Disputa intorno alla natura delle macchine
II, 5 (ottobre 1949)
NEMICHE DELLA FANTASIA
È difficile capire gli uomini, ma capire le macchine è quasi impossibile. Forse per questo, da quanto mi consta, non è mai stato fatto uno studio di psicologia delle macchine: vorrei tentarne un primo abbozzo nelle disordinate note che seguono.
Per incominciare: della nascita degli uomini qualche cosa si sa: ovuli cromosomi eccetera. Il risultato sarà più o meno buono, ma si sa press'a poco cosa verrà fuori, poiché la mamma dell'uomo non fa che uomini. Tutt'al più c'è chi nasce con la pelle nera e chi con la pelle gialla e chi con quella bianca; chi col naso lungo e chi col naso corto ed anche, non dico di no, qualche sbaglio più grosso succede, ma grande diversità fra gli uni e gli altri nati non c'è. Invece delle macchine, cosa sarà? Ferro, acciaio, carbone: sì, ma la macchina madre oggi ti fa una gru e domani un grammofono, poi una locomotiva o uno spremilimoni. Nascono esseri senza braccia o con dieci, lunghe cento metri o un millimetro, cieche o con occhi che bucano lontananze immense.
Fra il bastone da dare sul groppone dello schiavo che costruisce le piramidi (questo bastone, non la leva come si usa scrivere comunemente nei testi di scuola, è la macchina più semplice che esista) e la calcolatrice elettronica, corre una differenza assai maggiore di quella che passa fra il più fesso dei fessi e Leonardo da Vinci.
È proprio vero: la specie delle macchine è immensamente varia e fantasticamente prolifica, secondo leggi misteriose, forse illimitate. E la evoluzione biologica di questa specie? Essa è sorprendentemente armonica e sicura: ogni specie di macchine che muore, darà certamente luogo ad una successiva specie più perfetta. La macchina semplice genera via via la più complessa, poi la supermacchina, la strasupermacchina, eccetera: dove si andrà a finire? È un progredire metodico, accanito, inesorabile che preoccupa: che tendano a conquistare il mondo? che siano destinate a padroneggiarlo soppiantando l'uomo? che rappresentino addirittura la specie futura dell'uomo, il superuomo? Una conferma della teoria evolutiva di Le Compte de Nouy?
Gli uomini lavorano per mangiare e per divertirsi, non dico che sia una ragione molto convincente, ma almeno una specie di ragione c'è; e poi, quando non lavorano, gli uomini vivono lo stesso: il loro stomaco funziona, la loro bocca si muove, invece le macchine lavorano soltanto per lavorare e quando non lavorano sembrano morte. Muoiono e risorgono ogni giorno per secoli e secoli; lavorano soltanto per abitudine, ossequienti ad una legge matematica. Possibile che si possa vivere così, soltanto perché si è stati messi al mondo, senza rendersi conto di niente, senza distrarsi, senza mai tentare qualche cosa contro la regola prestabilita, senza mai osare di rompere il cerchio del proprio destino? Quando una macchina dovrà fare in extremis l'esame di coscienza, come potrà giustificare a se stessa una vita così uguale, monotona, arida? Che paradiso può aspettarsi, per dopo, se non un paradiso ancora noioso e smorto? O le basterà la coscienza di aver rappresentato un pezzo necessario della lunga catena della evoluzione biologica della specie macchinina, alla quale ho più sopra accennato? Questa coscienziosità perfetta, questa estrema metodicità, questa prussiana disciplina, tutte prive di intelligenza, mi fanno paura: appaiono come il fronte di una inesorabile marea montante.
Non che le macchine siano infallibili: qualche volta sbagliano anch'esse, ma ciò non avviene mai perché esse si ribellino, perché facciano qualche tentativo di evasione, bensì capita per puro errore, all'infuori della loro volontà, per qualche scherzetto che gioca loro il solito demonio.
Esse, poi, fanno di tutto per far dimenticare l'accaduto: guardate un po' com'è allibito un orologio che sbagli un minuto, poverino fa pena.
Le macchine sono di una serietà assoluta, non sorridono mai, o, forse, da che hanno ingaggiato la loro lotta per superare l'uomo, non sorridono più. Sono impegnatissime e non possono distrarsi. Perfino la giostra del parco dei divertimenti: l'hanno riempita di specchietti e di orpelli, di rosee sirene rubiconde davanti e di cavallucci rubicondi di dietro; tutti ridono, i bimbi le battono le mani, ma lei, niente: gira, gira ansimando un pezzo del Trovatore, gira, gira, ma è come assente, fa la serva senza ridere mai.
