Sito ufficiale della Fondazione "Leonardo Sinisgalli"

Un'aula scolastica modello dell'Arch. Giovanni Romano, presentata dall'Ing. Leonardo Sinisgalli


di Ing. L.S.
n. 25, aprile-ottobre 1937

 

Anche l'architetto Giovanni Romano progettista di quell'elegante sala modello allestita dalla Ditta (..) alla ultima Fiera campionaria di Milano, ci dice che bisogna mettere "à la page" i regolamenti sull'edilizia scolastica.

È una lamentazione che bisognerà, prima o poi, prendere in seria considerazione, un ritornello che viene da più parti (dal libro di Minnucci, dai corsivi di P. M. Bardi, e lo riconosciamo perfino in questo estratto di relazioni lette al raduno dell'Associazione Fascista della Scuola).

Ma come gli antichi scrittori di tragedie riuscivano a salvare l'arte, anche se legati a necessità ferree di luogo, di tempo e di spazio, così noi vorremmo ricordare agli amici architetti che le "resistenze" esterne possono talvolta rendere più ardita l'invenzione dell'artista, per 0la stessa ragione per cui si può fare tante volte della bella architettura con materiale di fortuna.

I regolamenti senza dubbio hanno un po' di barba e siamo sicuri che con l'assenso di S. E. Bottai e del Ministro Cobolli Gigli si accelereranno i tempi di questa nuova bonifica.

"La ripresa in questo settore dell'edilizia scolastica dovrà trovarci pronti in senso modernissimo. Disposti cioè e capaci di assimilare alla vita scolastica tutti quegli elementi della tecnica che sono ormai inerenti alla stessa formazione dell'uomo d'oggi": sono le franche parole di S. E. il Ministro dell'Educazione Nazionale.

Le statistiche ci dicono che in Italia v'è una necessità di 36.000 aule scolastiche e Bardi commenta: "Vi sono oggi in Italia cinque (o dieci) architetti e ingegneri i quali hanno studiato a fondo il problema dell'Edificio scolastico: ognuno ha portato nei suoi studi e, quel che più conta, nelle sue realizzazioni, particolare ingegno, esperienza, e ha riportato vittorie di ingegno e di esperienza. Perché non incaricare costoro di esaminare la legge sugli edifici scolastici, legge antiquata e spesso letto di Procuste per il costruttore? Esaminarla e proporne l'aggiornamento. A tempi nuovi devono corrispondere leggi nuove".

Dunque il problema va preso di petto. Esiste la necessità, questa necessità è riconosciuta, ci sono gli architetti. La macchina può dunque mettersi in movimento.

Sono annunciate, per questi mesi, diverse utili monografie sull'edilizia della Scuola. La rivista "Quadrante" farà un numero speciale, e così pure "Casabella", anche per tenersi al passo con "The Architectural Record", "American Architect and Architecture" e "L'Architecture d'Aujourd'hui", che hanno già dedicato fascicoli apprezzatissimi a questo importante ramo dell'architettura civile.

Anche all'estero il bisogno è sentito con la stessa urgenza, se pure già si annoverano complessi costruttivi esemplari, come il gruppo di Scuole Olandesi all'aperto dell'Arch. Duiker, quello dei dintorni di Parigi dell'Architetto Lurcat, e le scuole elementari di Los Angeles costruite dall'Arch. Neutra.

Da noi gli esempi più persuasivi sono "la Scuola elementare" al Lido di Roma dell'arch. Ignazio Guidi, la "Scuola elementare a Trento" dell'arch. Adalberto Libera, la "Casa del Balilla" a Belluno e la "Casa della Giovane Italiana" a Padova di Mansutti e Miozzo, e la "Casa del Balilla" in Roma di Minnucci. (Ricorderemo poi i progetti degli Architetti Romano, Clausetti e Albini pubblicati in un numero di "Casabella").

Per quanto riguarda il problema dell'arredamento scolastico che ha offerto il pretesto a questa nota, la linea di sviluppo di una tendenza francamente moderna è facilmente rintracciabile: alla VI Triennale di Milano gli architetti Annoni, Comolli e Masera presentavano la loro "Scuola 1933"; un'aula campione fu eseguita per la Fiera di Padova 1934 dagli Architetti Clausetti, Romano e Masera; comparvero per la prima volta i mobili misti in metallo, e il linoleum fu scelto per rivestire i banchi, il piano del tavolo, la pedana e la lavagna. Dopo è venuta l'esposizione dell'aula di Palini alla Fiera Campionaria del '37 e senza dubbio una "conquista" di stile" (sic!) è documentata ampiamente dalla Mostra delle Colonie Assistenziali a Roma.

Troppo frequentemente ancora oggi noi vediamo in aule pur modernamente disposte, e in modernissimi edifici, le viete file di banchi, con quei dispositivi pseudo­razionali che ricordano gli arredi ortopedici, pesanti, pesantemente collegati l'uno all'altro. Al materiale della vecchia scuola che, nella sua robustezza, sembrava fatto esclusivamente per resistere alla supposta tendenza di disordine e di distruzione del fanciullo, si è sostituito un arredo che richiama a sentimenti di ordine e di rispetto per la sua comodità e la sua bellezza: un arredo resistente, leggero, facilmente rimovibile, che dà al fanciullo libertà di movimento, che in un certo senso contribuisce alla sua educazione.

