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Ricordare Napoli

di Leonardo Sinisgalli
Domenica 1 febbraio 1976

 

È molto difficile che passi un giorno senza che io abbia l'occasione di pensare a Napoli. Fino a Ieri poteva accadere che stravolto dal vortice delle cose inutili, io dimenticassi di avere un gatto che si chiama Scarfoglio. Poteva essersi nascosto sotto una poltrona, o anche poteva essersi addormentato su una striscia di sole in terrazzo. In genere le sue giornate non hanno segreti, non giuoca a nascondersi, né gli frulla più nel cervello l'idea di fuggire, come è accaduto per due volte la prima settimana a Roma, quando s'infilò nello spiraglio della porta di servizio spalancata da un cascherino troppo frettoloso, e quando con una serpentina sparì tra le gambe del portiere che ci porgeva la porta. Ormai ha più di un anno di età, è stato castrato con delicatezza da una insigne veterinaria, è stato per due volte siringato per immunizzarlo dalla peggiore calamità che flagella la sua specie, il cimurro.

Scarfoglio pesa sette chili, è un soriano grigio con chiazze nere irregolari: una ce l'ha sulla punta della coda, l'altra è proprio un segno di distinzione, una mosca nera sulla punta del naso. Mia moglie non ha mai saputo dire come le venne in mente quel nome quando decidemmo di accasarlo con noi, gli ultimi giorni delle nostre vacanze nel Friuli. Soltanto ieri ha confessato di averlo fatto in omaggio alla sua bellissima zia, la famosa Vittorina Lepanto, che dopo il lungo e grande amore per Edoardo Scarfoglio, era andata a sposa, a cinquant'anni, a un suo zio, cugino di sua madre, l'ingegner Cametti.

A mia moglie piace moltissimo inventare nomi e nomignoli. Lo ha fatto fin da bambina; fu lei che chiamava Amaldi, il grande fisico quasi suo coetaneo, "il fanciulletto sciocco", perché si rifiutava di partire per un'escursione sul Monte Soratte con lei, le sue sorelle, e i loro compagni Fermi, Rosetti, Segrè, i famosi "ragazzi di via Panisperna" (come lei per prima li chiamò quando era già cominciata l'era atomica). Fu lei che, dopo la prima comunione fatta insieme nella cappella delle suore di S.te Cathèrine d'Alexandrie, diede a Moravia l'epiteto di Alberto il Grande, corretto subito dopo con quello di Alberto Einstein, e più tardi con Alberto Sardo, tra l'ilarità delle sorelle di lui Elena e Adriana. Mia moglie diede il nome a una famosa vettura dell'Alfa Romeo, la Giulietta, e, poco ci mancò ­ se Don Sturzo non avesse difeso, vent'anni fa, le ragioni di Agnelli con De Gasperi ­ che la prima utilitaria di Stato (che avrebbe dovuto essere costruita dall'IRI secondo i progetti di Luraghi, allora direttore generale della Finmeccanica) non uscisse col bel nome kafkiano, e, perché no, anche sinisgalliano, di Pulce.

Giorni addietro un nostro amico che ha intenzione di fabbricare motoscafi veloci e potenti, dotati di due motori per la pesca in altomare, ci ha chiesto un nome maschile da utilizzare subito per le registrazioni del primo modello e, poi da mutare via via col perfezionarsi della serie. Mi sono scervellato per due o tre giorni, ma è stata mia moglie a fare la scelta della rosa finale: Spartivento, Barbablu, Vulcano, Prospero, Lupo, Sagittario.

Ripeto un po' per celia che un gatto col nome di Scarfoglio ­ principe dei columnist ­ deve portar fortuna a un poeta che in età avanzata diventa collaboratore di un foglio leggendario "Il Mattino". Dico spesso che lo spunto per gli articoli me lo dà lui, il mio gatto giornalista: sdraiato sul letto alle mie spalle non si smuove finché non sente più raschiare la penna. Finirò col chiedergli di correre a rispondere al telefono, tanto è servizievole. Non è, dunque, di razza maledetta, come i gatti di Baudelaire, e nemmeno di razza snob come i gatti di Eliot. È un comune gatto domestico, mezzo romano e mezzo friulano, che se mai, discende dagli storici gatti dei Fori, oppure dai randagi che fanno la pipì sui celeberrimi pavimenti a mosaico della basilica di Aquileia.

L'altra ragione in aggiunta, per non dimenticare mai Napoli, me l'ha offerta a Potenza nei giorni scorsi il mio amico pittore Antonio Masini che mi ha fatto dono dello stupendo ritratto di Salvatore Di Giacomo, disegnato a matita violetta da Paolo Vetri, discepolo di Dalbono, nel mese di marzo del 1879, come sta scritto nella dedica. In questo foglio di cm. 39 x cm. 23 il poeta è bellissimo ed elegantissimo, con baffi e papillon, in giacca da camera. Ha 19 anni e un'aria ridente. È ancora indeciso se continuare a studiare da medico o abbandonare l'università e mettersi a fare il giornalista. Sono di là da venire i tempi delle sublimi "Ariette" (1898) e di "Assunta Spina" (1901).

Me li scelgo entrambi, Scarfoglio e Di Giacomo, come padrini, meglio numi tutelari, in questa mia tardiva presentazione al Tempio (che una volta era, non so se lo è ancora, per noi chierici buzzurri, la Galleria, mitica cuna di questo giornale).

16 Dicembre 2011

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