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Mia cugina Elisabetta

XXIII

Mia cugina Elisabetta ha fatto un matrimonio d'amore, un matrimonio infelice. Io e Elisabetta siamo stati vicini sette anni, abbiamo dormito molte notti nella stessa stanza. Mia madre la odiava perché Elisabetta aveva il suo profilo, le sue manie, ed io amavo tutte le donne che somigliavano a mia madre. Elisabetta è stata un inverno in casa mia. Si ammalò di tifo, guarì ch'era veramente un po' sciocca. Ma s'era allungata nel letto di almeno un palmo: aveva quattordici anni, le braccia lunghe e lisce, le gambe snelle; era magra con i seni grossi come fichi. Se i miei avessero saputo ch'io ero pazzo di mia cugina mi avrebbero cacciato via di casa.

Sono stato cacciato via di casa sei o sette volte durante l'infanzia. Il mio esilio durava poche ore; avrei voluto non tornare più per far dispetto a mia madre, ma la nonna mi prendeva per mano, mi accompagnava, mi faceva nascondere in una cameretta, al buio. I miei familiari sedevano a tavola sotto la lampada, stavano zitti; le mie sorelle dovevano fare grandi sforzi per non nominarmi. Nuccia, ch'era la più grande, mi veniva a prendere, mi faceva sedere al mio posto. Mia madre aveva coperto la mia pietanza con un piatto per non farla raffreddare. La mia porzione di frutta era doppia.

Nessuno mi parlava per non avvilirmi. Tutte le premure erano per me, come se fossi tornato a tavola dopo una lunga malattia. Elisabetta era allora nostra ospite e durante la notte mi veniva a baciare sulle labbra.

Andavamo insieme nel cuore del giorno lungo un canale che portava in una caverna fetida. Dentro la caverna c'era una vasca d'acqua. D'estate andavamo lì a spogliarci nudi. Nessuno seppe mai dove passavamo la controra, nessuno seppe dove mai Elisabetta aveva bevuto quell'acqua infetta che le aveva dato la febbre.

Poi ancora adolescente aveva sposato un ricco ragazzo di provincia nella città dove suo padre era stato trasferito, come consigliere della corte d'assise. L'ho perduta di vista per molti anni. L'ho incontrata la primavera scorsa coi capelli tirati sulla nuca, i capelli quasi grigi, bellissimi, sopra il collo, sulle tempie, sulla fronte gonfia di bambina. Mi disse che non era felice, che avrebbe voluto un figlio, che ormai non ci sperava più, che avremmo potuto vederci tutti i giorni, avrei potuto conoscere il suo sposo, una volta che il destino ci aveva portati a vivere nella stessa città. M'invitava per il domani a casa sua. Io non potevo, avevo da fare una cosa importante. Aspettavo una donna, in camera mia per la prima volta. Quando mi salutò volle che io le dicessi in un orecchio l'ora precisa del mio appuntamento. Alla stessa ora, domani, io starò accanto a Federico, mi disse. A me l'impegno parve bello e terribile. Fui fedele alla promessa: ma non seppi nulla di lei. Fino a ieri.

L'ho incontrata ch'era felice, che camminava nell'aria con un passo profondo. Era qualcosa come la luna, lenta e piena, uno specchio carico d'un'immagine amata.

Mi ha detto ch'era accaduto il miracolo, che, ecc. ecc.

(Non so se questa storia riuscirà chiara e verosimile. La storia è vera anche se Elisabetta non c'è. Naturalmente Elisabetta avrà un bambino, dopo otto anni di vita sterile. Il padre del bambino non sono io e neppure Federico. Il padre del bambino è Elisabetta. Ma quel giorno ella somigliava a mia madre, come io la ricordo, alle soglie della maturità, alla fine della sua giovinezza, nel suo pieno splendore. Mia madre era un pianta che aveva già dato i suoi frutti e Elisabetta ogni anno aveva perduto i fiori alla prima gelata.)

09 Dicembre 2011

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