L'architetto deve quindi studiare i suoi disegni d'accordo col medico e col pedagogo. Il medico può suggerire all'architetto la giusta inclinazione della spalliera di un banco (guardate per esempio nel libro del Minnucci la interessante tavola a pagina 254, riprodotta da "School Posture and Seating" di H. E. Bennet), la disposizione di pianta più favorevole a una libera visibilità, ecc. Il pedagogo può insistere perché si tolga all'ambiente scolastico ogni carattere di artificiosità, accostandolo sempre più alla istituzione più naturale che esista: la famiglia.

Ecco infatti il parere del Prof. Andrea Franzoni, dell'Università di Parma, alla cui aperta fiducia per la nuova architettura si deve il Giardino d'Infanzia e la Sezione di Magistero professionale per la Donna nella modernissima Scuola "G. Sacchi" di Milano: "Non più pesantissimi banchi incomodi che paion fatti per la costrizione e la prigionia dei fanciulli con la quasi impossibilità di pulizia, ma tavolinetti mobili come quelli che custodiscono le cose utili e care nella casa, non più assiti e panche e rudi attaccapanni di ferro alle pareti, ma piccoli mobili e seggiole di vimini che interrompano la monotonia claustrale dei lunghi corridoi". E per quanto riguarda la decorazione: "Ridurre al minimo i finti gessi, i finti marmi, i finti fiori, rifuggire dalla volgarità e dalle leziosaggini; finito è il tempo dei trofei e delle cartoline illustrate appese alle pareti; dei colori stonati, dell'ammassamento di oggetti grandi e piccini".

Ora non è da credere che queste siano solo le esigenze delle scuole ricche, in quanto proprio per noi moderni il gusto della ricchezza consiste solo nella semplicità e nella bellezza.

Gli architetti moderni, dunque, si son messi con un certo puntiglio a studiare questo "soggetto" che, come materiale primario della costruzione, impegna la luce. (Le Corbusier, credo, ha scoperto per primo che la luce è un materiale da costruzione).

Essi hanno saputo servirsi di questo pretesto, soddisfattissimi perché nei "Dieci Libri" di Vitruvio non c'è neppure un accenno alla Scuola. Il richiamo che essi fanno a certi aggettivi: "solare", "serena", "aperta", questa volta diventa francamente calzante alla sostanza architettonica. Così, se un giorno torneranno di moda le storie parallele qualcuno, farà notare l'"incontro" di Le Corbusier, il più illustre degli architetti e di Rousseau, il più fantasioso dei pedagoghi. Ambedue svizzeri, ambedue vittima di una medesima esaltazione; quella di prestare all'uomo forme più genuine di felicità, e, con diverse intenzioni, vessilliferi del "ritorno alla natura".

Dell'aula di Romano ho scritto altrove: ne ho lodato il gusto e la sapienza. Abbiamo accennato nel numero scorso della rivista ad alcuni particolari di esecuzione per quanto riguarda l'applicazione del linoleum e il rigido rispetto degli spigoli vivi. Romano ha raccolto anche l'osservazione fattagli da un esperto, circa la giusta inclinazione della spalliera della sedia, che nei disegni troverete modificata.

Io avevo espresso il desiderio di creare sopra una parete una specie di piano di esposizione dei migliori compiti, dei disegni più riusciti e citavo i versi scritti da un ragazzo delle scuole elementari ("il mio cuore oggi è allegro come una colombaia"), versi che reclamano il diritto all'affissione.

L'aula è presentata qui, nei suoi particolari costruttivi e rappresenta un risultato d'approssimazione, assai persuasivo, verso la giustezza di uno stile.

[In "Edilizia Moderna" n. 25, aprile-ottobre 1937, pp. 4-11]

Cronaca della nuova architettura a Brescia

Le battaglie tra gli urbanisti se non hanno cambiato la pianta delle città hanno tuttavia contribuito a stimolare quel desiderio di benessere, quella intimità con la natura che sembrava fosse negata dallo stesso spirito del nostro secolo, definito superficialmente come meccanico e cartesiano. Tuttavia da informatori sensibili si venne finalmente a spiegare perché mai gli americani avevano creato le gelide cattedrali dei grattacieli e nello stesso tempo le zone verdi delle città giardino. Si disse ironicamente ch'essi volevano in campagna salvare l'innocenza che perdevano il giorno in città. E forse proprio in questo paradossale "desiderio d'innocenza" si può trovare la ragione di quella vocazione che l'uomo moderno battuto dall'automatismo, porta per idillio, per la contemplazione. Una città come Brescia, che a simiglianza dei personaggi di De Chirico ha subito il taglio del chirurgo nel ventre, e miracolosamente si è portata in salvo da una delle più clamorose operazioni urbanistiche dei nostri tempi, una città dove esiste la più intelligente collezione d'arte privata moderna europea, non poteva nello stile dei suoi villini accettare compromessi con la falsa scenografia dei putti, dei cavolfiori, che ha fatto tante ridicole eppure fortunose parate oltre la cinta delle mura di certe nostre belle e gentili città di provincia. Questa tendenza a ornarsi la casa come un tempietto o un negozio di confetture ebbe troppo fortuna nel dopoguerra ed è un fenomeno ormai legato a quel decadentismo che da noi ebbe altre manifestazioni ancora più frivole nella letteratura e nel cinema.

