Fogli di diario

di Leonardo Sinisgalli
Anno V, luglio 1960

 

Nonni canuti, vegliardi pieni di acciacchi, carichi di saggezza. Nella Bibbia o nella Tragedia o nei grandi letti della tribù. La nostra civiltà di vecchioni ha fatto pagare a caro prezzo anche la più piccola disobbedienza. Civiltà tirannica. I popoli meridionali sono stati schiacciati dalla paturnia dei padri, dalla infallibilità dei nonni, despoti intorno al fuoco o intorno al desco. Nel Sud è mancato l'amore, il filo di speranza, la scappatoia ai guai di famiglia. I meridionali contano i giorni che mancano alla fuga. Crescono per fuggire fuori di casa, lontani dal paese, si sposano bambini, muoiono in guerra per ribellione alla potestà dei vecchi. Quando torna, il figliuol prodigo consiglia al fratello di fuggire anche lui. Il ragazzo non conosce l'amore paterno, il figlio è soltanto un servo del padre. Un mercante di porci, cieco, faceva avvicinare i figli adulti, li chiamava accanto a sé, imponeva loro di restare immobili per schiaffeggiarli l'uno dopo l'altro nel vano della porta. I compagni sparivano dalle case per due o tre mesi e vivevano spostandosi di notte da una colombaia all'altra o in fondo alle grotte. Scavalcano balconi, cancelli, siepi per respirare un'aria diversa dalla fetida aria di famiglia. Non c'è passione o vocazione che non sia contrastata. La scelta di un mestiere, di un amico, di una moglie. I figli sono di proprietà del padre; prima di cederli a qualcuno, alla patria, alla chiesa, al maestro, all'incettatore, preferirebbe vederli morti. Al padre spetta la testa e i figli rosicano la coda del castrato. La Bibbia e la Tragedia esaltano l'onnipotenza dei vecchi sugli adulti e gli adolescenti. Non c'è nessuna sorpresa se un padre rifiuta la sposa per le grazie della figlia. Accade sempre al Pallonetto, ai Sassi, a Gannano. Un caso raro di ribellione al padre, un processo al padre, è stato celebrato tempo addietro a Matera: si concluse con l'impiccagione alla boccola di ferro della volta, la stessa che serve a sollevare il maiale scorticato. Le cronache sono piene di complotti, diserzioni minutamente elaborate dai giovani per liberarsi dalla tirannia familiare. Per il padre una figlia è una bocca immonda da sfamare, un figlio è un braccio da sfruttare. E chi non ha visto, sulle Serre o sulla Sila o nei deserti, i guaglioni, i pastorelli di nove o dieci anni comandare col fischio e con la mazza il gregge di pecore e di annecchie? Ravvolti nella mantellina, il berretto sdruscito che copre le orecchie, i piedi nudi o stretti nelle bende e un piccolo strumento, una canna bucata, penzoloni sul petto. Prima o poi arriva qualcuno, un forestiero, uno sconosciuto, e chiede i pargoli per sé. Ne fa dei discepoli o degli schiavetti lubrichi. L'odio per il Padre diventa amore per il Maestro. Ma è breve la vita dei figli. Poche lune tra Natale e Pasqua, giusto il tempo per abbracciare una croce o farsi sgozzare. Mio padre ci lasciò pulcini sotto le ali della chioccia. Non siamo fuggiti, fummo cacciati via per amore delle nostre dolci mura. Ho avuto maestri teneri, pericolosi. Il Padre, quando tornò, chiese a noi un po' di affetto come un vecchio cane. Un po' di carità. Ci portò sacchi d'oro. Ma eravamo cresciuti in branco, senza rispetto dell'autorità e dell'esperienza. Siamo andati avanti a tentoni, animaletti col cuore in gola. Quanto ci è costato imparare a vivere, sopportare il prossimo! La poesia e la vita del Sud sono piene dei ruggiti, dei lamenti, delle grida dei padri. Anche dei rutti e dei peti. Nelle case c'è una sedia col buco e il grande pitale sempre pronto per i patriarchi oltre che per i bambini.

