Passione per il disegno

Rimando sempre, ogni volta che mi torna la tentazione di scrivere di te. Qualcuno conosce la storia del nostro sodalizio. Viviamo insieme da più di trent'anni, tua madre, tu, e io. Non ci siamo mai mossi dal quartiere, dai tempi in cui incontravamo Alida Valli, che scambiavamo per Raffello.
Stamattina mi hai detto, tornando dal tuo primo giorno di spese, giornali, pane, frutta, che davanti all'edicola c'era Lucia Alberti con i suoi due cani e t'è parsa così scarruffata che non hai avuto la forza di salutarla, per delicatezza. Quando venni quassù, alla fine del 43, attratto da un fischio prolungato, penetrante (non immaginavo che tua madre sapesse fischiare e lo facesse al telefono per abitudine quando voleva invitare qualcuno a pranzo) tu eri un cucciolo con un testone giallo e gli occhi stralunati. Faticammo tra noi a trovare un accordo: ti promisi che non sarei mai entrato di notte nella camera dove dormiva tua madre sotto un baldacchino, come Sant'Orsola, e dove tu avevi fatto portare il tuo lettuccio appena ti rendesti conto che io non ero soltanto un seduttore di passaggio, ma un innamorato e un compagno.
Tua madre per farci familiarizzare, dopo i primi mesi di vita in comune, ci propose di fare una gita a Firenze, e fu in quella circostanza che noi tre dormimmo insieme per la prima volta in un grande letto. Quel viaggio è rimasto memorabile per tutti, perché tua madre volle seguire nei minimi particolari l'itinerario che da bambina aveva fatto a Firenze con suo padre, e si meravigliava di non trovare più le cose al loro posto, i quadri, le statue, le lapidi; sosteneva perfino che avessero cambiato l'ingresso del Battistero soltanto perché suo padre era della teoria che le chiese vanno visitate entrando dalla porta di dietro. Tu fosti colpito da una parola che a Firenze sentisti pronunciare da noi per la prima volta: ottagono. Chissà perché, ci venne da ripetere: a Firenze le cose belle non sono tonde o quadrate, come a Roma o ad Atene (dove andammo dopo qualche anno a fare la verifica) ma ottagonali. Dei tre soltanto io mi trovai a girovagare senza idee, tanto che vidi poco o nulla, forse perché ero felice.
Gli anni della scuola, oltre Ponte Risorgimento, ti servirono a stringere le prime amicizie. Ti piacevano i compagni asini, gli ultimi della classe, ci stavi insieme a tuo agio. Dei tanti t'è rimasto, unico superstite, Mauro, che ha finalmente trovato un posto all'Italcable. Vi chiamate ancora, una o due volte all'anno, per scambiarvi notizie sulla salute dei cani o dei gatti. Non vi incontrate più: a sua madre, rimasta vedova, dà fastidio che tu riesca a vivere senza lavorare, andando a cinema o a teatro, quasi tutti i giorni. I professori del Convitto Nazionale, tolto quello di latino e di greco, erano tutti semideficienti, messi lì per raccomandazione; c'era però la professoressa di storia dell'arte che a te, disimpegnato in tutto il resto, dava sempre dieci con lode.
Eri ancora studente quando ci recammo a Villa Borghese la prima volta, dalle parti del galoppatoio, appositamente per disegnare. Portammo una scatoletta di matite, ci rifornimmo di boccette di china, di asticciole, di pennini, di album.
Di domenica mattina avevamo preso l'abitudine di andare al Pincio, al Giardino del Lago, e , più vicino, a Valle Giulia, a Valle Balestra, con i nostri attrezzi. A quei tempi passavamo l'estate in una nostra villa nel Friuli. Mi ricordo il pomeriggio di un ferragosto che trascorremmo ai giardini pubblici di Latisana, sfogandoci a scarabocchiare quelle rarissime piante.
Cominciammo a riempire le prime cartelle: spesso i mezzi erano di fortuna, biro, stilografiche, pennarelli. Si capisce che, frattanto, la nostra cultura visiva con la pratica si faceva più ardita: specie da quando aprimmo il lungo capitolo degli omaggi, a Picasso, e a Dubuffet, a Scipione e ai giapponesi, a Boccioni e a Bacon. Diventammo, a furia di esercitarci almeno una volta alla settimana, degli esperti, nel senso che cominciammo spontaneamente a riconoscerci nei nostri segni.