Rispondeva a una moralità che oggi ci ripugna, a un'idea del lavoro e della ricchezza, intesi come astuzia e libertinaggio.

A Milano una di quelle costruzioni si chiamò "acquario" perché, dissero, vi abitavano i pescecani. Allora non c'era costruttore di provincia che non si servisse per i suoi lavori dei suggerimenti che pagina per pagina trovava dettagliati in quella famigerata pubblicazione "Il Villino italiano" e accadde l'inevitabile: si videro cioè a Benevento gli stessi "cottages" che si erano visti a Lucca o poniamo a Caltanisetta. Come per i monumenti ai caduti distribuiti in copia, da fonderie bene organizzate, a diversi comuni d'Italia. Erano forse questi i primi successi della produzione in serie applicata all'industria artistica? In uno dei numeri scorsi della nostra rivista abbiamo voluto dar risalto a una costruzione sinceramente moderna, sorta a Campobasso, come dire in terreno neutro, non battuto dalle opposte artiglierie degli accademici e dei funzionalisti. Questa volta segniamo Brescia all'ordine del giorno. Il gruppo di ville che presentiamo hanno soprattutto il grande pregio della modestia. Si capisce che sono state pensate con serietà, senza falso orgoglio, senza boria e si pensa che gli architetti progettisti hanno dovuto tenersi negli stretti limiti di un bilancio che non permetteva capricci pericolosi.

Ecco un caso in cui una "resistenza" di ordine pratico può favorire il gusto anziché mortificarlo. Per questo noi l'abbiamo sottolineato, come un'elegante prova di modestia. Non sono le costruzioni eccezionali che determinano il clima di un'epoca: la nostra civiltà dev'essere soprattutto garantita da una "costante" di sforzi anonimi. Sono le case popolari, le villette della borghesia, che domani documenteranno il nostro costume, le nostre necessità, il nostro gusto per la vita più che i monumenti e i trofei. Questa è la "cronaca" dell'architettura di cui abbiamo voluto sottolineare ancora un "fatto".

Qualcuno di questi villini (quello Prati per esempio) guardato in pianta, conferma la inclinazione sincera dell'architetto: vi si può leggere come sulle linee della mano che, ha scritto Jean Cocteau; sarebbero decorative se non fossero profetiche. Può far pensare alle prime case costruite in America da Frank Lloyd Wright, il vero pioniere della nuova architettura, al quale , diceva Edoardo Persico, bisogna allacciare il filo d'oro della nostra tradizione moderna. Una tradizione nata da un bisogno di felicità, (oggi magari si dice "comfort"), di aria, di luce, e che trova una miracolosa rispondenza nel "plein air" dei pittori impressionisti. Che importa se dall'"idillio" di Wright, si sia passato, con un suo discepolo, il Sullivan, all'"epica" dei grattacieli? Che importa se dall'evocazione degli alberi, della campagna, la mente ha dovuto adattarsi all'ossessione delle macchine calcolatrici, alle colonne di cifre allineate sul foglio di questi mostri della logica, che su righe orizzontali e verticali, riescono a dare l'immagine più esatta del tessuto costruttivo delle torri di Manatthan?

Le ville di Brescia sono certo per noi un punto di nostalgia. Ma al di là di una ragione sentimentale esse ci danno ancora una conferma. Una volta i giovani architetti uscivano dalle Scuole e dalle Accademie con grossi sogni nelle teste infiammate: volevano progettare delle regge, dei parlamenti, dei castelli di maraià, o per lo meno rifare il Casino di San Remo. I migliori, oggi, hanno rinunziato a queste lusinghe e pensano almeno di costruire una casa, magari a pianterreno, una casa modesta, solo scampo alla nostra inquietudine.

In queste ville, dunque, la cifra della modernità non è una cifra rossa, da segnare al passivo. Potremmo dire che non è neppure una cifra vistosa. Gli architetti progettisti non si sono affezionati alla "retorica" del moderno, vale a dire a quel complesso di luoghi comuni che oggi si dicono razionali: pareti lisce, finestre orizzontali, lunghe verande, oblò, eccetera. È stato scritto tante volte, ed è bene ripeterlo, che il fondamento della nuova architettura sta soprattutto in un'esigenza di ordine morale. Verso gli architetti che di questa fede scontano tutti i rischi va la nostra fiducia e la nostra speranza.

14 Dicembre 2011

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