Perfino il battello, così bel bianco nel blu del lago, sembrerebbe allegro: ma andate un po' a vedere gli stantuffoni della macchina, coma girano senza sospirare, senza un piccolo sorriso. Un omino grida: "avanti!" ed essi vanno avanti, l'omino grida: "indietro!" ed essi vanno indietro.
Silenziosi, pazienti, sempre così: sembrano schiavi incatenati alla macina, sembrano galeotti ai remi.
Prive di fantasia, esse sono nemiche di ogni fantasia e vincono la fantasia. Quando il grande Chisciotte, solo presago dell'avvenire, partì con la lancia in resta contro il mulino, nel quale egli vedeva il gigantesco e terribile capostipite dei nemici della fantasia umana, il mulino lo disarcionò e lo umiliò nella polvere, serio ed indifferente, continuando a girare le sue stupide pale. Soltanto noi, uomini ciechi, usiamo ridere di questa offesa, di questa tragedia che nella nostra storia rappresenta il primo e l'unico tentativo di ribellione contro questo inesorabile genere di schiavi che ci siamo creati ed incoscientemente stiamo allevando a diventare i nostri padroni. Guardate anche l'orologio: noi lo abbiamo creato perché ci dicesse quand'è mezzodì, la piacevole ora di colazione, ma lui ci ha preso la mano, s'è messo a lavorare con la tenacia e la costanza e con la spaventosa serietà proprie della sua razza e, da simpatica meridiana, s'è tramutato in ragioniere inesorabile che nel taschino del panciotto ci sta contando, coi battiti del cuore, quanti secondi ci mancano per morire. E quando abbiamo voluto dargli una voce, si è messo a romperci i più bei sogni, che sono quelli che vengono col mattino, strillando ferocemente e perfino si è messo a gridarci in faccia: cucù cucù.
Del resto, non è, forse, la stessa storia del motore, del telegrafo, del telefono, dei razzi, della bomba atomica, eccetera, che ci stanno condannando ad una sarabanda frenetica, che ci costringono ad un moto sempre più accelerato, che ci possono scoppiare nelle mani da un momento all'altro? Forse, davvero, i nostri schiavi sono sulla via di rovesciare la situazione; forse, davvero, questo predominio è lo scopo remoto ed inconfessato della loro inesorabile avanzata; forse, davvero, essi sono degli astutissimi e spietati luciferi.
Questo spiegherebbe il loro lunghissimo, silenzioso sacrificio. Dietro la bellezza dei loro multiformi travestimenti che spesso ci incanta, attende il ghigno dello scheletro?
E come noi non ci accorgiamo di ciò? Forse soltanto i bambini, freschi ancora del fiato che li ha creati, hanno istintivamente capito il pericolo e reagiscono, rompendo i giocattoli meccanici, cioè la piccola effigie delle macchine, coi quali tentiamo di corromperli (e noi, padri sconsiderati, li battiamo per questo loro ispirato atto di auto-difesa!)
È urgente tentare la salvezza. Bisogna che troviamo il modo di creare delle macchine inutili. Siamo riusciti a creare i tulipani neri, Pinocchio ed il Giudizio Universale, possibile che non sappiamo creare delle macchine inutili e dar loro importanza e mischiarle alle altre per salvarne la razza ed anzi, sovrastarle, le altre, che trascinano anche noi sulla via della loro stessa perdizione, umiliandoci, negando la nostra poesia, legandoci alle nuove forme di vita, che esse stanno imponendo? Nessuna vendetta: sarebbe ancora un atto di intelligente pietà, un generoso aiuto ed un riemergere della nostra superiorità. Sarebbe la rivincita del Chisciotte sul mulino a vento, cioè la vittoria della bella fantasia sulla povera quotidiana verità, priva di anima.
LORO CARITÀ E PAURA
Carissimo amico, leggo le tue interessantissime note sulle macchine. Stupide e pericolose, tu dici. Stupide, e ti fanno pena; pericolose, e ti fanno paura. Un po' troppa pena, un po' troppa paura, penso io: la tua carità è esagerata com'è esagerato il tuo spavento.