Se per Barocco s'intende un travaso dell'intelligenza nella materia, un tentativo di soffiare lo spirito nella cavità del creato, un'attitudine a manipolare, impastare, un revival del mito partoriale e domestico; se per Barocco s'intende il predominio del segno sul volume e il contrario preciso dell'indefinito, dell'approssimativo (almeno come si legge nei disegni del Borromini, minuziosi, dettagliatissimi e mai allusivi o scenografici) e quel che si scopre ogni sera sui marciapiedi di asfalto, dominio dell'utensile e scatto inventivo, percezione acuta del reale, quasi una trascrizione, un referto, così penetrante da sconfinare nel simbolo, così abbreviato da parere uno sgorbio, così fulmineo da sorprendere, allora, allora... Il Barocco è un'irritazione della pazienza classica, un dubbio sull'olimpicità, una saetta nell'empireo della stasi. Estasi allora, febbre e paradosso dell'infinitesimo, dello sfuggente, dell'indivisibile, matematica dei resti, dei flessi, delle cuspidi, disgusto alessandrino del pacifico letargo euclideo, Archimede, Erone, la pneumatica, la vite, la chiocciola, la spirale, Cavalieri, Pascal, Newton, Leibniz. Non mi nasconderò la faccia se un diavolo ha voluto tentarmi, interrogarmi, frustarmi per farmi cantare. Il Barocco esprime personaggi più che figure, San Gerolamo e Tristan Corbière. Don Chisciotte e Teotocopuli. I paesaggi, spelonche, romitaggi, Napoli, Toledo, Istanbul. Hartung, Dubuffet e tutti i tragici, Burri, Tapies, Chillida, gli ultimi fabbri. Ecco il ferro fucinato, la pietra lisciata, il metallo battuto, il papier déchiré. Arp, Miro, Fontana, che genealogia! Rompere la compattezza, trovare Una falla nel lingotto, un fossile dentro il macigno, concepire il calcestruzzo, da Freyssinet a Niemayer. Ridurre l'universo a una congrega di atomi, la linea a un insieme di punti. Misurare l'infinito. Ma esaltare una realtà effimera. Sognare una memoria ininterrotta nel cuore dei popoli e nella stessa natura.

La civiltà dell'Egitto è civiltà dei fanciulli. Ai ragazzi non fa paura la morte. Fa paura perfino a Socrate, se pure riesce a cancellarla con un sorriso. Il sorriso del vecchio saggio. Dice cose sublimi ma salate, salate dalla bava che si raccoglie agli angoli della bocca. Socrate sorride, i faraoni ghignano, gli adolescenti tubercolotici, creduli nell'amore e nella morte. I bei fanciulli vestiti d'oro che sputano sangue, malati per eccesso d'amore, distrutti dall'amore per le madri e le sorelle. Qui l'incesto è naturale come l'amore tra i gatti le cui dinastie confuse somigliano alle dinastie faraoniche. Solo i fanciulli potevano sognare ' così gracili di membra, così scarni di nuca, fragili di orecchie, di farsi costruire queste statue di granito, questi ritratti colossali. Ho guardato i loro sandali, le collane, i guanti, i bracciali. Hanno misure minime, i numeri degli adolescenti. Niente libri, storia scritta, soltanto figure. Ecco una civiltà a cui ripugna l'ordine, a cui non servono le parole ma i segni, le cose nascoste nei segni. Qualche gesto di tenerezza tra i tanti, l'infante che si attacca al polpaccio del padre, il bambino che si nasconde sotto la gola d'una vacca. E il ricordo di due sposi cugini. Lui vermiglio, negro, lei ravvolta nello smalto rosa come dentro un confetto. Non ricorderò i lunghi nomi quadrisillabi, ma mi farà pena la calvizie di questi ragazzi precoci. Per nasconderla si coprono di turbanti sontuosi, di piume rapaci. Re puerili ma sacri, come certi bambini storpi votati ai santi nelle processioni. Nefertiti ha la pelle del viso tirata sul teschio, le labbra lunghe e schiacciate, la fronte tesa, il mento stretto in un diedro acuto che sfugge sulla fronte e sotto l'ugola. Nera e grigia, figlia della luna e del sole nei due ritratti di pietra granitica e di calcare.

