Editoriale, anno II, numero 2
A.II, n.2 (mar 1965)
L'industria e l'arte abbandonano il mito della qualità: sogno di una civiltà ingenua. Il design e il disegno non garantiscono la qualità. Non basta la forma di un vaso, anche una forma quasi divina, come può essere quella di una tazza greca o di un piatto cinese, a dare pregio a una materia impura, una materia che di anno in anno inventa nuove similitudini. La chimica e la meccanica sono riuscite insieme a togliere alla natura molte prerogative, a dare a una materia qualsiasi le virtù di una forma ideale. L'industria s'ingegna a conservare gli attributi di un modello; ma per una fatale legge di degradazione - che è la legge dell'utile, del profitto, la fisica dei beni - è spinta dal consumo a cercare un corpo sempre più vile in cui infondere il soffio di un'idea. L'industria deve vendere oggetti sempre più spregevoli e sempre più perfetti. La funzione, è vero, esalta l'organo, ma ne fa un pezzo di ricambio.
L'Arte per esistere non ha l'obbligo di resistere. L'Arte è inutile; esiste, si può dire, le rare volte che noi ne prendiamo coscienza. Non vive, come il prodotto, una vita staccata dal pensiero e legata alla necessità. L'industria non dà più beni ma corpi. Anche l'Arte vuol trasformare l'oggetto in una merce. L'offerta è provocatoria; la scienza dell'inganno si affina per vincere l'universale dissuasione. E chi cerca il valore è fanatico come chi apprezza la castità. Gli artisti prolifici che distruggono la loro produzione o l'accantonano, confermano la ragionevolezza dei faraoni e dei mercanti di caffè.
Non credo che la fede possa muovere le montagne, che la fede sappia far miracoli. I popoli asserviti alla fede si contentano di pane e lattuga o di un pugno di riso. Restano innocenti e servili, fidati. Ruminano le erbe e succhiano il dito se si pungono. Conoscete gli occhi dei poveri di spirito. I popoli gracili se non fossero decimati dalle epidemie potrebbero per la forza del numero conquistare i troni; ma chi osa raccoglierli, chi osa distribuire agli straccioni anche soltanto il baccalà, chi osa trasformare un ebete in un gladiatore? Solo la Scienza, la disciplina, il metodo riescono a dirozzare le anime, a irrobustire le meningi, a raddrizzare le gambe. Non c'è ginnastica, non c'è igiene che conti quanto il possesso delle leggi di natura, il possesso delle acque e dell'aria, il possesso del ferro e del fuoco. La Scienza riempie lo stomaco e sferza il sangue. È la libertà, se riesce a resistere alle adulazioni. Ecco gli etruschi: un popolo incenerito per mancanza di scienza, per eccesso di estasi. Non era un popolo fragile, sembrava ben nutrito. Ma non bastano i monili e le terrecotte, ci vogliono le ruote e le bilance. Non bastano acutezza di pupille e finezza di mano, i vecchi e queruli tesori dell'arte indigena, i totem della pazienza artigianale. Ci vuole spirito archimedeo più che le lagne delle confraternite, e emicranie, orride notti, teoremi e eresie più che pianti e preci. Per bonificare le paludi, per convogliare le acque, per accumulare energia. L'uomo vuole scansare la fatica, la pena, vuole scansare il pensiero. Vuole ornare non edificare. Vuole sedurre non vincere. È piacevole vivere di moine e di canti. Vivere di avanzi, vivere di briciole. La forza non viene donata. Nessuno al mondo ne possiede tanta da poterla offrire gratis. Bisogna saperla fabbricare, creare, rubare. Le lettere, la felicità degli immaginifici, degli inetti! Andrebbero i metalli offerti in dono ai bambini e le lime e i trapani. Distribuire piccoli utensili che tagliano magari le dita. Prese di fiamma ossidrica nelle case come rubinetti. Tutti hanno ancora il terrore di rimanere fulminati dalla corrente trifase. Perfino il ferro da stiro fa paura alla massaia. La casa sarà un'officina.
Il marchio è il rimorso dell'industria, la sua macula originalis. Ricorda alla fabbrica i pionieri, le ciminiere, le fonderie mitiche, la produzione libera dall'assillo della produttività, le raspe, i segreti ingegnosi, l'operaio-ortolano. Il fabbro e il contadino sputavano sulle mani per stingere meglio l'utensile. Oggi il sudore è una sporcizia, ieri era un tributo ai santi. L'uomo non si affatica più, si debilita.
Il poeta di professione costruisce macchine, il dilettante balocchi. Il poeta di professione deve esprimersi in una lingua quasi anonima, il dilettante usa un gergo patetico, viscerale: non riesce a manipolare i calcoli analogici, si commuove quando scrive poesie. Il professionista non si dispera se perde una partita, se l'esperimento va a vuoto, se scoppiano gli alambicchi. Il poeta di professione scrive senza ispirazione, ha sempre il vino nell'ampolla. Il dilettante spia L'heureuse surprise, i mattini di festa, le notti di febbre. Aspetta l'amore. Il professionista non fa differenza tra gli esiti fortunati e infelici. Apre il laboratorio a ore fisse, spezza il discorso a metà quando suona la sirena. Non accusa la fatica della routine, non soffre di esaurimenti nervosi, non consuma la legna in una vampata. Al dilettante può accadere di scoprire una miniera o una sorgente e non saperla più ritrovare. Il poeta di professione utilizza anche le buste delle lettere ricevute e raccoglie i fiammiferi spenti. "Possono servire" ha detto Picasso. Il professionista non cerca comprensione o conforto, non chiama i familiari o gli amici a raccolta quando ha fatto una poesia. Non grida vittoria.
Dicono gli ingegneri: la materia si stanca, si stanca anche la forma. L'opera è precaria, l'esattezza è necessaria.
Bisogna invertire i comandi: da re ai filosofi l'organizzazione del lavoro e agli ingegneri quella del tempo libero. L'economia deve vincerla sull'estetica. Galilei deve sostituire Vico, e Aristotile Platone. Gli adulti devono tornare a scuola, non per studiare Belle Arti ma l'elettricità domestica, la meccanica dei condominî, la falegnameria di fortuna, l'idraulica di emergenza. Con l'avvento di una lunga era di ozi preoccupiamoci di pianificare il farniente. (l.s.)
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