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Editoriale, anno III, numero 1

A.III, n.1 (gen 1966)

 

Continuano i piagnistei per la Poesia. Montale col suo pessimismo teologico non piange ma ghigna sulla morte della poesia, sulla fine banale dei poeti "tutti professori" (Sereni, Luzi, Bigongiari, Fortini, Sanguineti). La generazione degli autodidatti e degli irregolari (Saba, Govoni, Campana, Cardarelli) l'ha vinta a distanza sugli agrimensori, sui maestri di scuola e i ragionieri. I figli e i figliastri di soldati (Baudelaire, Rimbaud, Apollinaire) hanno ceduto il posto ai figli degli impiegati. La poesia italiana è sempre in bilico tra trivio e quadrivio, tra scienza e innocenza. Dopo di me il diluvio, dice Montale, e lo dice sul serio, stufo com'è di tanto manierismo engagé e tanta avanguardia impunita. I laudatores della sua metafisica, a furia di battere sull'anello che non tiene, ci fanno dimenticare i cocci aguzzi di bottiglia, i colpi di fucile, i galletti di marzo, la trota, l'anguilla, il topo dell'ultimo raccapricciante epitalamio.

La matematica è in anticipo sulla poesia di quasi tre secoli per quanto riguarda l'idea di Negatività, e di almeno duecento anni nella manipolazione di enti infinitesimi. I fiori neri e le erbe microscopiche sono cresciuti nelle pagine dei livres noirs e tra le righe dei poèmes pulvérisés. I terribles études a cui accenna Rimbaud in Mouvement sono gli studi di matematica che portarono all'avvento dell'ère nouvelle. L'inno di Maldoror, O mathématiques sevères, è stato sottovalutato dagli storici della poesia moderna, anche i più astuti. Solo oggi i filologi si ricordano di Évariste Galois e della Teoria dei Gruppi, ma senza supporre che alla vigilia del duello fatale, nel carcere di Sainte Pélagie le lacrime del ragazzo maledetto furono raccolte dalle mani di un altro genio suicida, Gérard de Nerval. La Negatività in poesia ha generato certe forme di cui si trova l'immagine plastica nelle visioni di Gauss e l'immagine cosmica nelle memorie di Einstein (gli universi curvi). I numeri negativi hanno rotto il dualismo del pair et impair verlainiano, hanno provocato la nascita del verso libero, e accreditata l'efficacia dei derèglements, paradisi artificiali, alcool, mescalina. Eliot non riesce a spiegarsi l'originalità di Poe perché non si avvede che dietro la forma convenzionale e sciatta dei poemi, dietro la filosofia della composizione, c'è l'individuazione esatta della non-poesia. Che prima di Poe era soltanto un detrito, un magma, e dopo di lui è diventata un materiale da costruzione. La Negatività è la prosa, la Negatività è la riflessione. Nessun poeta si vergogna più di essere insieme racinien e journaliste. La poesia si fa prosaica, sembra uno scacco, ma è l'unica via di uscita dall'inanité sonore delle vecchie metriche. L'infinitesimo, les petites perceptions, il puntillismo, sono in antitesi con la forma piena, sono il presupposto delle nuove geometrie algebriche (dove la forma è soltanto la formula) e di tutta la realtà indeterminata, indeterminabile, ma non per questo inesprimibile. Il poeta come il matematico diventa infallibile per il timore di sbagliare. Il pari, l'hasard, significano l'irreversibilità, l'impossibilità che un evento (poetico) si ripeta. L'Infinitesimo è antistorico, immateriale. È inafferrabile (come l'acqua e come il gas), tuttavia utilizzabile.

L'opera fallisce per una crepa. Crolla per un incastro, per un perno balordo. Un vizio di forma lo può trovare un cieco. Anche un cieco indica col dito la traccia di mastice nel vetro che non squilla. Ma un vizio di struttura lo scoprono gli ultrasuoni, le bombe al cobalto, i raggi X. Pare anche gli strutturalisti.

C'era più d'uno a cui dava fastidio la sua presenza. Riuscirono a isolarlo, a immobilizzarlo. Non riuscirono a sopprimerlo. Fintanto che gli rimase un po' di fiato anche i più cinici ebbero terrore delle battute di Cardarelli; i più furbi coprirono le loro medaglie, trovarono scomodi i loro seggi nei sinedri. Io lo sentii parlare - pareva un ventriloquo - attraverso le sue ferite.

Il prodotto ideale è il pezzo indiviso che si fabbrica con un colpo solo. La produzione può essere ininterrotta, non infinita. All'infinito il prezzo paga solo la materia. La produzione continua ha il carattere di una secrezione, di una emorragia. Tutta la materia è stata impalpabile. Tutta la materia può diventare solida. L'industria dà beni tangibili, corpi, a cui deve garantire un minimo di durata. Se fossero statue potrebbero vivere per l'eternità, immobili. Ma sono organi, strumenti. La funzione li uccide anche se, sola, li fa esistere. Ma oggi non è più il consumo a rendere inservibile un oggetto. È la nostra simpatia che li abbandona. L'industria ci impone la scelta tra ragione e passione. Cartesio si meravigliava che la nostra volontà non fosse neppure capace di far crescere un'unghia.