Gli eremiti e i vecchi hanno adornato la brutale ricchezza della natura, l'hanno corretta e educata, hanno fabbricato harem, piscine, lidi, promontori luminosi, splendide terme. Nei luoghi di lusso e nei posti eletti, a inneggiare alle gioie della vita, s'incontrano satrapi, mercanti, armatori panciuti o paralitici con qualche magnifico cane piccolissimo o qualche bimbetta da divertire. Vengono sui terrazzi del Beach a spulciare le loro bestie, a comprare semi di girasole per i pappagalli, malati di idropisia e di artrite, sdentati, portano a braccio le bambine ghiotte di foie gras e di caviale, le bambine che non sanno bere. La femme qui dort au clair de lune devient chatte, la chatte qui dort au soleil devient chienne, la chienne qui dort dans l'eau devient oiseau. Costa azzurra, che impostura!

L'anima e il corpo si disavvezzano con la stessa facilità con cui si assuefanno. L'abitudine è una catena che si può rompere all'improvviso. Passare dall'altra sponda del fiume è facile, la distanza è minima, ma la prospettiva è capovolta. Il fiume separa una città dall'altra e così il filo di una strada. Quando noi volgiamo le spalle agli amici finiamo presto col dimenticare tutto, non soltanto i tratti del volto, ma la voce, le manie.

Tra un granello di polvere e tutto l'universo c'è un'attrazione reciproca e un'eguale ripugnanza. Il mondo non può muovere un grano di polvere che nella stessa misura con cui un grano di polvere muove il mondo. Un sistema di Galassie non riesce a sconvolgere l'itinerario di una formica che di quel poco, quella spinta infinitesima, che la formica imprime al sistema stellare. A geometrizzare il mondo ha provveduto il logos, vale a dire la mente ascosa di Dio e la ragione dell'uomo. Lo sforzo della nostra generazione sembra quello di liquidare l'esprit de géométrie. L'arte si sgeometrizza, si sgeometrizza la poesia. La fatalità cede il posto alla probabilità. Cartesio e Pascal che erano riusciti a prendere in trappola la natura e a trovare un solco profondissimo da cui sembrava che il pensiero non dovesse mai straripare, sono stati messi in scacco dall'informe che è scoppiato come un'epidemia senza dar tempo alla coltivazione di un vaccino. Si può rovesciare il dogma di Valéry, si può dire che non possono esistere meraviglie se non fabbricate a caso.

Non ti toccano più i cieli ingenui, i simulacri dei fanciulli, interroghi le ceneri dei vecchi ebeti, cerchi la formula dei decotti, fai provviste di pillole e di ipotesi.

Se conoscessimo meglio la natura della nostra anima, quanti trabocchetti ci sarebbero chiari, quanti segreti svelati dal nostro universo curvo. Se conoscessimo meglio il destino dei morti, sapremmo in quali stelle vanno a trovare requie i nostri spiriti. Quando scopriremo il sistema di comunicazione con i defunti (altro che tavoli e sedute spiritiche), ci saranno chiari l'ordine e la disposizione del mondo. Ma i vivi busseranno invano a quella porta.

Il disegno dell'opera non serve più ai pittori e ai poeti. Se mai un abbozzo, una nota scritta sul retro di una busta. Il disegno è necessario per un'opera collettiva, cattedrale o piramide. Le dighe e i canali sono idee. L'arte non è idea. I paesi sono cresciuti senza un disegno preventivo, la Reggia e il Bazar stanno di fronte, come il tempio e il mercato in Oriente e in Occidente. Il cantiere ha bisogno del disegno, dell'archipendolo, del compasso, del filo a piombo, della tavoletta pretoriana, del traguardo. Con l'abolizione del progetto viene a soccombere la simmetria e cede anche la statica. La pietra o i mattoni salgono a gradini orizzontali, ma già il ferro e il cemento armato possono partire in diagonale, obliqui. Petrarca e Baudelaire conservano un gusto spiccato per la composizione, ecco perché rifiutano la grazia. Leopardi scrive ogni poesia come se fosse l3ultima. La crescita del Canzoniere e delle Fleurs non è stata casuale ma organica. Mallarmé, testa vuota, ha cercato invano il disegno dell'Oeuvre tutta la vita. La poetica dell'Eureka bruciò le ultime illusioni compositive, anche se fa tanto credito all'esprit de technique. Vedete a quali risultati mostruosi conduce un istinto compositivo forzato. I Cantos di Pound non stanno in piedi, sono edifici franati. E gli stessi Quartetti di Eliot sono cuciti con lo sputo. Maldoror è l'ultimo capolavoro di architettura fabbricata con le parole.

