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Editoriale, anno II, numero 3

A.II, n.3 (giugno 1965)

 

Il Poeta è stato pesato, la hanno trovato scarso. Ogni giorno egli perde valore, oggi conta meno di ieri, si vende a un prezzo più basso.

Diceva che era difficile far bene anche un'insalata. Intanto lui è fuori, il fanatico. Non sa più a chi vendere le sue leccornie.

Si lavora sempre meno e sempre peggio. L'uomo deve guardarsi dal disturbare le macchine, una sua interlocuzione mette in subbuglio il sistema, può bloccare gli ingranaggi.

Il dissimile è una provocazione, la bravura è superflua, basta il minimo di capacità individuale. Chi non impara il gergo, chi ha ucciso in se la marionetta, resta fuori gioco.

Il vero scienziato detesta la Scienza, il vero poeta detesta la Poesia. Ducasse e Dubuffet hanno vaticinato un'arte per tutti, ma sembra invece più prossima l'avvento delle Monadi leibniziane, autosufficienti, enciclopediche.

Se Majorana ha "calcolato" la sua scomparsa, disse Fermi a Carrelli, non ha potuto sbagliarsi, è inutile cercarlo, noi non lo troveremo mai. All'Università di Napoli aveva in tutto sei o sette allievi, qualcuno di più di Platone. Ma egli insegnava il dubbio, non insegnava la fede. Diceva che la natura si nasconde, che ci fa leggere soltanto le carte che vuole, e che non si può scrivere la biografia della natura deducendola da qualche biglietto che nei momenti di generosità o di distrazione ci fa trovare sotto un albero, sotto una pignatta o sotto una lampada. E quando è allegra si affaccia tra le cosce di una rana, sotto la pancia di una torpedine. Majorana ha lasciato qualche appunto un poco più sibillino degli appunti lasciati da Lautréamont e intitolati Poésies. Che poesie non sono, ma abusi, soprusi, la bava dello spirito di contraddizione. Anche Lautréamont ha programmato scientificamente la sua scomparsa. Fu visto l'ultima volta che guardava dalla finestra dell'albergo al n. 7 del Faubourg Montmartre il 23 novembre 1870. Il prof. Strazzeri incontrò Majorana a bordo del piroscafo di linea della Palermo-Napoli. Dormiva in cabina quando la nave entrò nel golfo. In prossimità del molo un marinaio scorge sul ponte un uomo vestito di scuro. Il demone della contraddizione fa poche vittime, ma le sa scegliere.

La materia-prima costa poco o niente. La natura è prodiga d'acqua e di aria, di sale e di carbone, di ossidi e di idrocarburi. Un solo prodotto fabbrica con difficoltà, l'uomo. La natura non riesce a distruggere tutto quello che crea. Non bastano i diluvi, le epidemie, le guerre. Non è facile disfarsi dell'uomo che ha imparato a vivere a dispetto della natura.

Ritorna Rimbaud. In Africa egli aveva di nuovo cambiata la sua scrittura. La f e la d delle sue relazioni di viaggio erano tornate dritte come nelle pagine dei suoi compiti di liceo, prima della cicatrizzazione nella forma corsiva degli anni fuggenti in Europa lungo i fiumi. Ma i luoghi della poesia sembrano quelli immaginari trascorsi all'Hôtel Gellert, a Kankalilli e vicino ai forni crematori in Asia. Nelle piscine liberty e nei bazar dell'Oriente e intorno alle cataste di legna dei cimiteri indù. Odori di acque sporche, di sego misto alla menta, odori di unghie e di capelli percorrono le sue visioni e le sue allegorie. La f e la d corsive ci danno la conferma della rapidità del ductus e della trascrizione subitanea, senza pentimenti, delle sue vertigini e dei suoi spostamenti a perpendicolo negli spazi. Ruggine e strame, cera e gigli, come nelle mascalcie e nelle sacrestie, e il fetido nirvana dei fienili e dei lavatoi.

Nessun uomo valido può prendersi il lusso di una matinée d'ivresse trascorsa tra gli alberi. Se ti siedi su una panchina ti saltano addosso ladri e pedè. Non si vedono più i vecchi in città, non si vedono più i ciechi guidati dai cani. I vecchi restano in casa. Un tempo servivano a sbrigare piccoli affari, uscivano a comprare i giornali e le sigarette, passavano dal lattaio, accompagnavano i bambini incontro agli asinelli. I sensi unici, lo scorrimento, la selva dei segnali li hanno scoraggiati. Restano indecisi ore e ore attaccati a un palo, non riescono più a prendere un tram, a salire sul predellino di un filobus. La loro passeggiata si era ristretta alla banda, sempre più esile, del marciapiede che gira intorno al caseggiato. Hanno avuto uno scontro col garzone del droghiere. I più coraggiosi escono di casa all'alba, tra le cinque e le sette, a prendere una boccata d'aria.

Mafai torna un pomeriggio dei 63 o del 64 a far visita a Menghi. Si siedono tutti e due davanti a un boccale di vino. Mafai si era aggirato per anni tra Menghi e Cesaretto, un cliente assiduo delle stagioni di bohème del dopoguerra. Poi aveva cambiato abitudini. Dal Flaminio si era spostato al Testaccio, dal Testacciao a Trastevere. S'era ammalato, era guarito, aveva imparato finalmente a guidare la macchina. Aveva avuto una crisi grave, si era sentito inetto a dipingere e a vivere. Aveva cercato una via nuova: Turcato, ch'era tornato dalla Cina, gli aveva messo dei grilli in testa. Quella sera, dice Menghi, prima dell'ora di cena era venuto in trattoria a salutarmi e a rivedere il quartiere. Dopo un solo bicchiere era scoppiato a piangere un pianto dirotto. " Dov'è scappata la poesia? ".

Il più bel pezzo è balordo, è conseguente, l'ultimo di una serie convergente, implicito, esatto. Il campione è una caricatura della perfezione.

La fantasia ha le braccia deboli, è povera. La scienza vola. (l. s.)

31 Gennaio 2012

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