C'è da intendersi sulla natura del giuoco. Un giuoco privato è insulso oppure è osceno. Avevo intravisto, come rifugio dell'alienazione, la pornografia. Loro la chiamano schizofrenia, ma il giuoco è ancora più sinistro.

La mano che canta sarà la stessa mano che dipinge. Pare che Yeats si sotto ponesse al volere degli stregoni per allungare la vita delle sue mani. E Benedetto Croce portava un bracciale di ferro calamitato intorno al polso della mano maestra. Conservare le energie sveglie, conservare la memoria, sono pratiche che andrebbero sottratte ai medici dei metalli. La gente muore quando ha deciso di riposarsi. Guai a chi non arrota i coltelli, non unge i cuscinetti, non spolvera le punte.

Le prove fatte sul cervello dei vermi e dei topi non dovrebbero sorprendere i physiciens. Pare dunque che l'anima sia commestibile, si possa mangiare: pare che sia distribuita tra capo e coda; pare che sia prelevabile e trasferibile da un corpo all'altro. Pare proprio che si possa fabbricare e vendere. Cannibalismo, metempsicosi, magismo, entrano nei laboratori di biofisica, diventano reazioni. L'acido ribonucleico e la puromicina, sconosciuti a Baudelaire e a Michaux, sono i nuovi veleni capaci di compiere l'opera che il Voyant avviò a malapena: changer la vie.

La routine sembra un insulto. Siamo tutti così sciocchi da vergognarci della nostra limitatezza. Lasciamo ai genialoidi la capacità di inventare ogni giorno una diserzione.

L'arte deve rasentare la gratuità, lo scherzo. La poesia deve bruciare la divisa vanitosa del poeta, la sua maschera. Deve togliergli qualunque velleità di simbolo. Il verso non deve irrigidirsi, deve assecondare la nostra inerzia, la nostra incoerenza, farci vivere a vuoto.

L'idea della morte non è mortificante, è gioiosa, è gaia. C'impedisce di prendere la vita sul serio.

L'habitat visivo - natura e arte insieme - del penultimo e ultimo Luzi non è più Firenze e l'aura del dolce stil nuovo. Ma un ambiente anonimo, quasi un faubourg, una cintura ospedaliera e doganale, un paesaggio derelitto con apparizioni di figure inferme. Un Bacon spoglio della cornice metafisica (i ring, i troni cromati). La crudeltà di Bacon sostituita dalla pietà cristiana, una pietà che accetta la confessione, ma assolve senza amore. Il Dio carnefice di Visconti Venosta (il Dio di Scipione, di Ungaretti) è meno inerte, meno inetto del Dio di Luzi: ha bisogno di colpire per farsi ricordare. Io credo che Luzi ha avuto la grazia di non farsi insozzare dalla vita. La sua pena è quasi idilliaca come, per altro verso, è idilliaco l'alterco di Sereni, l'alterco tra l'Io e l'Altro sui rettifili. Il campo lungo di Sereni ha la profondità e la lucentezza dei manifesti svizzeri. Il campo lungo di Luzi sprofonda nell'orrido dei borghi e dei terrapiani daziari. Non è il tableau métropolitain di Baudelaire. Baudelaire è sempre più moderno. Luzi può anche pregare. Baudelaire poteva appena bestemmiare e piangere. Luzi e Sereni incontrano i vecchi compagni, o falliti o malati o traditi o impegnati, e sono questi, gli Altri, i media del loro patto d'onore con la vita. Sembra che per virtù della Poesia, essi possano soltanto assolvere e benedire.

Il poeta non è in fase, è in opposizione con la natura, con la storia, con la vita. Il grido unanime di Ungaretti, i cori di Jahier con la loro carica strabocchevole di pietà e di amore per i fratelli, per i compagni, non sono esultanti, sono dolorosi. Ungaretti e Jahier nelle loro vecchie poesie cantano la dignità dell'uomo, la dignità della vita e degli affetti. Sono credenti. Hanno il conforto della speranza. Hanno un tesoro di carità nel loro cuore. Ma la Poesia non aspetta più le solenni ricorrenze, le epifanie. La difficile Poesia vive di vita anonima. Eluard nei grandi momenti ha perduto la voce.

Quando non c'è più tempo per l'amore non si sa che farsene della vita. Non si può sempre leggere e scrivere. Quando non c'è più da pensare all'amore non si sa che altro fare. Non si può cambiare tutta l'acqua in vino. Non c'è lavoro, non c'è oro che basti. Forse solo il dolore è così dominante ed esclusivo: ma la bestia sa come vomitarlo. Avremmo tutto il tempo per fare quello che non abbiamo potuto fare per mancanza di tempo, eppure non si riesce a fare più niente. (l. s.).

31 Gennaio 2012

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