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via Velasca

XXV

Tornavo a casa, alcuni anni addietro, tutte le sere per le stesse strade, e una volta mi accorsi di Via Velasca. Ebbi l'impressione di avere per anni calpestato un cadavere disteso davanti alla porta: a un certo momento il cadavere si alza da terra e mi chiede, immemore, notizie di sé. Così mi accorsi quella sera di Via Velasca e i versi di allora hanno commemorato quell'incontro inevitabile. Io volli legare al ricordo di quella strada un'immagine della mia vita, quella strada le cui selci mi apparivano alla fioca luce dell'aria così profondamente logore. Io non dissi che la mia vita mi doleva come dolevano le costole rotte a Via Velasca. Io dissi solo che una stessa luce poteva soccorrerci insieme in quell'ora, la luce che cadeva dai tetti quella sera sopra le povere ossa di Via Velasca e dentro il mio petto.

Abbandonai la strada per qualche giorno. Inventai un altro cammino: l'uomo che mi si era parato davanti quella sera, ormai quieto, s'era ritirato per sempre a dormire in una buca. Non voleva più spiegazioni da me, non voleva più conforto. Ma tornando dopo qualche tempo a imboccare Via Velasca, mi accorsi che strani sconvolgimenti erano accaduti in quel ristretto spazio, entrato nel dominio della mia vita. La strada che era stata per anni, forse per secoli, un braccio morto della città, si faceva viva, si faceva viva come se si fosse accorta dei miei passi, dei miei versi; pareva che volesse inevitabilmente rassomigliare ai miei versi. Io non avevo voluto dire quella sera, per pudore, per pietà, che sentivo lo sfacelo lentissimo del giorno, della luce del giorno, in quell'angolo morto della città, in quella stagione sorda della mia vita. Ma la strada volle forzare il senso di quei versi, volle compiere fino in fondo l'analogia che avevo lasciata esitante sulla curva delle parole; la strada volle concludere la poesia: ed ecco, io non la riconoscevo più dopo un mese di assenza. Una massa oscura di uomini stavano lì a picchiare, a scavare, erano entrati nel sottosuolo e bruciavano un fuoco bianchissimo che rendeva fantomatiche le facciate di quelle vecchie case insignificanti. Pensai: Via Velasca vuole forzare il mio destino, vuole che io aggiunga qualche parola alla sua storia, alla mia storia. Ma non ci tornai più, e oggi, a distanza di anni, me ne sono ricordato perché un amico, ieri sera, mi recitava alcuni versi di Via Velasca, e poi, di un'altra mia poesia che non ricordavo bene: ci devono essere, mi diceva, dei ragazzi che giocano davanti a un muro bianco con una palla floscia, ci deve essere una calza appesa al vento davanti a una finestra... Io sono rimasto sconcertato: quella poesia l'avevo pensata in altri tempi, avevo scritto qualche verso, il verso della palla floscia battuta contro il muro; avevo appuntato qualche immagine, quella della calza scura mossa davanti ai vetri dal vento della sera, ma non ne avevo parlato mai a nessuno, non ne avevo scritto a nessuno. Quella era una poesia nata morta.

Ma le parole, forse, si erano mosse da sole come il polline nel vento; le stesse parole, gli stessi accenti che ritornano negli anni nel giro dei nostri versi. Io dico che nei nostri versi c'è scritta la data della nostra morte.

09 Dicembre 2011

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