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Conversazioni Sinisgalliane. Interviste, dialoghi e testimonianze, Tecnostampa, Villa D'Agri 2016

copertina secondo quadernoa cura di Biagio Russo, Tecnostampa, Villa D'Agri 2016
pp. 158

“ Io prima non li confessavo i miei sentimenti, perché credevo che confessarli mi rendesse debole”. Il senso delle Conversazioni sinisgalliane, titolo di questo se-
condo numero dei Quaderni della Fondazione, è in questa frase che Leonardo Sinisgalli rilascia in un’intervista radiofonica del 1978 alla giornalista Dina Luce, durante il programma «Il suono e la mente» di Radio Due.
È un Sinisgalli diverso quello che emerge dalle sei interviste contenute nella prima parte del Quaderno. Il racconto frammentario delle singole testimonianze si ricompone, come accade con i cristalli di un caleidoscopio, in una visione unitaria dove la solitudine dei vetrini colorati si trasforma in luminosa complessità, restituendo un Sinisgalli senza retorica. Con bonomìa. E, soprattutto, senza la rab-bia e la corazza tipica dell’esule con cui per decenni si era difeso tra Milano e Roma.
C’è un desiderio di raccontare, di parlare degli affetti familia-ri (madre e padre in modo particolare), della propria terra (tanto amata, qualche volta odiata), dei tanti amici (Scipione innanzitut-to). Ma anche di ritornare sugli episodi emblematici della propria vita. Eccolo soffermarsi sulla crisi vocazionale e sul tradimento della matematica nel 1926. Riflettere sulla propria poesia. Scherzare sul giudizio al vetriolo dato a Montale nel 1975, in occasione del Nobel per la letteratura. Ed esaltarsi quando ricorda i suoi pittori.
Ma gli aspetti inediti sono proprio quei sentimenti non più re-pressi o filtrati. È una serena autocritica quella di Sinisgalli quando parla del cattivo carattere ereditato dalla madre, donna forte di forti emicranie, della sua incontentabilità e della sua tristezza. Anzi “scor-butico” (ma senza cattiveria). E quando ritorna al paese, accompa-gnato dal giornalista Enzo Fabiani, l’esaltazione spavalda della pro-pria intelligenza (“eccezionale”) si mitiga in un entusiasmo infantile per il suo borgo.
La sua è stata una vita unica per entusiasmi, per soddisfazioni, per incontri. E questi squarci biografici arricchiscono di rara umani-tà la biografia ufficiale, integrandola di tonalità emotive inaspettate, mai colte nella sua opera in poesia e in prosa. Sinisgalli si stupisce di se stesso, senza essere altèro, ma conquistando la simpatia del lettore che scopre un “intellettuale” più autentico.
L’operazione, nella sua semplicità, è stata quella di raccogliere sei interviste a Leonardo Sinisgalli, fattegli nella maturità, da Dina Luce (in Bentrovati tutti, Garzanti, Milano 1981), Claudio Marabini (in La città dei poeti, Sei, Torino 1976), Enzo Fabiani (in «Gente», 1975 e 1977), Ferdinando Camon (in Il mestiere di poeta, Lerici editore, Milano 1965), Mario Trufelli (intervista del 1975 poi in L’erbavento. Scritti vari, Rce, Napoli 1997).
Alle sei interviste sono state aggiunte altre due conversazioni: la prima con Renato Aymone (1992) sulla poesia del poeta-ingegnere; la seconda (1995), di Marino Faggella, a Vincenzo, fratello minore e gregario di un “Leonardo del Novecento”.
Consapevole istintivamente di questa sua unicità, nell’intervista di Claudio Marabini, Leonardo Sinisgalli confesserà: “Non sono mai riuscito a trovare le ragioni dei miei successi. Forse fu una compensa-zione. Forse fu la rivolta del ragazzo di race inférieure”.

10 Febbraio 2017
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