Sito ufficiale della Fondazione "Leonardo Sinisgalli"

Sinisgalli ovvero la discordia concors

Una volta lo zio Giovanni incantò Sinisgalli bambino con l'anello di Mobius, celebre nastro privo di rovescio. Partiamo da questa meraviglia che un’unghia percorre tutta senza interrompersi, da questa semplice immagine di continuità, per dire d’un uomo che pur tra incertezze e cadute non ha creduto all’esistenza di steccati tra immaginazione e misura.
Poesia e matematica s’adagiano sul nastro di Mobius fino a coincidere. Tra i due regni non c’è confine. Non c’è bordo sul nastro di Mobius. Il diritto è il rovescio. Così che tutto si fonde in armonia. Armonia, dicevano gli umanisti imbevuti di neoplatonismo, è discordia concors. Si sa che la fanciulla nasce da una curiosa passione tra Venere e Marte.
È questa simbiosi di ragionevolezza e istinto — in altri l’incontro si è attuato come giustapposizione, magari come drammatica compresenza — che spinge verso gli albori della scienza. Quando l’algebra, la geometria, la meccanica sono un’avventura che sconfina nei sogni della magia naturale, il terreno è maturo per dare alla luce un fiore meraviglioso, il numero immaginario.
Nel Rinascimento la scienza è ancora irta di poesia — Tartaglia scrive in terza rima! -. Qui Sinisgalli può trovare il mito dell’uomo universale, microcosmo, scrigno d’infinito. Un mito poi non fu, se uomini eccezionali lo tradussero continuamente nella vita: Leon Battista Alberti, Lorenzo de’ Medici, Leonardo da Vinci, Michelangelo..,
Fu Leonardo, omonimo amatissimo, un faro luminoso in ogni circostanza — a volte in un nome può fare nido il destino! —. Sinisgalli non riesce a spiegarsi perché Valéry abbia voluto racchiuderlo in una gabbia dorata, in un metodo1. Castrarlo, mozzargli le ali. Laddove gli esperimenti leonardeschi si succedono disordinatamente, immuni da ogni criterio di consequenzialità. In Leonardo da Vinci Sinisgalli vede un uomo che osserva, sperimenta, s’affatica. Non uno sciamano, un venditore di fumo. Ma trova anche, mirabilmente riassunte, quelle virtù fisiologiche che generano l’energia del poeta.
Capì innanzi tutto la fulmineità dell’atto creativo. [...] Leonardo ha precisato come meglio ha potuto gli attributi fisici della persona poetica: lo scatto; l’impeto, tutte le facoltà di presentimento, tutta la gamma delle soluzioni irriflesse. [...] Il poeta è innanzi tutto uno strumento della natura, e ne amplifica i moti in anticipo sul pensiero, che soltanto dopo potrà legiferare. [...] Il corpo non è dotato soltanto di estensione e movimento, è dotato di intelligenza. [...] La ganga, la scoria dell’Universo, come il corpo del Poeta, esprime il fiore e la gemma. L’anima non fa che riconoscerne l’esistenza2.
Sono, estremamente chiare, parole di cui non vogliamo forzare il senso, ma in questa intelligenza del corpo ci piace vedere, oltre le doti corporali in senso stretto, un sedimento invisibile d’esperienze, cioè di retroscena dell’invenzione. In ogni caso, date queste premesse, la collocazione di Sinisgalli sulla retta Poe-Valéry è quantomeno compromessa, laddove sembrerebbe naturale trattandosi del poeta-ingegnere, artefice di Civiltà delle macchine.
Ma costruiamo una cornice intorno a queste immagini.
In un arco di tempo che si estende per oltre quattro decenni, Sinisgalli deposita in margine al solco della sua poesia gli appunti d’un ideale zibaldone: postille, illuminazioni, ipotesi che daranno di quando in quando lievito a interventi di più ampio respiro. Secondo un’attitudine ch’egli rinviene nei suoi modelli francesi, o, più a monte, in Leopardi, innumerevoli sono le note sull’esercizio della scrittura.
Non c’è qui la trama serrata, la luce d’un Valéry. Spesso si tratta di prurigini, guizzi, sbocchi d’estro. Sinisgalli s’abbandona ai lampi del suo demone analogico — la poesia diventa un numero complesso, un abbozzo di poetica, la trascrizione per sostituzioni delle leggi dei cristalli, un sonetto una copuletta, una canzone leopardiana la torre di Pisa o la cupola del Brunelleschi... -; percorre una terra instabile, oscilla vertiginosamente fra calcoli e fantasie.
