L'orto meraviglioso

XXVI

La carrozza fu addossata alla siepe. Diedi il braccio alla mamma e salimmo il leggero pendio fino al cancello. Prima di entrare ci voltammo insieme a guardare la vallata dell'Agri da quel meraviglioso belvedere. Mia madre mi disse di cercare verso il paese la nostra casa: un balcone dopo l'altro io riconobbi il nostro balcone.

Hai ancora la vista buona, mi disse, io non vedo che una striscia. bianca laggiù. Poi mi chiese di guardare oltre, in direzione del campanile di San Giacomo, sul ciglio del burrone, sopra le fornaci. C'è un alberello tondo, lo vedi, è un pino solitario. Sì, risposi, ci saranno tre chilometri in linea d'aria. Ecco, gira un poco gli occhi, c'è un gruppo di alberi dove comincia la discesa verso il fiume: sono le nostre querce. Dietro c'è la nostra vigna nuova: l'abbiamo piantata in questi anni e tuo padre ha fatto costruire una casetta, dove qualche volta si ferma anche a dormire. Da questo colle si domina tutta la valle, diceva mia madre, che ormai non riusciva a vedere più nulla, né i castelli dei paesi d'intorno, né il tracciato tondo di un ovile, né le creste dell'Appennino all'orizzonte. La nostra cappella si vede da tutte le parti, continuava a dire mia madre quando c'eravamo già inoltrati di alcuni passi lungo il viale.

Questo non è un camposanto, questo è il paradiso, dissi. C'erano alti filari di viti, c'erano alberi da frutto piantati qua e là, sugli spiazzi di terra. Era autunno avanzato, ma le foglie non erano tutte cadute sulla collina. Le cotogne sulfuree spiccavano contro il cielo bigio, le cotogne che sono il frutto del sonno; così gonfie e di un colore così irreale, quasi saturnino, le cotogne che tardano a maturare come il sonno tarda a venire, e assorbono dalla terra un succo amaro e intenso, l'umore potente della terra adulta. Mi piaceva di ritrovarmi a passeggiare con mia madre per i viali di quell'orto meraviglioso dove io ero certo di tornare un giorno, senza peso e senza pena, a dormire per sempre un bellissimo sonno. Dovunque il fulmine mi avesse colpito, io ero certo che i miei oscuri morti mi avrebbero chiamato a sé. Sarei tornato a riposare in eterno con i miei familiari in quella cappella. Mia madre tirò fuori la chiave dalla tasca e aprì. Era un locale strettissimo e mi pareva impossibile che potesse contenerci tutti. C'erano già i nonni, c'era mia sorella. Posti ce n'erano per tutta la famiglia nostra. Ma i nipoti? E quelli che sarebbero ancora nati? Mia madre mi disse che un mucchio di ossa entra tutto in un paniere. E poi c'erano le nicchie sotterranee. Ci sedemmo io e mia madre. Sono così brevi i pomeriggi di autunno. Mia madre accese i piccoli lumi alle urne e cominciò a dire le sue preghiere.

Io ero così tranquillo accanto a lei, che sarei rimasto lì in eterno. Erano finite le mie ansie, le mie speranze. Avrei voluto che il fulmine ci avesse colpiti, me e mia madre, quel giorno. Non mi pareva un grave peccato desiderare così ardentemente, in quell'ora, la sua morte insieme alla mia. Attorno a noi dormiva la cara nonna, e mia madre continuando a mormorare le preghiere fece un gesto che rassomigliava tanto a sua madre. Mia nonna, quando aveva l'età di mia madre, per non farsi disturbare da noi bambini, prima di recitare i suoi vespri usava riempirsi le tasche di castagne. Fece lo stesso mia madre con me quando mi vide distratto quel giorno.

Senza interrompere le sue preci, trasse di tasca un pugno di castagne e me le diede a rosicchiare.

09 Dicembre 2011