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Edifici scolastici

di Leonardo Sinisgalli
n. 105, settembre 1936

 

Rispolverando un argomento caro ad Antonio Sant'Elia, Marcello Piacentini ribadisce nella prefazione a questo diligente libro di Minnucci (Scuole, asili, scuole elementari e medie, case del Balilla, palestre, quattrocentocinquantasei figure, Ulrico Hoepli editore, Milano): "l'architettura si è sempre affermata in quegli edifici monumentali che hanno costituito il carattere fondamentale etico e politico di un popolo. Così presso i Romani erano i templi, gli anfiteatri, le terme nel Medio Evo le cattedrali ed i palazzi". È la solita questione dei "generi" d'arte, quella che tempo fa ha indotto Papini a sconsacrare tutti i nostri scrittori di "romanzo". Una difesa in quanto senso dell'architettura moderna è la meno valida che si possa immaginare: sarebbe come sopravvalutare Chardin rispetto a Cézanne. Tanto vale, allora, attaccarsi a delle tesi più rischiose come quella dello Scheffer e concludere, per esempio, che la questioni di stile non sono questioni di qualità, ma che in ogni stile risiede un'idea, una forza collettiva e che questa forza si riattacca necessariamente a uno dei due poli, entro i quali oscilla tutta la produzione artistica del mondo: il gotico e il classico. Questo è un assunto che sarebbe perfino piaciuto a Nietzsche, ma che non serve a fornirci elementi di giudizio. E allora bisogna riportarsi alla solita analisi del "linguaggio", nel nostro caso rendersi ragione di questo nuovo "modo di vedere". Per quanto riguarda, poi, la polemica dell'architettura monumentale, rimandiamo, chi ne ha voglia, alla lettura di un saggio dell'architetto Richard Moszkowski, apparso nel quinto numero de: "La Cité", 1935. In esso gli architetti troveranno definita abbastanza chiaramente quella che potrebbe chiamarsi la "retorica" del moderno, il pericolo di un formalismo convenzionale, di una "maniera" moderna costante. L'architettura è soprattutto opera di fantasia se pure oggi è sottoposta a dei canoni e a delle certezze piuttosto che ai dogmi e alle regole arbitrarie. Bisogna quindi diffidare gli artisti che operano senza esitazione, quelli che vorrebbero chiudere l'arte in una formula, entro uno schema, comunque ingabbiarla. L'opera di Minnucci tratta ampiamente dei singoli problemi tecnici inerenti al progetto e alla costruzione di un edificio scolastico, dell'ubicazione e dell'orientamento, delle esigenze utilitarie e igieniche, della struttura e dell'isolamento acustico dell'illuminazione, del riscaldamento, della ventilazione e di tutti i servizi idraulico-sanitari. Così per la sistemazione delle aule e degli ambienti accessori, degli spazi all'aperto, dei mobili. Minnucci ha avuto modo di visitare e di studiare molti scolastici d'Europa citati nel volume (tuttavia non riusciamo a spiegare l'esclusione di Dudok, di Beaudouin e Lods, e quella ancora più grave di Neutra, che è addirittura uno "specialista" nella soluzione di questo problema). Dovremmo accennare anche a una certa illeggibilità delle piante, alla scelta poco rigorosa dei "clichés", molti dei quali sono ripresi dalle riviste, e alla scarsità delle vedute d'insieme. Sta al progettista partire dai quei dati e mettersi al lavoro dopo d'averli ben digeriti. Per far opera d'arte, poi, c'è bisogno di una particolare disposizione che né l'autore del libro né noi sappiamo suggerire. Pretendere del genio, ahimè è pretendere troppo dai nostri architetti. Chiediamo dell'ingegno e un po' di buon gusto. Dell'ingegno bisogna conoscere la giusta inclinazione, del "gusto sicuro", i pericoli.

14 Dicembre 2011

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