E come funghi saltano fuori qua e là le antinomie. Le ragioni dell’ispirazione e della misura sembrano alternarsi capricciosamente. Le virtù dell’errore mettono in luce la sterilità dei calcoli esatti... Ma la geometria deve sconfiggere le cialtronerie... Pure, uno scarabocchio può smascherare l’insufficienza del metodo, della meccanicità... Il poeta è in apparenza strozzato dalla spia d’un circolo vizioso.
Ma bisogna distinguere almeno due fasi in questa poetica in fieri. Della prima è emblematico il passo sopra trascritto. La seconda inizia con la fine degli anni cinquanta e interessa una stagione che il poeta stesso definiva di sgeometrizzazione della poesia. I pensieri di Sinisgalli risentono ora degli sviluppi della poesia contemporanea, della tendenza generale - anche sua - a liquidare definitivamente le regole. È a questo punto che si infittiscono le contraddizioni. Il poeta è allarmato dall'improvvisazione, dall'anarchia che rende difficile se non impossibile la comunicazione e che consacra finanche gli impostori. Nel contempo, però, rinnova la sua vocazione per una poesia avversa alla meccanicità, alla ripetibilità, la cui genesi ha radice nella sregolatezza. Ne deriva un continuo oscillio fra esprit de finesse ed esprit de geometrie3. Gli opposti, un tempo indissolubili, in armonia, sembrano ora scollarsi, rivendicare a turno la propria autorità. Sinisgalli si dibatte come fra Scilla e Cariddi, con approdi - o naufragi - ora su una riva ora sull'altra. Ma questo andirivieni è in fondo il tentativo di rimettere a fuoco una lente squilibrata dagli esiti d'una ricerca di libertà ch'è sfociata in libertinaggio. Allora Sinisgalli fa appello al rigore, tira il freno, poi lo allenta per non soffocare. Idealmente rimane il mezzo alle onde. In equilibrio, in stato di vertigine. Come quando aveva visto la poesia specchiarsi in un numero complesso, sintesi di misura e immaginazione.
Indotti anche da suggestioni sinisgalliane - "Il poeta è portato necessariamente a contraddirsi, a rinnegarsi, e distruggersi"4, alcuni studiosi hanno parlato d'irrazionalismo, alcuni hanno concluso che le necessità del cuore rigettano ogni tentativo d'organizzazione geometrica di ciò che nella sostanza è irregolare, la vita5. Ma, oltre le comprensibili incertezze dell'autore, la celebrazione dell'errore o della sregolatezza non esprime affatto un impulso irrazionalistico. Sono i modi stessi dell'invenzione che suggeriscono a Sinisgalli l'apologia dell'infrazione. Sono proprio gli errori, nel significato di sviamenti, uscite dalla via nota, che consentono di allargare gli orizzonti di sistemi altrimenti in sé conchiusi, immobili. È la capacità, come diceva Poincaré, di penser à cóté, che spalanca all'uomo che ricerca il regno del possibile, una terra da esplorare per crescere.
Una visione diversa è quella di M. Petrucciani che individua in Poe e Valéry gli archetipi di Sinisgalli e avanza l'ipotesi di una "poetica matematica" o "geometrica"6. Una definizione assai suggestiva, ma che può essere fuorviante, dal momento che nel senso comune la matematica e la geometria richiamano il rigore e la consequenzialità. Per avvalorare la sua ipotesi, lo studioso riporta la rappresentazione sinisgalliana della poesia come numero complesso (a+bj). Ma la componente immaginaria (j) non è forse una scheggia irrazionalistica nel mondo della matematica! Nel caso di Sinisgalli la "poetica matematica" o "geometrica" non può essere intesa come philosophy of composition, un rigoroso sviluppo di premesse. Il fatto è che il lucano mostra di credere più di Poe e Valéry agli stati di grazia, all'ispirazione - da non intendere però come improvvisazione, comunicazione misteriosa, caso -. Crede, Sinisgalli, finanche a una poesia di getto, senza peraltro escludere il lavoro conettorio, ma limitandone fortemente l'importanza7.
Forse più di tutti ha colto la sua natura G. Contini, che chiamato ad accompagnare l'uscita di Archimede. I tuoi lumi, i tuoi lemmi, così scriveva:

