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Editoriale, anno III, numero 2

A.III, n.2 (apr 1966)

 

Fa più bene una boccata d'aria, un po' di sole, che un pomeriggio di lettura. Ai vecchi alberi non giova più il concime. Forse la potatura rinvigorisce anche una pianta adulta, ma a che serve una spruzzata anticrittogamica? Aria luce vento, non stanchiamoci di buttar via il nostro tempo. Può essere più fruttuosa la lettura di un giornale, di un catalogo, di un bollettino che la digestione di nuove pagine, nuovi calcoli. Solo nelle favole sono possibili le rapide metamorfosi: la metamorfosi è un'operazione puerile, se proprio non è ignobile. L'asino dello zingaro è arzillo per tutta la durata della fiera, finché non è venduto.

A Cardazzo, che era andato con le tasche piene di dollari fino a Basilea per comprare qualche Tobey, il vecchio pittore - che tutti conoscono e valutano da molti anni, da quando fuggì via dall'America, dove aveva scoperto il segreto del volo della mosca e la terribile condanna che pesa sul destino del macabro insetto: nutrirsi di sterco a di sangue, preferibilmente di sangue freddo - propose gentilmente di rimanere suo ospite fino all'indomani. Era giorno dì mercato e quella mattina doveva recarsi a far provviste di frutta e di verdure.

Chi ti ammira ti ammazza. Marcarelli piange parlando di Pollock e si dispera pensando che da vivo lo faceva morire di fame.

Ci vuole poco a debilitare il più strenuo lottatore, escluderlo dal ring.

Dove c'è diletto c'è peccato. Dove c'è gusto c'è perdita. Il piacere di scrivere o il piacere di dipingere stanno all'origine di tutti i manierismi, di tutte le mistificazioni.

La profondità è il miraggio dell’informe. Una forma esplicita contiene il suo rovescio, preserva i suoi segreti. Non possono esistere segreti illeggibili. Ogni cosa s'identifica con la sua epidermide. Le grandi leggi della natura sono state scoperte in superficie: le esplorazioni più penetranti e le analisi più sottili sono state fatte con i soli sensi e qualche calcolo mnemonico. Chiedete a Copernico, a Galilei, a Newton, a Volta, ad Einstein come ebbero sentore delle Toro scoperte. «In ascensore» risponderà Einstein. «In latrina» rispose Copernico.

Non si riesce a trovare la ragione che ha costretto Montale a subire impassibile lo scempio della sua poesia. Masochismo, sadismo? Montale si è fatto violentare letteralmente da un yankee, si è fatto sbattere nel corpo della sua poesia. A consolarlo di questa ignominia ci si è messo un critico, fenomenologico, che ha trovato naturalissimo trasferire da Genova a Boston il monologo di Arsenio. Cosi «I cavalli senili simili a cani da penna» non sono di Montale e i papery palm trees assomigliano più ai papiri siracusani di Quasimodo che ai palmizi della riviera. L'entroterra ravennate di Dora Markus si trasforma in testaccio newyorkese, la dolce ansietà si psicologizza, a nervous levantine anxiety, si psicologizza la Primavera inerte in depressed spring, e un'altra dolcezza a restituita ai fondi parnassiani dell'ennui. Il lago si restringe in pozzanghera, il palpito si allunga in put-put-put. La Casa dei doganieri, come la casa volante di Betlemme, a relegata sulla costa del Canada. Robert Lowell regala a Montale per il Giorno e la Notte uno spolverino che non ha. La sceneggiatura impone la sostituzione di uno specchio con un semaforo e il trasferimento del teatro di posa a Montecatini, con complicazioni di ulcere e mal di pancia, ecc. Nell'anno di Montale, che ci arriva appena chiuso l'anno di Dante (l’enfasi non è mia, ma di Maria Corti, colei che non si deve amare perché ha suggerito a un suo allievo di smontare in duecento pagine i preziosi «orecchini» come si smonta una capsula spaziale) anche noi vogliamo ricordarcene com'è d'obbligo e come si conviene: difendere Montale dal fanatismo dei montaliani.

Far presa col gesso non è impossibile se ci si contenta di imbiancare o di stuccare, se il rilievo a minimo, se il piacere a soltanto la velatura, l'illusione. L'illusione non chiede fatiche ma trucchi. Una sostanza omogenea non serve a costruire; ci vuole una materia impura, fibrosa, granulosa, nodi, zeppe, ganci, l'opus incertum, e biellismi ruotismi arpionismi. Questo hanno insegnato gli ingegneri da Vitruvio a Reuleaux. Contentarsi di illusioni ottiche, di illusioni cinetiche, di illusioni prospettiche, preparare spettacoli per il principe Battilocchi a un bel programma per far ridere i polli.

