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Ritratti di macchine

Il volumetto venne pubblicato per le Edizioni di via Letizia, a cura di Giò Ponti, Milano 1937. Successivamente benne inglobato nel Furor. La prima edizione è stata ristampata in anastatica dalle Edizioni della Cometa, nel 1982.

A Roma per un'estate intera, nudo e a persiane chiuse, in una stanza che dava sul cortile di un lattoniere, squadra e compasso alla mano, io disegnavo le mie tavole di macchine: composizioni veramente astratte, se si pensa che non avevo mai toccato una vite e delle macchine semplici non conoscevo che la bilancia.
Ero tuttavia esperto nei difficili calcoli dell'inerzia, questa forza cieca che si oppone alle mutazioni del movimento: una specie di istinto di conservazione della materia questa legge di universa pigrizia. Avevo imparato a tener conto della sua mutevole presenza che definisce il peso dei corpi in riposo e che ogni irregolarità riesce a costringere in monotonia.
Ma forse i ricordi più vivi di quel tempo restano ancora le ore trascorse nel laboratorio di analisi dei metalli con i raggi X. Nell'afa, gli apparecchi continuavano a friggere; ogni tanto una scintilla scoppiava tra le sfere dei condensatori ed era un temporale da teatro nel buio di quella camera in una squallida estate ormai lontana. Noi indossavamo dei camici bianchi per entrare nella cabina dell'alta tensione e difendere dai raggi gli organi del sesso. In quel tempo ebbi per le mani strumenti di misura perfetti, e a distanza di anni, questa sera, mi vien da fare un'osservazione che può valere oltre la semplice fisica e che forse chiarisce una zona di interessi più vasti: gli strumenti di misura più precisi, più sensibili, sono mobilissimi.
Così mi sono trovato, per accidente, a sapere forse più delle macchine, delle loro membrature, dei loro vincoli e della rapidissima digestione che esse fanno del fuoco, che non del mio stesso corpo. Io che ignoro la natura dgli umori, dei muscoli, delle ossa, conosco con una certa chiarezza la viscosità di un olio lubrificante e la legge che regola la simpatia dei cristalli di carbonio con quelli di ferro in una lega di acciaio. E un giorno, quando imparai anche che queste materie invecchiano come il nostro sangue, e ad opera di speciali bagni si può riuscire ad allentarne l'intima disgregazione, e farle addirittura rinvenire, restai meravigliato e soddisfatto.

Intorno alle macchine noi abbiamo supposto tutta una ingannevole mitologia, abbiamo costruito il mistero laico del nostro tempo. È stato detto che esse sono nemiche dell'uomo e anche il pellegrino le ha guardate con disprezzo. Certi poeti si sono fatti commuovere dalla forte cadenza che è in quella loro masticazione. I poeti hanno bisogno di credere nei mostri.
A noi le macchine non hanno mai suscitato più meraviglia di una vacca. Mi sono convinto, guardandole a lungo, che è inutile cercare nella loro struttura dei ritmi definiti, quasi una prosodia e una metrica. Le regole che le determinano sono regole poco visibili, come le leggi della prosa. La loro animazione l'abbiamo guardata a nostra immagine e somiglianza e abbiamo concluso che ha un posto veramente infimo nella gerarchia delle cose animate. Pensate alla mobilità del nostro occhio. Pensate che qualunque stimolo occasionale in una macchina può creare dei disastri. Esse non godono della insensibilità dell'azzurro e delle pietre, né della frenesia di una gatta.
Pure senza cercare divini attributi, mi sono compiaciuto di guardarle, talvolta di fronte, talvolta di fianco, queste stupende macchine.
A mano libera e senza preoccupazioni di badare ai decimali, come quando preparavo la mia tesi di laurea quella estate lontana, a Roma, in una stanza che dava nella corte di un lattoniere. Ho trascorso alcuni giorni di questa ultima primavera in un paese dell'Umbria per farmi un'esperienza di fabbrica: quando gli operai avevano abbandonato i reparti mi piaceva andare a trovare le macchine in riposo, di coglierle nella loro stanchezza.

29 Gennaio 2012

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