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Un pugno di mosche

Acquaforte di Walter Piacesi, Fermignano 1957.

Acquaforte di Walter Piacesi, Fermignano 1957.

Ci sono terre ricche e temi ricchi, piante sovrabbondanti e cervelli generosi. Ci sono mani che moltiplicano i pesci. Ma i miracoli e gli sproloqui creano confusione. Il sangue spinge all'enfasi. Meglio la povertà, la scarsità inventiva.
Si vive meglio negli spazi anonimi, non in paradiso. Si vive meglio se l'ambiente è trito, insignificante.
Tutti fabbricano oggetti, non immagini.
Fabbricare oggetti è riposante. Le mani sono intelligenti, anche gli occhi. L'anima può essere assente. Le mani non sanno fabbricare immagini, neppure gli occhi. L'oggetto rivela una mano stanca o una mano ardita, una mano abile o una mano inetta. Forse un oggetto inutile, un oggetto deforme, un oggetto sbagliato ci danno qualche ragguaglio sullo stato d'animo del fabbro. La perfezione come la bellezza non si fanno capire.
Perduta è la memoria, caduto è il vento.
Io non afferro, non possiedo niente.
Sono solo padrone di un pugno di mosche.
Chi alza la bandiera nasconde sempre qualche magagna.
Io credo che nessuno ha il diritto di parlare in nome degli altri.
C'è una bella differenza tra la scena e il dramma. Si prepara la scena per il dramma, per la voce che non viene. Tutti si sono prefissi di riempire il vuoto, di riempire la bottiglia.
Ci vuole più forza a fermare la vita che ad assecondarla.
Apollo si tira indietro e lascia passare i mostri.
Leopardi invecchiava nella mente e ringiovaniva nel cuore, così la sua raison non è riuscita a distruggere le sue illusioni. Perfino La Ginestra lascia ben visibili le poche, ultime crepe della beatitudine.
La ciambella si straccia quando si vuole allargare il buco.
L'amore accetta tutte le offese. Più vero è l'amore più il cuore è disarmato.
Amo solo quelli che non si danno pace.
Una poesia di parole non dà garanzie di durata come non ne dà una costruzione fatta con la carta e con il legno, il sublime assemblage giapponese. La casa giapponese è elegantissima ma fragile. Così fragile e in continuo riassetto, in continuo stato di febbre, la poesia delle parole.
Non si sfugge al rendiconto di quello che c'è. Si può aprire un registro di infinite pagine per fare la storia (incompiuta) dell'inesistente. ma bastano due punti per definire una retta, tre punti per definire un cerchio. Ci vogliono troppi tentativi e troppa materia per giustificare una distrazione, una fuga.
Ci sono gli altri che vantano la merce che hai svenduta.
Non è necessario cominciare, necessario è finire.
Dobbiamo sforzarci di lasciare nel limbo le larve, i figli non nati. Dobbiamo buttare al fuoco gli abbozzi, gli spunti, le improvvise illuminazioni, i versi scritti nelle notti d'insonnia, le lettere non spedite.
È inutile illuderci di costruire un universo con la bava, con lo sputo, con la cera.
Per una testa di bruco il mondo ha due dimensioni, è piatto.
Gli splendidi edifici sono il ricordo di una fede perduta.
La conquista della vita è una vittoria sterile.
Mettiamo un teschio vicino a un cristalli, mettiamo una rosa.
Il teologo deve rinunciare alla voluttà matematica.
Si ha il terrore di sbagliare i conti quando un giudice viene a chiederti l'inventario dei tuoi beni.
Quanti inutili viaggi per scrivere una poesia.
Narciso sta a guardarsi anni e anni allo specchio fino a diventar vecchio. Poi si sputa sul viso.
Un buon sonetto come un buon ritratto possono essere nei risultati assai stupidi. Ma non sono mai offensivi anche se risultano inutili. l'improvvisazione, l'estro, può rasentare la menzogna, la frode.
Figli di soldati Gèrard de Nerval, Baudelaire, Rimbaud. E soldato, lui, Cartesio.
Si spezza il filo che ci lega al visibile, si perde la rotta, si perde il senno.
È naturale, armonioso e puerile, il desiderio di morire, quanto è mostruoso, senile, il desiderio di vivere. Il ragazzo aspetta la morte come aspetta l'amore. Il vecchio vuole vivere per dimenticare. Mangiarsi la propria immagine. Mangiarsi i figli.
La mano ora si ferma, si è accorta di scrivere per sé.

05 Febbraio 2012

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