L'uomo risulta definito dalla struttura chimica degli acidi nucleici che contengono il programma registrato della sua vita. I caratteri fisici e quelli intellettuali e spirituali si trovano trascritti in un codice chimico dentro le molecole degli acidi. L'intervento sopra questi acidi pub determinare una conformazione della figura dell'uomo, dello statuto dell'uomo, diversa dalla conformazione tradizionale della specie umana. Qualcuno aveva parlato del valore sacro dello statuto biologico dell'uomo. Conviene difendere questa sacralità di fronte ai possibili interventi della Scienza? La biologia, negli anni successivi ally guerra, ha cominciato a sognare la trasformazione dell'uomo: gli acidi nucleici sono stati estratti e cristallizzati, purificati, identificati, e si a giunti a trasferirli da un ceppo all' altro. Al principio della vita sulla terra gli acidi erano molto elementari ed erano capaci di costruire soltanto organismi semplici, unicellulari; successivamente questi acidi sono stati capaci di costruire organismi più complessi, poi i pesci, i mammiferi, infine l’uomo. L'uomo è determinato da un codice scritto negli acidi nucleici che stanno nelle sue cellule germinali. Gli acidi hanno assunto nell'uomo coscienza di sé e, a questo punto, anziché continuare a evolversi alla cieca, hanno deciso, attraverso lo strumento uomo, di formare un essere migliore dell'uomo, un superuomo. L'uomo ammette di non essere stato capace di costruire un mondo che rispecchi se stesso e quindi decide di trasformare se stesso. Ma se è vero che la materia vivente, attraverso l'uomo, acquista coscienza di se stessa, è vero anche che l'uomo riportato nel quadro della materia vivente ne subisce la degradazione. L'intelligenza biologica non è l'intelligenza, la volontà biologica non è la volontà. Ma la chimica ha voglia di fare e disfare. L'uomo, dicono i filosofi e gli igienisti, non ha bisogno di migliorare le sue facoltà intellettuali e le sue capacità fisiche: l'uomo ha un bisogno disperato di aumentare il proprio senso di responsabilità. VuoI rimanere natura, non vuole diventare norma.

La Scienza non può distinguere quello che è corpo da quello che è spirito. Con una sostanza chimica possiamo ottenere la deformazione o la correzione dell'orientamento psichico di un uomo. Si possono provocare, si possono operare modificazioni profonde dell'anima. Si fabbricano e si distruggono paradisi, limbi, inferni della durata e della intensità che si vuole. Non c'è il superuomo all'orizzonte, ma l'uomo su commissione, l'uomo su misura. Sarà un biologo, sarà un fisico, che ci diranno quello che dobbiamo fare. Una sostanza chimica può sconsacrare il ricettacolo dove si compone la riflessione, può sbilanciare inclinazioni e giudizi. Ma ne basta qualche milligrammo per riedificare una coscienza sconvolta.

Il vero gourmeur va a tavola senza appetito; Bacchelli arriva sempre sazio alla mensa di Mattioli, ma a furia di spilluzzicare divora un'intera tacchina farcita. Dal lustrascarpe arrivano solo gentiluomini con mocassini lucidissimi. Nietzsche raccomandava la bonne lassitude. E Rilke insiste, nelle lettere al giovane poeta, sulla necessità di fissare appuntamenti precisi con la Musa, precisi al minuto secondo.

Persico raccontava di quella peripatetica dei Bassi che teneva l'inverno una cuccuma d'acqua a bollore per scaldarsi le mani e rinvigorire 'o pesce frigugliuse.

Si riesce a misurare meglio il lavoro di Cézanne, la sua forza distruttiva. A fatica tentò di riedificare il mondo con leggi diverse da quelle dell'armonia. Non aveva bilance ad hoc. E non poteva verificare l'esito delle sue operazioni, doveva procedere a tentoni, col terrore ad ogni passo di sbattere la testa.

Il vuoto è senza tempo. Il vuoto è ciò che non si sa dire. Noi ci sforziamo di riempirlo con la sostanza più inconsistente, parole parole. Crediamo che la nostra anima esiste e si dispera per ciò che non è accaduto, per ciò che non accadrà. Così riusciamo a prolungare la nostra agonia. Nel riverbero basta un'eco per restituirci una figura, uno squillo per ricordarci un evento.

Ti riesce difficile trovare anche le più comuni frasi di convenienza. Esprimerti non ti viene naturale. Sei contorto. Ti costa caro cucire quattro parole. Le cose più semplici diventano complicatissime. Non sai se è mancanza di forza o mancanza di pazienza, e infatti, rifiuti le opportunità. Ma è pure vero che se non cacci fuori il rospo ti senti infelice. Temi di non farcela più. Hai la sensazione che improvvisamente possa venirti a mancare il tuo unico bene. (l. s.)

31 Gennaio 2012

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