La notizia sensazionale ch'io ricavo dalla tua analisi riguarda la prolificità delle macchine. Le macchine tu dici crescono di anno in anno con ritmo e progressione irrefrenabile. Finiranno con l'immobilizzarci, finiranno col paralizzarci. (Anche Rimbaud, verso il 1870!, aveva gettato l'allarme appena avvertì i pericoli della monstreuse exploitation industrielle). Anche la signora Montessori oggi pensa di correggere l'orrore e l'interesse dei bambini per il giocattolo facendo disporre, tra gli alberi delle sue scuole all'aperto, proprio delle macchine inutili, come le ha immaginate il nostro amico Munari, come le ho viste io sulle spiagge adriatiche (erano nient'altro che poveri argani di legno marcito), come ne ha costruite in America Calder. Perché bisogna assolutamente che i bambini trovino la confidenza con queste trappole, come la trovano con le rose e con le lucciole. E può darsi che Bacone, che s'intendeva di ruote e di bambini, abbia anche lui suggerito qualcosa come una cura omeopatica macchinina. Non tutti i giocattoli devono essere fucili o bombe, possono essere aquiloni, uccelli meccanici, e boite à musique. La macchina non è sempre un ordigno infernale che fa saltare dal cocchio un Re, può essere anche capace, una macchina, di distinguere l'odore della rosa da quello del biancospino: è il naso, il nostro mirabile apparecchio! Ma non divaghiamo, non parliamo di macchine in carne ed ossa, e neppure di macchine in legno o in carta (come sono sempre belli i primi modellini di legno o di carta delle macchine!). Quella che fa pena e paura è la macchina di metallo, lo so. Il legno marcisce, si crepa, si tarla, si torce, si gonfia, il legno si ammala, vive e muore. Nel legno c'è sempre, sia pure in extremis, lo spirito di un albero. Ma nelle leghe quaternarie, ma negli eutettici, mi sai dire che cosa ci trovi, che cosa ci trovi nell'acciaio o nel duralluminio?
Ebbene, sai che cosa ci trovo, sai che cosa ci ho visto (non coi miei occhi, ma con il microscopio e con i raggi X, s'intende)? Nientemeno che i cristalli, minutissimi invisibili cristalli, ma cristalli, miriadi di cristalli perfetti. E i cristalli hanno i loro svenimenti, hanno le loro malattie, hanno le loro fisime che gli uomini fino ad un certo punto riescono a correggere. I cristalli sono l'immagine della poesia, della perfezione. Nei cristalli, oltre che la natura sublimata, c'è davvero lo spirito di Pitagora e di Pascal, l'anima del numero e della figura.
Le macchine sono veramente diventate pericolose quando i loro arti da teneri e leggeri (quali erano ai tempi di Archimede e di Erone Alessandrino, ai tempi di Leonardo e di Cardano) si son fatti durissimi e robusti, inflessibili e veloci. La siderurgia le ha corazzate e adesso ci si mettono anche i matematici a fornire alle macchine perfino la memoria. Ma io francamente non temo la rivoluzione macchinina così come non credo alle catastrofi atomiche: certo, per prendere coraggio, bisognerà familiarizzare con le macchine, non considerarle in anticipo dei mostri o dei miti, addomesticarle. Ho visto alla Terni delle draghe maestose, di parecchie diecine di tonnellate, fuse in un pezzo solo: parevano delle mandibole preistoriche, ma sembravano pure delle radici di carota! Ho visto in funzione la Génèvoise a Ivrea, una macchina che controlla il decimillesimo di millimetro. Tutto sommato non era mica più intelligente di una chiocciola che si porta addosso una spirale logaritmica. Ho visto gli ugelli delle trafile, meravigliosi ugelli di platino che secernono chilometri e chilometri di filo... Ma basta il lavoro di un baco!... credo dunque che contro le macchine noi uomini abbiamo battaglia vinta. Certo, bisogna stare in guardia. La popolazione delle macchine non conosce il galateo, e neppure la diplomazia.
Vanno avanti alla cieca, combattono a ranghi serrati padre, madre, figli, nipoti. Eppure basta un sassolino negli ingranaggi o un forellino in un tubo di alimentazione per sentirle tossire, povere macchine.
Ma il problema che tu adombri è forse un altro. Questa che noi facciamo è metafisica, è accademia, è fumismo. La vita monotona di una macchina ci può far compassione come ci fa compassione la vita monotona della luna. In verità noi chiediamo ai tecnici di preoccuparsi dell'uomo, dell'uomo che lavora alla macchina. Troppo spesso l'automatismo costringe l'uomo a una terribile servitù. Studiamo i rimedi. ce ne sono. E ce n'è uno che la logica suggerisce: spingiamo al limite l'automatismo, diamo alle macchine l'estrema autonomia. Il compianto dott. Massimo Olivetti sosteneva che una volta perfezionati tutti i congegni, gli apparecchi, i dispositivi, gli strumenti della civiltà moderna, all'uomo basteranno 6 anni di lavoro in tutta la vita per affrancarsi dai bisogni, per assicurare il proprio bene.
Utopie?
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