Piccoli viaggi

Ora che il bambino è cresciuto la nostra vita in comune è più facile. Non è una vita straordinaria. Quando la madre a voce alta, infilandosi la vestaglia, attacca a tarda sera uno dei suoi terribili sproloqui contro di me, il bambino mi chiama vicino al suo guanciale. Lo fa per non farmi guardare e, più, per non farmi sentire: mi tappa le orecchie coi suoi teneri pugni, premuti tra le mie tempie e i miei timpani.
Il bambino ci vuole sempre fidanzati, sempre felici, e io faccio di tutto per non sciupargli lo spettacolo.
Da qualche tempo abbiamo sperimentato un artificio. Quando ci accorgiamo che il cielo si annuvola, o che i giorni ristagnano grevi, partiamo per un piccolo viaggio di nozze, tutti e tre. Non sono necessarie grandi distanze: basta cambiare aria per poco, svagarsi, guardare una cosa nuova. Ci basta trovare un letto grandissimo a due piazze per dormirci insieme anche una sola notte. Il bambino non vuole dormire tra noi due: lo fa per delicatezza in fondo al letto, "per fare una carta da giuoco".
Parliamo tutti e tre, in triangolo, fino a tardi quando siamo fuori casa in un'altra città. I suoi piedi arrivano a toccare le nostre mani, ma la distanza delle voci è grande tra l'uno e l'altro, stando supini. Le nostre parole si incontrano sul soffitto. "Quanti sono 6 decimetri quadrati?" Chiede lui. "E' un quadrato di 6 decimetri di lato" risponde la madre. "Non è vero, non è così semplice" dico io: "6 decimetri quadrati sono la misura di un rettangolo di 2 centimetri per 3, oppure di 6 decimetri per 1". Il bambino si porta dietro, in questi viaggi, le cose che ha imparato a scuola il venerdì. Si porta dietro il suo maestro e i suoi compagni.
A Firenze ha trascinato con sé anche l'ombra di Morini. È il suo primo amico, un po' più di un condiscepolo. Il bambino se l'è guadagnato da sé. Hanno cominciato a chiedersi i compiti per telefono, quando uno dei due aveva la tosse. A Roma, dove noi viviamo, queste figure sono tutte confuse. Poco sappiamo delle quattro ore che il bambino trascorre tutte le mattine in un'aula che neppure sua madre ha mai visitata. Ma appena ci allontaniamo, con uno scatto che ricorda il movimento e il rumore di una chiave nella toppa, e che spiega la vitalità miracolosa di forze che diventano attivissime, a distanza di tempo e di luogo, forze astrali, forze mnemoniche, forze magnetiche, anche il bambino tira fuori i suoi diavoletti. Personaggi anonimi, indistinti a Roma, che diventano vivi e inconfondibili a Paestum, a Bra, a Montemurro. Invisibile ma presente su ogni gradino di cattedrale o di museo, a ogni passaggio di ponte, tra il rosso e il verde dei semafori, Morini con la sua gambetta paralizzata ci segue con le grucce.
Il bambino ci diceva di aspettarli e noi ci siamo fermati tante volte perché l'ombra di Morini portata a fianco da lui, entrasse con noi in Santa Croce. Intorno alle figure di pietra calpestate e consumate noi cercavamo di leggere i nomi e le date. I morti dormivano sotto il pavimento del Tempio, ma più meravigliosi parvero al bambino gli altri sepolcri di marmo appoggiati ai muri laterali della chiesa al posto degli altari. Non c'erano candele accese, non c'erano fiori. Si aveva l'impressione che quei grandi uomini, Machiavelli, Galilei, non fossero mai esistiti. Il bambino domandò se quegli uomini "erano sempre stati di marmo". Egli non si rendeva conto del significato di quegli altari consacrati alla memoria piuttosto che alla fede. "Posso dire una preghiera?" Ci chiede davanti al cenotaffio di uno sconosciuto.
