrà o Gl'interni metafisici di Giorgio de Chirico. Ricordiamo a qualcuno, che la Sedia Surrealista, appoggiata a due zampe di legno e a due gambe nude di donna comparve la prima volta nella Mostra di Parigi del 1926, e che il primo modello di poltrona in tubo di acciaio cromato fu disegnato da Mart Stamm e da Breuer nel 1927 e fabbricato, a Parigi, da Thonet. Senza dubbio la sedia metallica costituisce una grande invenzione: tutti gli architetti di grido hanno presentato i loro modelli di sedia flessibile, elastica. Ma non possiamo nascondere ch'essa suscita ancora in molta gente un certo fastidio. Ha fatto il suo trionfale ingresso nei sanatori, negli uffici, nei negozi, nei bar, nei cinematografi: ma è rimasta fuori casa. Non ha familiarizzato. Disegnare una sedia è un'impresa difficile: all'ultima "Triennale" dieci tecnici hanno discusso notte e giorno, e i maligni dicono che hanno tirato fuori una sedia ortopedica. Tant'è vero che la sedia di Chiavari e gli sgabelli rustici hanno ancora i loro tifosi.

Capitai una volta in casa di un celebre architetto milanese: fui pregato di trattenermi a pranzo. Quando andammo a tavola mi accorsi che ciascuno dei familiari si portava appresso la propria sedia. Erano diverse una dall'altra: la nonna, la madre, la moglie, e i figli non si erano ancora messi d'accordo su una questione così delicata. "Quale sedia preferisce?" mi domandarono in coro. "Una sedia pesante, risposi interdetto, ma un vino leggero".

Ho avuto confidenza con molti arredatori illustri del nostro tempo: conosco la casa di Gio Ponti, di Bottoni, di Muzio, di Albini, di Clerici, di Monaco, di Luccichenti, di Mucchi, di Figini, di Libera, di De Renzi. Trovo le loro stanze, i loro mobili un po' acrobatici, sperimentali. Ma le case dei miei amici letterati mi piacciono di più, la casa di Cecchi, la casa di Carrieri, o di Ungaretti. Sono dimore tranquille, raccolte, confortevoli, intime.

Ma dove mi sento davvero a mio agio è negli studi dei pittori e degli scultori: quel disordine, quelle cianfrusaglie, quelle mele e quei fiori secchi, mi seducono. Gli studi di via Margutta, a Roma, e quelli di via Rugabella, a Milano, o di corso Garibaldi, sono gli ambienti che meglio mi ricordano il mio domicilio ideale: la cella di un convento, oppure una tenda, o un carrozzone.

Una casa non s'improvvisa, né si può allestire con un libro alla mano come una scena di teatro. La casa è una vocazione. L'incontro con una scrivania o una poltrona che ci somigliano può veramente dare un significato, una piega a tutta una vita. Non saprei quindi che cosa dire a quelli che chiedono di montare una casa da un giorno all'altro. Non ascoltate gli estranei, seguite la vostra inclinazione. Siamo tutti disposti a perdonare e a pagare i nostri errori, non quelli altrui. In ogni modo è buona norma non caricarsi troppo di ricordi, di paraventi, di ritratti. Ci sono persone che riescono a dare un aspetto cordiale anche a una camera d'albergo. Portano nelle tasche e nelle valigie la loro personalità: un libro, qualche stampa a colori. Credete a me, i tappeti e i lampadari comprateli con i premi della "Sisal": ma non trascurate di portarvi in camera una rosa il ventisette del mese! Io continuo a sostenere questo principio: bisogna prima garantire agli uomini la sicurezza del sonno e del riposo, liberarli dal "complesso" dello sfratto, dalla paura, dalla minaccia delle devastazioni, delle invasioni, e poi parlare di arredi. Le rivoluzioni nell'ammobigliamento accadono soltanto nei periodi in cui i fabbricanti di cannoni o i generali di stato Maggiore hanno da curare il fegato o la podagra. Il sofà, la cave à liqueur, la poudreuse, e tanti altri graziosi oggetti sono spuntati coi rami di ulivo, nelle grandi pasque dei popoli. I lumi olandesi, le sedie di Vienna, i mobili Cippendale hanno seguito la ratifica dei solenni trattati di amicizia tra le nazioni. Le guerre, ahimè, accrescono il disordine delle nostre abitazioni! L'incertezza dei nostri gusti è il riflesso dell'instabilità dei nostri edifici spirituali ed economici. La sagoma di un mobile è l'immagine spettrale dei costumi e delle leggi.

16 Dicembre 2011

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