Sito ufficiale della Fondazione "Leonardo Sinisgalli"

Disegno per l'industria

G.P. (Giò Ponti)

"Domus", n. 288, novembre 1953

La boutade di Le Corbusier "maison machine à babiter" è stata fonte di una infinità d'equivoci ed è stata impiegata a sproposito come arma polemica nel dibattito contro l'architettura moderna, ed in estensione contro ogni espressione moderna della vita e della società. Le Corbusier intendeva individuare, con quella trasposizione mentalmente elegante una architettura fatta con la stessa intelligenza ed efficienza tecnica, economica e d'impiego, delle macchine: fatta con la stessa "civiltà" delle macchine. Ma allora questa espressione, " civiltà delle macchine ", era inedita, era ancora sconosciuta.

Contro Le Corbusier s'era levata la famosa ed idiota protesta:

"Noi non vogliamo vivere in una macchina!", e ciò proprio da parte di quelle classi che sono use avere le più belle macchine ed i più bei apparecchi, o che fabbricano orgogliosamente macchine, e magari con le macchine fabbricano la propria fortuna e potenza; o da coloro che, per l'uso di indagarli, dovrebbero intendere più acutamente i tempi; dico certi industriali e certi intellettuali.

Il punto di partenza dei ragionamenti di Le Corbusier, l'esser la nostra "l'èra meccanica", (machiniste), l'esser la nostra una "civiltà meccanica" (machiniste) non ha avuto comprensione, nè popolare nè intellettuale, non ha avuto simpatie, perchè è stato portato, per nostra naturale tendenza drammatica e astratta, agli estremi, al mito. Di fronte alle macchine, la cui presenza, utilità e misura è un fatto gli uomini hanno subito preferito evocare la macchinamostro, la mostruosità della macchina, e lasciarsi andare, con fascino ed orrore, alla visione apocalittica e utopica della macchina che domina, comanda, e alla fine stritola l'uomo. Allo stesso modo sono stati subito pronti a parlare di "èra atomica": la pericolosità li ha eccitati, la presenza di un dramma; e la imminenza possibile di una catastrofe mitica ha subito assoggettato la loro fantasia, li ha trasportati nel mito.

La distruzione affascina l'uomo fin dall'infanzia: l'enormità, il disordine, la passione, il male sono più facili e attraenti alla fantasia del bene, dell'ordine, della misura. La macchina appartiene all'intelligenza, all'ordine, alla misura, allo studio, alla pazienza, e come tale non ha ancora toccato la fantasia.

Così è che un poeta, un nostro poeta singolarissimo nel mondo, un poeta "solo ed unico ", dai matematici furori, Leonardo Sinisgalli, è intervenuto felicissimamente a parlarci di "civiltà delle macchine ", suscitando questa locuzione bellissima, perfetta. V'è sempre una specie di grossolanità nel parlare di "ère" e di "età" di questa o quest'altra cosa, compresa l'atomica. "Civiltà" in luogo di èra, è più impegnativo, talchè non si può parlare, senza sorridere, di " civiltà del progresso ", nè, senza esprimere un fatto implicito, di " civiltà della scienza ". Dunque la locuzione "civiltà" contiene tutto, progresso e scienza, ed arte e gusto, e costume e vita sociale.

La definizione di "èra meccanica, macchinistica, ecc." evoca un che d'automa, d'automatismo e di utopia letteraria, o infantile, che fa sorridere. " Civilizzazione meccanica o delle macchine " è pure una locuzione errata, contiene il contrasto fra un'opera morale per l'uomo, la civilizzazione, ed uno strumento indipendente da ciò.

Tornando alla bellissima espressione "civiltà delle macchine ", v'è da dire che non è la civiltà, o una civiltà, che appartiene alle macchine (fatto assurdo perchè la civiltà appartiene a se stessa soltanto), ma sono le macchine che appartengono alla civiltà. Onde l'asserzione "civiltà delle macchine" è esatta, è perfetta, oltre che essere bella.

Questo lungo discorso è nato dal meditare sul titolo della rivista "Civiltà delle macchine" creata e diretta da Leonardo Sinisgalli, rivista che saremo felici di veder diffondersi, per onore della intelligenza in Italia e per onore dell'Italia intelligente all'estero.

Perchè se la significazione del titolo è tempestiva, esatta e puntuale, il contenuto di scritti e di immagini mette a punto quella coincidenza delle macchine col gusto, con l'arte, col costume, con la fantasia, che completa la loro comprensione.

Questa rivista reca, con la sua testimonianza, un tributo alla "civiltà delle macchine ", ed è significativo che essa sia una emanazione, nella sua alta tensione spirituale, della Finmeccanica. Maliziosamente ci chiediamo se l'industria ha convertito un poeta, Sinisgalli, o se è stato un poeta a convertire gli industriali, inducendoli a considerare quella "essenza" della macchina, che è la sua civiltà.

Il fatto dell'appartenenza profonda della macchina addirittura alla intimità del pensiero d'oggi, appare tanto più vero, quanto più si sappia vedere come in essa esistano quelle espressioni di forma, di volume, di colore, di spazialità, di movimento, di composizione ­ che sono state determinate dai. movimenti del gusto e dall'opera degli artisti più importanti del nostro tempo.

S'è detto che " la nature s'efforce d'imiter l'art ". Si potrebbe dire, vedendo certe macchine o certi impianti colossali, che sembrano dei Léger, che "la machine aussi s'efforce d'imiter l'art", ma è piuttosto il contrario "c'est l'art que s'efforce de précéder, de voir d'avance ­ dans la vocation prophétique des artistes ­ les expressions que la machine ira représenter".

Nella civiltà delle macchine si identificano infatti le rivelazioni dell'arte attuale, a volte con inimmaginata grandezza, sempre con un rigore affascinante.

Ricordo ancora una straordinaria centrale termica della S.I.P. in via di finimento che Levi Montalcini mi condusse a vedere, dove la "macchina ", cioè la sua forma, aveva ricevuto dei colori, cosicchè nell'intrico dei tubi, nei castelli, negli enormi recipienti, puntualizzati dai colori, ritrovavo tutti i fascini dei concetti di composizione, di forma, di colore, di spazio e di moto che gli artisti "tentano" con le loro "costruzioni" e i loro "mobiles", o sulla tela, o col gesso, o con la lamiera. Tutto ciò, per il fatto d'essere anche una realtà, e non una ipotesi o una immaginazione, diventava di colpo ai miei occhi più fantastico, annullava, "consumava in sè " tutti i valori delle espressioni di arte che in esso ritrovavo. Senza quelle espressioni però, Levi Montalcini non avrebbe pensato questa vera trasposizione della macchina nella più ardua delle civiltà. La passione che prende gli artisti per il disegno industriale (e speriamo prenda anche gli industriali) è un altro segno della manifestazione della "civiltà delle macchine".x

Sono felice che questa puntualizzazione sia partita dall'Italia, e che il merito sia di un poeta, e che una istituzione industriale sia anche rappresentata da una così alta manifestazione.

29 Gennaio 2012

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