Sua madre si ricordò di una visita che fece da bambina con suo padre, e mi fece girare in lungo e in largo a guardare i luoghi più riposti per trovare la statua di una bellissima principessa polacca. A un certo punto mi parve di scorgere sopra un altarino una pala dipinta che io con sicumera attribuii a Giotto. Mi ricordavo un particolare della preghiera di San Francesco agli uccelli: tanti uccelli neri disposti geometricamente sui rami di un albero dentro un cielo vespertino. Il cielo era d'oro, materialmente d'oro. Il bambino e la madre corsero a vedere da vicino il miracolo di quel cielo assurdo in una delle tante vignette di quella tavola antichissima. Ma il bambini pensò che forse anche quello era un monumento e ci chiese se dentro vi dormiva, sepolto, l'O di Giotto. (Così Morini e suoi compagni corsero a frotte nel tempio). E quando io notai a voce alta che a Firenze il poligono dominante era l'ottagono – e lo spigolo di tanta architettura, a cominciare dal Battistero, misurava esattamente 135 gradi, vale a dire tre quarti di un angolo piatto – il bambino fu ricacciato di colpo nel grigiore delle sue angosciose mattine al Convitto Nazionale di Roma, e per effetto forse di quelle forze che diventano attivissime a distanza di tempo e di luogo, forze astrali, forze mnemoniche, forze magnetiche, fu come inghiottito dalle voci della scolaresca, tanto che improvvisamente impallidì; fin quasi a svenire, e dovemmo condurlo fuori, alla luce, mentre farneticava i nomi di quella lunga serie di figure: il Triangolo, il Quadrilatero, l'Ottagono, l'Ennagono, il Decagono...fuori della chiesa riprendemmo colore, e tuttavia chiamammo un fiaccheraio che ci portò lungo l'Arno. Il fiume era rapidissimo dentro la città, come se volesse fuggire nascondendosi, e per un bambino è difficile distinguere un fiume dall'altro, specie un fiume veloce. E' difficile anche per noi distinguerlo senza guardare le sponde. Un occhio esperto può anche guardare le acque che camminano e riconoscere il passo di un fiume, come riconosciamo dal passo, dalla misura e dal rumore dei passi, le persone con le quali abbiamo una lunga consuetudine.
Il bambino per andare a scuola passava due volte sul Tevere ogni giorno. Non ci disse nulla quando il fiacre fermò sul Ponte Vecchio e noi scendemmo a guardare dall'alto la corrente verde. Eppure quelle prode senza argini, a differenza delle altre ripe di pietra che stringono le acque gialle del Tevere, dovettero piacergli; quel sapore di campagna, quel profumo di collina che lambiva la faccia come un balsamo, appena cacciammo il muso sui Lungarni. Una giornata di vento mette lo scompiglio nel cielo di una città così accidentata, così piena di labirinti, una città stretta come Firenze. Il passaggio di una nuvola è un evento memorabile nella cronaca della città: può mutare l'aspetto di una strada, di una piazza, rendere irriconoscibile il volto di un amico. Le nuvole basse e leggere strisciavano dietro la facciata del Palazzo della Signoria, come dietro una trincea.
Il bambino fu il primo ad accorgersi di quella strana illusione ottica. Pareva che lentamente lo splendido edificio, e con lui tutta la città, come un castello di tarocchi ci cadessero addosso. Sotto quell'impressione fuggimmo ilari nel dedalo delle viuzze dove un pimento voluttuoso (un correttivo allo spirito geometrico) si nasconde e si scopre tra i plissés e i merletti: camiciole, culottes, reggiseni che abbondano nelle vetrine delle cucitrici di Firenze come i grappoli dei pomodori a Napoli, i cuscinetti a sfere a Milano, i capretti squartati a Roma...
Non sono viaggi importanti i nostri. Li decidiamo spesso su due piedi. Per un giorno o due ci allontaniamo dalla nostra città per guardare visi e cose diverse, per aprire un libro alla svelta, saltando di figura in figura.
Il bambino continua a chiamarli viaggi di nozze.

14 Aprile 2014