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La fabbrica dei poeti

Presentata ieri a Roma l'antologia di "Civiltà delle macchine"

Stefano Giovanardi

La Repubblica, 13.04.89

ALLARGARE la sottile striscia di riviera che tra le pendici imminenti del monte e la inanità opaca del mare ha potuto accogliere a stento l' intrico dell' opere e delle vie..., prendere al mare un poco della sua muta, infinita estensione per averne piattaforma a laminar l' acciaio, è stata questa l' impresa decennale.... Cominciava così, sul quinto numero della rivista Civiltà delle macchine, anno 1953, un lungo articolo dell' ingegner Carlo Emilio Gadda dedicato alla centrale termoelettrica di Cornigliano, da poco inaugurata: un articolo in sé tecnicissimo, intendiamoci (ad esempio: Tra la rete del vapore ad alta (66 atm, 500 gradi) e la rete del vapore a media (18 atm, 350 gradi) è inserito un turboalternatore a contropressione (scarico 18 atm, potenza 9000 kW) nonché due stazioni di riduzione della pressione e di desurriscaldamento del vapore...), che tuttavia non riusciva a non liberare nell' abbrivio, e qua e là nel testo, il fascino estetico dell' invenzione letteraria. Il pezzo, del resto, era stato commissionato a Gadda da Leonardo Sinisgalli, altro ingegnere-scrittore ormai consegnato agli archivi della poesia di area ermetica, il quale in quello stesso anno aveva fondato, e firmava come direttore, appunto il bimestrale Civiltà delle macchine, edito dalla Finmeccanica fino al 1957, anno in cui si chiuse la prima serie della rivista (ma la testata sopravviverà, passando in gestione editoriale all'Iri sotto la sigla Edindustria, fino al 1979). Di quella prima serie la Finmeccanica, in occasione del quarantesimo anniversario della propria fondazione, ha ora pubblicato in collaborazione con l'editore Scheiwiller un' ampia antologia di grande formato curata dallo stesso Vanni Scheiwiller (pagg. 530, lire 90.000), che è stata presentata ieri sera a Roma. Sebbene Civiltà delle macchine abbia da tempo una collocazione precisa e inamovibile nella storia della cultura italiana, fa comunque un certo effetto scorrere l'indice dell' antologia e trovarvi oltre a Gadda Ungaretti e Moravia, Caproni e Comisso, Fortini e Arpino, Burri e Corpora, Buzzati e Solmi, Portoghesi e Argan, Perilli e Maldonado, e molti altri ancora: l'incipiente civiltà industriale, evidentemente, esercitava un' attrazione pressoché irresistibile sul mondo letterario e artistico. LA RIVISTA, infatti, era nata proprio per inserire la tecnologia nel circuito vivo della cultura: un po' utopistica, ma anche un po' cinica, portava poeti e pittori in fabbrica, e raccoglieva le loro impressioni affiancandole a discorsi sulle ali degli aerei supersonici, o sugli sviluppi della cibernetica, o sugli insediamenti nel Meridione. Ed ecco allora Ungaretti fotografato davanti al quadro comandi della stessa centrale di Cornigliano così competentemente descritta da Gadda, che nel numero inaugurale parla dei prodigi di metrica attuati dalle macchine. Oppure Moravia, che auspica il momento in cui macchine veramente perfette, capaci di far da sole il lavoro che oggi viene fatto dagli operai, consentiranno finalmente all'uomo di vivere una vita umana, cioè completa e libera, a contatto con la natura e con i suoi simili. Fiducia incondizionata e acritica? O piuttosto sostanziale disinteresse, appena mascherato da apprezzamenti tanto generici da rasentare il luogo comune? In realtà, a riconsiderarla col senno di poi, l'esperienza della rivista appare nel suo complesso come un lungo paradosso: si voleva che la tecnologia industriale divenisse una componente di primo piano dell'immaginario artistico contemporaneo, e si ottenne invece, in fin dei conti, la riaffermazione dei diritti dell'arte proprio in opposizione alle ragioni della tecnica. Se poesia c'è nella rivista, non è mai poesia delle macchine (fatta eccezione per una retrospettiva dedicata non a caso al futurismo), bensì poesia nonostante le macchine. Dovendo parlare di un'officina, ad esempio, Comisso confeziona un bozzetto picaresco e lirico, in cui i giovani operai cantano come personaggi verghiani e sognano il prato lungo al fiume, tra l' odore delle castagne; e Giorgio Caproni, catapultato in un cantiere navale dell' Ansaldo, altro non sa fare se non esprimere continuamente una fanciullesca meraviglia, ancorata alla consapevolezza di possedere un dizionario sbagliato (un dizionario da poeta, appunto). E che dire di Domenico Rea, che dopo aver descritto un lavoratore navale napoletano dicendo che rassomigliava ai contadini nostri più terragni, più filosofi, più Padron 'Ntoni, ne fa parlare un altro in termini da romanzo d'avventure (La vita mia è stata bella. Ho visto mari, gente, galantuomini e delinquenti e qualcuno l'ho fatto fuori. Quando ci vuole ci vuole)? IL GENEROSO tentativo di Sinisgalli, che produsse comunque per altri versi risultati di alta qualità culturale, finì col dimostrare che la letteratura sa abbeverarsi quasi esclusivamente a se stessa, o comunque a miti fantasmatici che da se stessa produce, e che non può trovare già confezionati magari in un capannone industriale. Del resto, appena un anno dopo la fondazione della rivista, la televisione di Stato avrebbe cominciato a trasmettere regolarmente i suoi programmi, come ad indicare da quale parte andava realmente la civiltà delle macchine; e la letteratura, ancora a poco tempo di distanza, avrebbe dato inizio all'attacco in grande stile contro la società industriale avanzata. E allora l'idillio, se mai ci fu, si spense bruscamente.

29 Gennaio 2012

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