Procedemmo in tandem, per un buon tratto, affrontando insieme gli stessi soggetti: il ritratto di tua madre, i nostri ritratti reciproci, gli alberi, le nuvole, le finestre, gli uccelli.
Ci saranno una decina di ritratti miei fatti da te, e altrettanti ritratti tuoi fatti da me. Un ritratto mio, fatto da te, che venne pubblicato su "Paese sera" lo chiamai, in omaggio a Breton, a al Primo Manifesto del Surrealismo: "uomo tagliato in due da una finestra", perché aveva la testa, le braccia, le gambe, ma mancavano il petto e la pancia.
Conservo ancora un ritratto che ti feci quando eri già uscito dall'adolescenza: un ritratto doppio, perché ci sei disegnato due volte, così per dire, in due diverse età.
Con i ritratti di tua madre abbiamo davvero fatto a gara a contenderci la palma. Quello riprodotto a colori, sul libretto di poche copie distribuito agli amici intimi in occasione del nostro sposalizio, è il più bello di tutti. Fu disegnato da te con due o tre inchiostri, un occhio nero e un occhio verde, che è il vezzo o il mistero o l'attrattiva impertinente che hanno reso famoso quel volto.
Ho avuto anch'io qualche buon esito. Quel foglio dedicato a tua madre malata con il gatto accucciato sul letto, quello in cui tua madre ti fa lezione di inglese, l'altro con tua madre che prende il sole, a Cap d'Ail, o che legge in poltrona le poesie di Emily Dickinson.
Un triste anno, sollecitati dagli amici più vicini, ci decidemmo a lasciarti partire per Urbino, a frequentare i Corsi di Lettere in quella Università. Ci chiediamo ancora, tua madre e io, se, rimasto solo, tu abbia veramente incontrato il Diavolo, passeggiando una delle prime sere lungo le mura di quella città. Certo è che la signora Righi, che ti aveva dato una camera in affitto, ci implorò dopo neppure una settimana di venirti a riprendere. Arrivammo infatti e ti trovammo stravolto dalla febbre nel tuo lettino. Riuscimmo appena a cavarti nel delirio qualche confessione: c'era stato qualcuno che, nell'oscurità, (non avevi potuto vederlo bene) si era avvicinato e ti aveva proposto di vendergli l'anima.
Riuscimmo un po' alla volta a tranquillizzarti. Quel brutto momento passò.
Tua madre ti accompagnava tutte le volte che avevi voglia di seguire un gruppo di lezioni: il corso di Parronchi sul Cristo ligneo di Donatello, quello di Varese sugli scritti critici di Pascoli, di Bo su Jacques Rivière, le letture degli Ermetici di Petrucciani.
Fu proprio a Urbino che portasti a compimento la serie dei ritratti dei "patrons", cioè dei nostri santi protettori: Balla, Braque, Duchamp, Picasso, Lèger, Mirò, ai quali aggiungesti, in un secondo tempo, Dubuffet, che ti ringraziò da Parigi, e Fontana che ti mandò un piccolo "taglio", un taglio solo, verticale, sopra una tela rossa.
Più tardi aggiungesti al tuo pantheon privato anche una serie di poeti, Charles Cros, Baudelaire, Apollinaire: sono quelli che ho sempre sotto gli occhi, perché li ho appesi a una parete in camera mia.
Soltanto oggi, dopo averli guardati con stupore sempre crescente posso dire sul serio quello che a te dico per scherzo, per vederti arrossire.
Tu sei il mio maestro; tu sai che il disegno mi è venuto tardi in soccorso, con una generosità che la poesia, sempre più avara col passare degli anni, si è guardata bene di dimostrarmi. Il disegno è divenuto, insieme a te, un compagno fidato. Da te ho imparato a evitare gli slittamenti nella caricatura e nella vignetta, nello sgorbio d'occasione. Abbiamo disegnato insieme come altri vanno insieme a spasso o a fare un viaggio. Non ci siamo mai curati di esibire il nostro bottino dopo tanta battute più o meno fortunate. Il piacere della caccia ha un fondo arcano, disinteressato: il disegno, è stato per noi, un libro da riempire insieme per diletto e per noia.

14 Aprile 2014