Bisognerà rendere giustizia al vecchio Govoni. Quell'ebbrezza che la sua poesia ci comunicò da ragazzi noi l'abbiamo perduta, non l'abbiamo più trovata nei poeti che ci sono stati parenti più prossimi. Forse la poesia è un'operazione più semplice di un'alchimia, di un'algebra. Forse è più vicina á un arabesco che a una costruzione. Il poeta non deve edificare, deve soltanto allineare. Govoni lavorava in plein air, raccoglieva nel suo sacco lungo i grandi pellegrinaggi tutto quello che l'universo gli metteva davanti agli occhi e davanti ai piedi. Assolutamente spoglio di pensieri, di idee, di filosofia. Seguiva la sua buona stella come un vagabondo. E in verità non è davvero la merce che fa il venditore. Govoni c'incantava con la sua mercanzia venduta a buon prezzo e in una baracca suburbana. Il bambino e il vecchio trovavano sempre qualcosa che nessun altro aveva mai portato e che avevano desiderato per un anno intero. Verrà, pensavano, il signor Govoni con la sua bancarella.

Si può far precipitare una montagna con una piccola breccia di mica che rotola su un'altra breccia di mica quasi eguale. I grandi spostamenti possono essere causati da forze minime. Non c'è bisogno di far chiasso per trovare le verità. La verità come le streghe fugge via ai colpi di scopa. Per trovarla bisogna star quasi immobili.

Scrivere non è come lavorare all'uncinetto, Mia madre recuperava la lena, ripigliava fiato cento volte nella sua lunghissima giornata. Calmava il suo cuore eternamente in sussulto, faceva riposare la testa buttandosi a sedere stremata in un angolo buio della cucina o della stanza da letto. Aveva trovato un modo di assopirsi senza dormire, prendeva in mano una coroncina o i quattro lunghi ferri, e pregava, o allungava di due dita il gambo della calza. Tra un grano e l'altro ch'essa spingeva con impercettibili movimenti dei pollici e degli indici, indugiando gli attimi giusti per ripetere un'avemaria, probabilmente abbreviata, e alzando appena la voce su qualche vocale accentata, o tra due nodi del reticolo, di cui contava i punti a memoria per dar garbo alla caviglia o al polpaccio, mia madre inseriva un suo disegno, un sospiro.

La luce vibra come una tarma nelle orecchie. La buona stagione ci spoglia di tutto, schiaccia i nostri pensieri. Ci smonta. Siamo ben vivi, ma camminiamo sui trampoli.

Mia madre poteva nel vortice delle sue laboriose stagioni ritrovare istantaneamente la sua pace. Se i ceci bollivano nella pentola e aveva già rifuso un cucchiaio d'acqua calda, se i figli s'erano arrangiati a fare i compiti sugli spigoli delle casse o nelle nicchie del camino, mia madre poteva godersi i suoi minuti di requie. Qualche volta le capitava di dover sfilare diecine di metri di lana per colpa d'un pensiero. Non se ne doleva. Non sempre le riusciva facile cancellare di colpo tutti i pensieri, così come tante volte, quand'era più stremata, non le riusciva di cadere repentinamente nel sonno dopo il lungo soffio sulla fiammella del cero. Diceva allora che non si sentiva bene, lo raccontava a sua madre, come se si confessasse, come se avesse peccato: "Ho aspettato più di un'ora per addormentarmi".

16 Dicembre 2011