[...] letteratura come forma o come vita? come progetto o come avventura? come misura o come istinto? Letteralmente dalle tue scheggie testuali escono risposte per l'uno e l'altro incartamento: sembra agevole indurne che tu sei un partigiano della Ragione a cui l'analogia dell'invenzione matematica suggerisce continue infrazioni di Disragione, a loro volta continuamente riassorbite nella Ragione8.


Senonché, nei momenti più significativi della strategia sinisgalliana, i due aspetti vivono in armonia, indissolubili, indistinguibili. L'atto creativo implica una forte carica eversiva, ma nello stesso tempo si realizza sopra un'invisibile trama d'informazioni, e soprattutto s'invera in una forma che, seppure non immediatamente riconoscibile, ha comunque radice nella misura. Sinisgalli chiama "barocca" questa geometria attinta per istinto, in stato di grazia. Una geometria non euclidea, sbieca, quella della chiocciola e della vite, quella sognata da Gauss. Una geometria chiusa all'inizio nel suo mistero.
Ma verrà forse più tardi una intelligenza che di un fantasma farà un luogo comune, una intelligenza più calma, più logica e molto meno eccitabile della nostra, la quale troverà ogni circostanza che a noi appare barocca o trascendentale niente altro che l'anello di una catena di cause e di effetti naturalissimi [...]9.
Non una macchina, tanto ineccepibile nelle soluzioni quanto incapace di crescere10. L'uomo, l'uomo che inventa, è un fabbricante d'ipotesi. A volte queste racchiudono mostri, catastrofi. A volte schiudono la vista su regni sconosciuti, magari incantevoli. La loro natura si scopre allora contraria allo scarabocchio, seppur in apparenza ne suggerisce l'immagine. E il messaggio di Sinisgalli, d'un poeta che ha condiviso con i suoi progenitori umanisti il senso profondo della dignità umana, che ha esaltato nell'uomo la capacità d'inventarsi ogni giorno pur senza negare per capriccio le radici, è stato irto di zone d'ombra ma nel fondo chiaro:

Non stanchiamoci mai di fabbricare ipotesi: una di esse diventa la verità11.


Cfr. L. Sinisgalli, Poetica di Leonardo, in «Il costume politico e letterario», 18 settembre 1946 (poi in entrambe le edizioni di Furor Mathematicus). Il riferimento è al noto saggio Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci di Valéry.
2 Ibidem.
3 I testi significativi di questa fase sono L'età della luna, Mondadori, Milano 1962 e Calcoli e fandonie, Mondadori, Milano 1970.
4 L. Sinisgalli, L'età della luna, cit., p. 151. Non è questa una difesa irrazionalistica dell'incoerenza, bensì la coscienza d'una realtà in cui si muove chi, come il poeta, costruisce continuamente ipotesi.
5 Cfr. per esempio, M. Dell'Aquila, Nodi quasi di stelle... Di Sinisgalli, di Leopardi, della poesia, in "Atti del simposio di studi su Leonardo Sinisgalli", Liantonio, Matera 1987, p. 286.
6 Cfr. M. Petrucciani, La poetica matematica di Sinisgalli, in Scienza é letteratura del secondo novecento, Mursia, Milano 1978, pp. 45-48.
7 Sinisgalli, come il suo maestro Ungaretti, era un incontentabile. Studi sulle varianti condotti da F. Vitelli e R. Aymone, notizie sporadiche dello stesso autore, testimoniano che il lavoro di lima tocca non solo la produzione degli ultimi anni, com'egli affermò in una circostanza, ma anche quella giovanile e della maturità. II lucano non attribuiva però eccessiva importanza alle scoperte della variantistica, metodo che vedeva impegnato tra gli altri, l'amico Contini. Riteneva che le conquiste decisive s'ottengono per istinto, di getto, secondo i modi descrittivi in Poetica di Leonardo.
8 G. Contini, Lettera-prefazione a L. Sinisgalli, Archimede. I tuoi lumi, i tuoi lemmi, Alpignano, Tallone 1968 (poi come Nota in Calcoli e fandonie).
9 L. Sinisgalli, L'indovino, in Furor Mathematicus, Silva, Milano 1967, p. 226 (già Astrolabio, Roma 1946 e poi nella prima edizione del Furor).
10 La riflessione sinisgalliana sulle macchine fu incessante. L'infallibilità dei gesti di queste utili invenzioni costituiva per Sinisgalli un elemento di fascino, ma nel contempo determinava la ragione della loro inferiorità. Profondo conoscitore, estimatore raffinatissimo della macchina, il lucano, contrariamente ai futuristi, non ne fece mai un mito. E in poesia non predilesse le forme perfette, costruibili come meccanismi, bensì quelle irregolari, barocche appunto, più vicine a una forma vivente - di qui il suo amore immenso per la metrica leopardiana -.
11 L. Sinisgalli, Architettura e utopia, in Furor mathematicus, cit., p. 117 (già nella I ed. del Furor).

19 Dicembre 2016
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